‘Approaching Shadow’ di Fan Ho. Soggettività dietro l’obiettivo

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Approaching Shadow di Fan Ho

Fan Ho è probabilmente il fotografo cinese più noto in Occidente. Nato a Shanghai nel 1931, si approccia alla fotografia con la vecchia Kodak Brownie del padre. È proprio quest’ultimo a regalare al diciottenne Ho la Rolleiflex K4A che avrebbe usato per tutta la vita, in una carriera durata più di mezzo secolo – seppur con qualche discontinuità. La fotografia è stata infatti per Ho un primo amore per molto tempo dimenticato e poi riscoperto in tarda età quando, insoddisfatto della sua carriera e della sua nuova vita nei sobborghi americani, decide di sviluppare i suoi vecchi negativi, prodotti ad Hong Kong tra gli anni ’50 e ’60. Il capolavoro, “Approaching Shadow” di Fan Ho, viene proprio da quei negativi.

Approaching Shadow’ di Fan Ho tra il bianco e il nero

Lo scatto contiene molti degli elementi tipici della sua produzione autoriale. Il soggetto è infatti una donna, sola, colta nell’atto di guardare un’ombra proiettata sul muro di una casa. Il tutto fissato nella pellicola monocromatica, in un ritratto che assomiglia quasi ad un opera d’arte astratta. La donna, in piedi, è minuscola rispetto alla foto nel suo intero: resta talmente piccola da non riuscire quasi a distinguerne a prima vista la figura. Non solo è quasi invisibile, ma è anche decisamente defilata, messa in un angolo.

Questa singolare quanto potente inquadratura rende l’ombra che si avvicina la protagonista indiscussa della composizione. Posta a tagliare in diagonale l’immagine, sovrasta per grandezza la donna nell’angolo, completamente impotente. “Approaching Shadows” di Fan Ho è una foto in grado di generare dei sentimenti forti nell’osservatore. È forse proprio per questa caratteristica che quest’opera, nonostante i suoi sessantacinque anni, continua ad affascinare aspranti fotografi e semplici amatori da tutti gli angoli del globo. Indubbiamente, a rendere così ammalianti questo ed altri scatti di Fan Ho è la facilità con cui l’osservatore riesce ad empatizzare con le sue opere. L’artista era ben conscio di questa sua capacità coltivata con cura, come amava raccontare.

«Ho sempre avuto una sorta di istinto per luci, ombre, linee e forme – diceva – ma la seconda cosa più importante di una foto è il suo soggetto, il personaggio che susciterà empatia”. E questi soggetti erano spesso i più comunemente presenti nelle strade di una città: “non importa che siano un anziano od un vecchio cane. Devo solo aspettare e aspettare ancora, finchè non arriva qualcosa che tocca le corde del mio cuore. Dev’esserci umanità nell’arte. Se non senti nulla quando premi sull’otturatore, non dai all’osservatore niente a cui reagire, non hai nulla da trasmettere.»

Il marchio di fabbrica dell’autore è riconoscibile in tutte le foto dell’epoca, raccolte quarant’anni dopo in una mostra a Palo Alto, California, la prima dopo il lungo periodo di separazione dell’artista dall’attività fotografica. Fan Ho mescola l’uso di confini netti e definiti, come nel caso delle geometrie perfette delle ombree proiettate su muri bianchi, e l’uso delle forme più varie degli edifici che si affacciavano sulle strade di una Hong Kong nel pieno del suo sviluppo.

Fan Ho riesce a definire gli elementi di vitale importanza per la riuscita di una buona fotografia: tecnica e occhio per la composizione ma anche passione, pazienza ed una buona dose di empatia. Tutti questi fattori vengono uniti dalla capacità del fotografo, dalla sua soggettività che confluisce assieme ad essi e rende ogni scatto unico. La sua è una lezione che non cesserà mai di essere attuale.

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