“L’infinito” di Leopardi e la sorte della poesia oggi

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L'infinito di Giacomo Leopardi

Il passo è tratto dal discorso “È ancora possibile la poesia” che il poeta Eugenio Montale pronunciò in occasione della cerimonia per la consegna del premio Nobel nel 1975. È un importante documento sul valore riconosciuto alla poesia come produzione dello spirito umano. Non si può fare a meno di chiedersi se sia ancora possibile questa sinergia di parole ed emozioni nella veloce e tecnologica età moderna. Ci riflettiamo insieme partendo dalle parole di Montale e inoltrandoci nella manifestazione più pure e incentro del desiderio con “L’infinito” di Leopardi.

«In ogni modo io sono qui perché ho scritto poesie, un prodotto assolutamente inutile, ma quasi mai nocivo e questo è uno dei suoi titoli di nobiltà. Ma non è il solo, essendo la poesia una produzione o una malattia assolutamente endemica e incurabile.»

Nel testo Montale si chiede quale possa essere la sorte della poesia negli anni della modernità dove si affacciano nuovi linguaggi, nuovi strumenti di comunicazione, dove regna la legge della mercificazione di ogni prodotto, soggetto ai  gusti e alle mode del tempo. È probabile, anzi certo, continua il poeta, che l’orto delle Muse possa essere devastato da grandi tempeste, come  l’incendio della Biblioteca di Alessandria, che devastò tre quarti della letteratura greca.

«Ma  mi pare altrettanto certo che molta carta stampata e molti libri di poesia debbano resistere al tempo. […] In quel breve arco di tempo sembravamo come avvolti nel silenzio dell’infinito»

L’infinito di Giacomo Leopardi 

“L’infinito” di Giacomo Leopardi è considerato uno dei capolavori dello spirito umano che il Genio romantico realizzò nel 1819, un testo di alta poesia che anticipa la teoria del “vago e indefinito”.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma, sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio;
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

Nel dettaglio

Strutturato in quindici endecasillabi e destinato ad inaugurare lo sperimentalismo metrico e stilistico partendo dal sonetto siciliano del Duecento, la lirica si articola in due momenti. Nei primi tre versi prevale la percezione visiva della siepe che impedisce di scorgere gran parte dell’estremo orizzonte. L’impedimento rappresentato dal reale  – che è il brutto di cui il poeta parla nello “Zibaldone”lascia spazio al fantastico e, in luogo della vista, subentra l’immaginazione.

«L’infinito è una poesia molto toccante e l’idea di recitarla con il sottofondo musicale è stata un’idea originale; inoltre la presenza del vento ha reso il tutto ancora più intenso.»

Sono le sensazioni visive ed uditive che inducono l’uomo a crearsi quell’infinito cui tendere e che è irraggiungibile perché la realtà offre solo piacere finiti e perciò deludenti. Nel verso 8 lo stormire del vento viene paragonato all’infinito silenzio creato dall’immaginazione e suscita l’idea dell’oblio delle cose umane. Ciò suggerisce al poeta l’idea di un infinito temporale e, tramite la punteggiatura, che spezza in due emistichi il verso 11, ha inizio la meditazione sull’infinito nel tempo.

«e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
 e viva, e il suon di lei»

Così l’io lirico si smarrisce e il perdersi nel mare dell’infinito genera un senso di dolcezza. Una giovane studentessa stamattina, poco dopo la lettura de “L’infinito” di Giacomo Leopardi, ha commentato:

«Il poter commemorare questa poesia, così tanto importante per la nostra cultura, mi ha fatto notare quanto noi siamo fortunati ad avere ricordi della storia del nostro Paese.»

Ma è ancora possibile la poesia?

A questa domanda rispondiamo con fermezza che è ancora possibile stupirsi di fronte alla bellezza di questi versi, ascoltarne il suono per poter “mirare” la realtà interiore, immaginare cose che la realtà esclude, sprofondare nelle pieghe più recondite dell’animo umano. Anche se l’orto delle Muse è stato devastato, il dio Apollo continuerà a proteggere la  poesia. Siamo fortunati perché, nell’era del digitale e dei social network, sopravvive ancora quella carta stampata che ci infonde il desiderio di desiderare all’infinito.

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