Black Phone di Scott Derrickson: da IT l'horror psicologico - il Chaos

Black Phone di Scott Derrickson: dopo IT torna l’horror psicologico soprannaturale con Joe Hill

Il mostro di Black Phone con una maschera bianca, una risata orrorifica e un cilindro in testa

“Black Phone” è un horror-thriller diretto da Scott Derrickson, regista e sceneggiatore americano già cimentatosi in altri horror, come “Sinister”. Il film, che vede Ethan Hawke nei panni di un villain coperto da un’inquietante maschera, trae la sua sceneggiatura dall’omonimo racconto (nella “20th Century Ghosts”): “Black Phone” di Joe Hill, pseudonimo di Joseph Hillström King, figlio del celebre autore Stephen King.

Diversamente dagli horror più moderni, che ricreano una particolare inquietudine da elementi inaspettati e innovativi (come nel caso di Ari Aster, Robert Eggers o Jordan Peele), “Black Phone” torna agli horror più classici, a cui viene aggiunta una profonda emotività e, naturalmente, il sovrannaturale. 

«Ti piacerebbe vedere un numero di magia?» – Il Rapace  

I personaggi in “It” e “Black Phone” tra fragilità e forza

È il 1978, dei bambini spariscono in una cittadina degli Stati Uniti. No, non è Derry, ma Denver. Qualcuno, chiamato “Il Rapace”, rapisce dei ragazzini di cui vengono perse le tracce. In un’ambientazione costantemente cupa, dove gli adulti hanno quasi un ruolo marginale, sono i ragazzini a farsi strada per superare seri problemi e maturare.

Nel caso di “IT” l’elemento soprannaturale si lega al mostro, mentre in “Black Phone” si cela negli stessi protagonisti. In Finney si manifesta con l’abilità di sentire il telefono nero squillare nonostante i fili staccati, e di poter comunicare con chi è dall’altro capo. Gwen, invece, attraverso i sogni riesce a vedere indizi o cose che si avverano. 

«Un uomo non lascia mai indietro un amico.» – Robin 

Il folto gruppo di amici presente in “It”, qui si riduce a due fratelli che si sostengono l’un l’altro. Ma non sono soli. Le voci dei bambini che aiutano Finney accrescono il gruppo e creano sia una componente horror con le loro improvvise apparizioni, che un fattore profondamente emotivo. È inevitabile considerare ciò che è accaduto ai bambini prima dell’arrivo di Finney, essendo molto più realistico di ciò che accade al piccolo Georgie. Eppure, in entrambi i film, alla base si trovano la sensibilità e la fragilità dei giovani, accompagnate dalla forza di affrontare le proprie paure, di trovare coraggio e di crescere. 

Vuoi un palloncino rosso o nero?

In “IT” di Stephen King è l’essere sovrannaturale a dare il titolo al film. IT assume le sembianze di un clown per attirare i ragazzini, con i suoi palloncini rossi. Il mostro in “Black Phone” è invece un essere umano. Oltre alla follia che lo porta a rapire e uccidere dei bambini, ciò che lo rende perturbante è l’uso di trucchi di magia per attirare le sue vittime. Una volta catturate, vengono fatti volare dei palloncini neri.

Qual è il volto del Clown in Black Phone e IT

In “It” il Clown ballerino ha il viso dipinto di bianco in entrambe le versioni: nelle due puntate del 1990 con Tim Curry e nella versione di Andy Muschietti con Bill Skarsgård. Al contrario “Il Rapace” copre il suo volto con una maschera. In realtà, nel racconto di Joe Hill “Il Rapace” è un pagliaccio, ma per evitare che somigliasse a Pennywise, è stato proprio l’autore a far modificare l’aspetto del suo villain. 

«Chi è?» – Finney
«Non ricordo il mio nome […] è la prima cosa che perdi.» – Bruce
«La prima cosa che perdi quando?» – Finney
«Lo sai quando.» – Bruce  

Ecco che dal design di Tom Savini nasce una maschera divisibile in due parti. Gli occhi sono sempre visibili, ma le labbra possono stendersi in un largo sorriso inquietante, calarsi con tristezza verso il basso o sparire del tutto. I movimenti del  corpo, la speranza di un passo falso da parte dei ragazzini rapiti per poter reagire, o l’attesa al di sopra delle scale mentre è seduto comodamente su una sedia, rendono il mostro di “Black Phone” ambiguo e angosciante.

La mostruosità di “It”, che però rimane ultraterreno, diventa qui qualcosa di diverso. Qualcosa di ugualmente preoccupante, che rimane costante in quel furgone nero, in quelle case dai mattoni rossi e in quel seminterrato. Pur avendo diverse affinità con altre pellicole, sia per le caratteristiche principali che per i temi toccati, “Black Phone” riesce a smuovere varie sensazioni assurgendo ad uno degli horror più efficaci degli ultimi anni. 

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Laureata in mediazione linguistica e culturale. Amo il cinema, la letteratura, la musica e l’arte. Ogni tanto mi fingo fotografa. Au milieu de l’hiver, j’ai découvert en moi un invincible été. – Albert Camus

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