“Blow-up” di Michelangelo Antonioni, la critica alla modernità

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Blow-up di Michelangelo Antonioni

“Blow-up” di Michelangelo Antonioni rappresenta una tappa importante nella filmografia del regista. Non solo è il primo di una trilogia di film girati all’estero, ma costituisce anche una vera e propria svolta del suo stile registico. Noto principalmente per i lunghi piani sequenza, il regista cambia decisamente direzione con questa pellicola caratterizzata da un ritmo sostenuto e un montaggio vivace.

L’idea per la realizzazione di “Blow-up” nasce da un progetto del produttore Carlo Ponti che intendeva girare un film semi-documentaristico basato sulla vita del fotografo David Bailey, in quale però rifiutò di prendere concretamente parte al progetto. A quel punto il regista presentò la sua idea di un film che avesse come protagonista un fotografo con la sceneggiatura parzialmente tratta dal racconto “Le bave del diavolo” di Julio Cortàzar. Dall’unione dei due progetti scaturì la sceneggiatura definitiva di “Blow-up” di Michelangelo Antonioni. La caratterizzazione del protagonista – interpretato da David Hemmings – è ispirata sia al fotografo John Cowan, da cui eredita lo stile della fotografia dinamica, che al già citato David Bailey.

 «La scena di David Hemmings e Veruschka in “Blow-up” era in puro stile Cowan. Antonioni deve averlo visto lavorare –non ho mai visto nessun altro fare delle foto in quel modo. Lo shooting sul pavimento, completamente fluido, non ostacolato dal treppiede era tipico di Cowan.» – Jill Kennington

Il sottile confine fra realtà e finzione in Blow-up

«Non è un film sulla relazione fra gli uomini, ma sulla relazione fra l’uomo e la realtà» – Michelangelo Antonioni

In perfetto accordo con i canoni del post-modernismo, in “Blow-up” si nota un superamento totale delle regole della narrativa classica. Il racconto è frammentato e discontinuo e le scene si susseguono ad un ritmo incalzante, accrescendo l’effetto di straniamento. Man mano che il focus della narrazione si sposta sulle foto scattate – il protagonista infatti sviluppando un rullino fotografico scoprirà di aver immortalato l’omicidio di un uomo, sul quale proverà ad indagare -, si ha l’impressione che il confine fra realtà e finzione si faccia sempre più sfumato. Come il protagonista, lo spettatore è portato ad essere suggestionato da ciò che compare nelle foto fino ad arrivare a credere che esse rappresentino la realtà, anche se i numerosi ingrandimenti hanno reso le immagini pressoché indecifrabili.

Il finale insoluto accentua l’impressione di aver assistito ad un sogno e che tutta la vicenda centrale non sia altro che frutto dell’immaginazione del fotografo. Negli ultimi minuti il protagonista, ben lontano dall’aver risolto il mistero dietro alle fotografie, si lascia distrarre da un gruppo di mimi che gioca ad un’immaginaria partita di tennis. A questo punto l’inquadratura si allarga sempre di più fino a rendere i personaggi dei puntini indistinguibili dallo sfondo, tanto che si potrebbe addirittura arrivare a mettere in discussione la loro esistenza.

L’insoddisfazione dell’essere umano

Sebbene ad un primo sguardo sembra che in “Blow-up” non ci sia nessun messaggio nascosto, dopo un’attenta analisi è facile intuire l’intento critico della pellicola. Durante il film i personaggi sono alla continua ricerca di qualcosa, salvo poi lasciarla da parte subito dopo averla ottenuta. In un mondo travolto dalla modernità e dal progresso, i personaggi hanno difficoltà a decidere cosa abbia davvero valore. Lo stesso protagonista vaga per le strade di Londra perennemente insoddisfatto e annoiato: in una scena ambientata in un negozio di antiquariato, lo si vede vivamente entusiasta per l’acquisto di un’elica che successivamente lascerà al centro del suo studio con noncuranza. Perfino l’avvenimento che dovrebbe suscitare in lui maggiore interesse – ovvero l’omicidio al parco fotografato casualmente – perde ogni attrattiva sul finire del film.

Con questa serie di scelte narrative “Blow-up” di Michelangelo Antonioni intende portare lo spettatore ad una riflessione sui pericoli della modernità. Come i personaggi anche la società moderna corre il rischio di perdere di vista ciò che è veramente importante, in favore di un continuo inseguimento di obiettivi futili ed insoddisfacenti. Solo attraverso un’attenta osservazione della realtà è possibile individuare ciò che conta realmente e, nella visione nichilistica del regista, anche questo viene in realtà messo a rischio.

“Blow-up” di Michelangelo Antonioni e l’inafferabilità del vero

In uno sguardo onnicomprensivo del film, si nota che la ricerca della realtà, l’acuta osservazione, la messa a fuoco dell’oggetto in analisi contiene in sé il suo fallimento: si finisce per avvicinarsi così tanto da non riuscirne più a vedere i confini, da perdere la verità stessa che si cela sotto le apparenze. Una critica filosofica dell’età moderna che si apre anche al mondo della moda, fatta di vacuità e rappresentante “la grande finzione” attorno la quale ruota l’intera esistenza ritratta in “Blow-up”.

Una finzione da cui il protagonista sembra discostarsi nel momento in cui cerca di scoprire la verità sul presunto (?) omicidio, ma di cui torna vittima quando sul finale del film, osservando due mimi giocare a tennis con racchette e palline immaginarie, torna all’interno di questa visione distorta della realtà. Arriva a sentire il rumore della pallina rimbalzare sulle racchette, fino a vederla in un fuori campo per prenderla e rilanciarla indietro, con un sorriso tra l’ignaro e l’amaro che chiude il film, lasciando lo spettatore ai suoi pensieri.

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