“Apollo e Dafne” di Bernini. Metamorfosi scolpita in marmo

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'Apollo e Dafne' di Bernini
“Apollo e Dafne” dettaglio

La sua fortuna e la grande abilità tecnica di Bernini sono da rintracciare nella formazione: il padre, Pietro Bernini, di origine toscana, lavora a Roma e a Napoli, ha grande maestria e trasmetterà i fondamenti dell’arte al figlio Gianlorenzo, nato a Napoli nel 1598. Oltre le innumerevoli serie di busti-ritratto, che dedica ai moltissimi cardinali per cui lavora, – compiendo una ulteriore evoluzione del ritratto in scultura, al pari di ciò che Caravaggio esprimeva in pittura – elabora una serie di sculture pregiate dai temi mitologici (“Apollo e Dafne” di Bernini). Pensando al mito delle “Metamorfosi” di Ovidio, è inevitabile non rifarsi alla scultura berniniana. È questo che rende grande Bernini ed estremamente contemporaneo.

«Nel lavorar si sentiva tanto infiammato e tanto innamorato di ciò che faceva, che divorava, non lavorava, il marmo» – Filippo Baldinucci, “Vita di Bernini”

“Apollo e Dafne” di Bernini. Il mito delle “Metamorfosi” di Ovidio

Il mito di Apollo e Dafne rappresenta il solito capriccio divino: Apollo innamorato della bella Dafne la insegue nei boschi per possederla, lei, che disprezza Apollo al pari di quanto lui la desidera, chiama in soccorso Peneo, il dio fiume e padre di Dafne, che trasforma la figlia in una pianta di alloro per salvarla. Secondo Ovidio, quando Dafne ha completato la sua trasformazione, Apollo sente ancora il suo cuore battere nel tronco della pianta.

La rivoluzione berniniana nella rappresentazione in scultura consiste nel ritrarre il momento del divenire. Sta accadendo qualcosa, un istante viene immortalato come una fotografia. Nella scultura di Bernini, il senso di movimento è espresso dai manti che seguono le forme dei corpi seminudi, dal piede in corsa di Apollo e dalla trasformazione in alloro di Dafne. I corpi sembrano disegnare curve importanti che modellano il marmo conferendogli i giusti toni, tali da rendere la pietra viva. L’attimo immortalato è concepito con la metamorfosi di Dafne in una pianta di alloro. La disperazione della ninfa, nel timore di essere catturata da Apollo, è espressa in tutto il suo corpo, mentre la disperazione di Apollo, che di lì a poco avverrà, è ancora in evoluzione, non a caso il dio ha un volto incredulo, quasi anonimo, intento ancora a capire cosa stia accadendo.

«Apollo l’ama, e abbraccia la pianta come se fosse il corpo della ninfa; ne bacia i rami, ma l’albero sembra ribellarsi a quei baci. Allora il dio deluso così le dice:”Poichè tu non puoi essere mia sposa, sarai almeno l’albero mio: di te sempre, o lauro, saranno ornati i miei capelli, la mia cetra, la mia faretra» – Ovidio, “Metamorfosi” I, 555-559

Marmo caldo di pathos e vita

Ulteriore evoluzione consiste nella lavorazione del marmo, che diventa caldo come un corpo, umano come la psicologia degli uomini. Se l’artista riesce con tanta maestria a rendere umana la pietra, ciò non può far altro che portare ammirazione e stupore. Ecco la grande rivoluzione barocca: un teatro di figure che mimano il vero di natura al punto tale da sembrare reali. Questa rivoluzione inizia già a fine Cinquecento con i Carracci a Bologna e prosegue, nel corso del Seicento, con Caravaggio e con i geni rivali di Bernini e Borromini.

Osservando le estremità della bella Dafne, sembra davvero assistere ad un momento di mutazione. Apollo l’ha presa con la sua mano sinistra sul fianco e lei, disperata, sembra emettere un grido di paura. Le sfumature e i contrasti chiaroscurali rendono il marmo meno freddo e la drammaticità del momento rende lo spettatore totalmente incluso nella scena. I corpi nudi, scolpiti con tanta maestria, turbarono qualcuno, come il cardinale di Sourdis che, secondo la testimonianza raccolta da Chantelou, credeva che questo mito pagano non potesse essere accolto all’interno della collezione del cardinale Borghese. Per evitare le critiche, fu posta alla base del complesso scultoreo un distico latino scritto dal cardinale Maffeo Barberini:

«Quinquis amans sequitur fugitivae gaudia formae. Fronde manus implet, baccas seu carpit amaras.»

«L’amante che insegue le gioie della bellezza effimera alla fine si trova foglie e bacche amare nella mano.»

In questo modo il contenuto morale protesse la scultura dalle critiche per il turbamento che quei corpi incisi nella pietra invocavano.

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