Amore e gelosia in poesia. Ode 31 di Saffo, carme 51 di Catullo

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Amore e gelosia. Ode 31 di Saffo, carme 51 di Catullo

Analisi e traduzione. Ode 31 di Saffo – ode della gelosia, ode del Sublime

Φαίνεταί μοι κῆνος ἴσος θέοισιν
ἔμμεν’ ὤνηρ ὄττις ἐνάντιός τοι
ἰσδάνει καὶ πλάσιον ἆδυ φωνεί-
σας ὐπακούει,καὶ γελαί

σας ἰμέροεν, τό μ’ ἦ μὰν
καρδίαν ἐν στήθεσιν ἐπτόαισεν.
ὠς γὰρ ἔς σ’ ἴδω βρόχε’ ὤς με φώναι-
σ’ οὐδ’ ἒν ἔτ’ εἴκει,

ἀλλὰ κὰμ μὲν γλῶσσα ἔαγε, λέπτον
δ’ αὔτικα χρῷ πῦρ ὐπαδεδρόμηκεν,
ὀππάτεσσι δ’ οὐδ’ ἒν ὄρημμ’, ἐπιρρόμ-
βεισι δ’ ἄκουαι,

ἔκ δέ μ’ ἴδρως κακχέεται, τρόμος δὲ
παῖσαν ἄγρει, χλωροτέρα δὲ ποίας
ἔμμι, τεθνάκην δ’ ὀλίγω ‘πιδεύης
φαίνομ’ ἔμ’ αὔτᾳ.

– ode 31 di Saffo – ode della gelosia, ode del Sublime

Mi sembra pari agli dei

quell’uomo che di fronte a te

siede, e da vicino ti ascolta

mentre tu dici dolci parole

 

e amorevole sorridi. Davvero a me questo

il cuore fa sussultare nel petto:

non appena per un attimo ti guardo

non ho più voce,

 

la lingua è rotta, fuoco sottile

subito è diffuso sotto la pelle,

con gli occhi nulla più vedo,

un rumore mi ronza nelle orecchie,

 

sudore freddo mi avvolge.

Un tremito tutta mi prende,

sono più verde dell’erba,

mi sento poco lontano dalla morte

ma tutto bisogna sopportare.

– ode 31 di Saffo, traduzione

Pochi testi sono stati tanto letti, imitati, parafrasati o tradotti come l’ode 31 – ode della gelosia, ode del Sublime . Composta dalla poetessa Saffo, vissuta tra il VII e  il VI sec. a. C., la poesia è la più celebrata non solo della letteratura greca, ma addirittura di quella mondiale.

L’ode è stata intesa dalla critica ora come epitalamio, canto della gelosia, della beatitudine, canto d’amore o di consolazione. Tra tutte queste ipotesi risulta più attendibile quella secondo la quale si tratti di un canto d’amore in cui beato è colui che siede di fronte alla fanciulla, l’ascolta mentre parla dolcemente e ride amorosamente. Ciò sconvolge Saffo, come si nota dalla traduzione dell’ode 31, è una vera e propria fenomenologia dell’amore che fa emergere tutto il turbamento psicofisico provocato dalla passione.

Analisi e traduzione. Carme 51 di Catullo

Ille mi par esse deo videtur,
ille, si fas est, superare divos,
qui sedens adversus identidem te
spectat et audit
dulce ridentem, misero quod omnis
eripit sensus mihi: nam simul te,
Lesbia, aspexi, nihil est super mi
vocis in ore,
lingua sed torpet, tenuis sub artus
flamma demanat, sonitu suopte
tintinant aures, gemina teguntur
lumina nocte.
Otium, Catulle, tibi molestum est:
otio exsultas nimiumque gestis:
otium et reges prius et beatas
perdidit urbes.

– carme 51 di Catullo

Quello mi sembra simile a un dio,
quello mi sembra superiore agli dei,
perché, seduto innanzi a tè, senza scomporsi,
ti vede e ti ascolta,
mentre dolcemente sorridi; a un tuo sorriso invece io miseramente
mi sento tutto svenire, perché non appena ti scorgo, o Lesbia, non mi rimane neppure un filo di voce,
si paralizza la lingua, una sottile folgore per le membra mi scorre,

mi ronzano le orecchie di un interno suono,

mi cala sugli occhi duplicata la notte.
Lo stare senza far nulla, o Catullo, ti danneggia;
stando senza far nulla ti esalti e ti ecciti troppo;
lo stare senza far nulla ha rovinato un tempo sovrani ed opulente città.

– carme 51 di Catullo, traduzione

Nel I sec. a.C., nella Roma di Cesare e Cicerone, si affaccia una nuova generazione di poeti chiamati neòteroi che manifestano l’esigenza di modernizzare il gusto letterario del tempo proponendo una poesia come frutto dell’ otium  in cui si mostra interesse per la dimensione privata e i sentimenti,  in primis l’amore.

Tra i poeti più interessati al rinnovamento della cultura romana, che mostra apertura  all’ellenizzazione della società romana, incontriamo Gaio Valerio Catullo, nativo di Verona ed autore di un “Liber” composto da 116 carmi, suddivisi in tre sezioni. Questo componimento appartiene alla prima sezione dedicata alla storia d’amore tra il poeta e Clodia. Come si evince dalla traduzione del carme 51 di Catullo, si tratta di una prova di aemulatio della celebre ode saffica con significative variazioni.

Amore ed otium, una passione sconvolgente che dura millenni

L’incipit del carme 51 di Catullo risulta sovrapponibile all’ode 31 di Saffo – ode della gelosia, ode del Sublime -, ma già dal v. 2 il poeta latino si distacca dalla lirica greca passando dall’assimilazione al superamento del dio (superare) e dando più spazio all’uomo (che “guarda e ascolta” , mentre in Saffo “ascolta” soltanto) e meno alla donna. Così, in un climax crescente sovraccarico di pathos,  l’io lirico esprime tutto il furor, l’insania, come fosse una malattia mentale che turba e sconvolge ogni ordine o regola sociale: la lingua si paralizza, il sintomo della febbre si insinua nell’intimo, gli occhi si coprono di tenebre.

Questo amore irrazionale esclude l’uomo da vincoli matrimoniali ( Lesbia, senhal di Clodia, è  una matrona dell’alta società romana) e fa sprofondare il poeta in uno stato di intorpidimento. Si può notare al termine della traduzione del carme 51 di Catullo come, distaccandosi totalmente dal modello greco, condanna l’otium perché è causa della sua malattia d’amore. L’otium esalta la vita disimpegnata e dedita alla soddisfazione dei pulsioni e desideri individuali, allontana il civis romanus dai dagli impegni pubblici. L’otium è molesto perché ha sconvolto la vita del giovane Catullo che sogna, nonostante tutto, di poter stringere con la sua Lesbia un foedus (patto). d’amore.

«Queste mie traduzioni non sono rapportate a probabili schemi metrici  d’origine, ma tentano l’approssimazione più specifica di un testo: quella poetica»

Da Quasimodo a Contini, il sentimento attraverso il mito

Così commenta il poeta ermetico Salvatore Quasimodo,  premio Nobel per la letteratura nel 1959,  quando pubblica nel 1940 la sua memorabile traduzione dei “Lirici greci”, ritenuto dalla critica il suo capolavoro letterario. Nella raccolta confluisce la sua amata terra di Sicilia, crocevia di cultura greca, araba e latina. Secondo il critico Gianfranco Contini, le sue libere versioni dei testi greci  evocano «un sogno di sensazioni e sentimenti dichiaratamente legati ai miti mediterranei».  Una  famosa traduzione è proprio il Fr.31 di Saffo, ed. E.-M- Voigt  (1971).

A me pare uguale agli dei

chi a te vicino così dolce

suono ascolta mentre tu  parli

e ridi amorosamente. Subito a me

il cuore si agita nel petto

solo che appena ti veda, e la voce

si perde sulla lingua inerte.

Un fuoco sottile affiora rapido alla  pelle,

e ho buio negli occhi e il rombo

del sangue alle orecchie

E tutta in sudore e tremante

come erba patita scoloro:

e morte non pare lontana

a  me rapita di mente.

La nostalgia della grecità come civiltà ideale

La sua traduzione dei lirici greci non risponde ad alcun intento filologico e archeologico, ma si coniuga con l’anima isolana e anelante al mito come esigenza interiore di riscoprire l’infanzia omerica e di ritrovarvi i segni della propria identità. Per il poeta ermetico il mito greco si fa depositario di contenuti eterni dello spirito umano cui aspirare con animo struggente.

«Stanotte sono stato con Saffo. Io pensavo di dire a te quelle parole – la traduzione dal greco la troverai trascritta dietro questo foglio – della poesia più alta dell’antichità, e quello che di greco c’è nel mio sangue s’è svegliato. Forse sono riuscito – ma ancora non sono contento- a ritrovare la voce del poeta: in qualche punto certamente.»  – dalla lettera a Maria Cumani del 10 luglio 1937

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