Bob Dylan: l’ultimo di una generazione che ha fatto la musica

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Bob Dylan

Di lui è stato scritto tutto e il contrario di tutto. Bob Dylan è stato definito: menestrello, poeta, profeta, portavoce di un’intera generazione. La sua personalità così camaleontica nel corso degli anni non ha permesso di racchiuderlo in uno stereotipo. È stata una figura fondamentale nello sviluppo della cultura americana, soprattutto per l’impegno nel diffondere messaggi contro le guerre e a favore dei diritti umani. Oltre a questo, resta anche il più grande esponente della tradizione folk americana.

«le canzoni folk sono colme di disperazione, di tristezza, di trionfo, di fede nel sovrannaturale, tutti sentimenti molto più profondi. […] C’è più vita reale in una sola frase di queste canzoni di quanta ce ne fosse in tutti i temi del rock’n’roll. Io avevo bisogno di quella musica».

Nasce Bob Dylan: piccola biografia dal Minnesota a New York

Bob Dylan, al secolo Robert Allen Zimmermann, nasce nel 1941 a Duluth in Minnesota da una famiglia ebrea, di origine ucraina da parte paterna e lituana da parte materna. Cresce in una cittadina (Hibbing) che lui stesso descrive come un posto in cui «la cultura si basava soprattutto su circhi e carnevali, predicatori e piloti, spettacoli per boscaioli e comici, bande musicali e programmi radiofonici eccezionali». Fin da adolescente sviluppa una forte passione per la musica folk americana, country e blues, e per il neonato rock’n’roll.

Inizia a frequentare l’università alternando gli studi a esibizioni live in locali di studenti e di striptease. Il richiamo forte della musica lo porta ben presto a lasciare quella vita. Diventa Bob Dylan, ma ha tenuto a precisare nella sua biografia di non aver preso il nome dal poeta gallese Dylan Thomas, come in molti pensavano. Sembra che l’ispirazione sia stata presa da un personaggio di una serie di cowboy, di nome Matt Dillon. Attratto dai fermenti culturali di inizio anni Sessanta, si trasferisce a New York dove segue le orme del suo idolo Woody Guthrie, uno dei più grandi esponenti della musica folk di protesta tra gli anni ‘30 e ‘50. Inizia un periodo di grande apprendimento per Bob. Osserva, analizza, vuole conoscere ogni cosa, coltivare la sua formazione e approfondire i diversi generi musicali che lo affascinano così tanto.

Il funambolo della musica. Da “Blowin’ in the Wind” a “Like a Rolling Stone”

Il suo talento lo ripaga velocemente e nei primi anni ’60 incide i suoi primi album che contengono dei veri e propri inni generazionali. Si pensa a “Blowin’ in the Wind”, “Masters of war”, “A hard rain’s a-gonna fall”, che diventano dei manifesti musicali per i movimenti pacifisti. Sono testi, infatti, che si confrontano con la politica e la società americana di quegli anni, caratterizzata dal mito della violenza, dall’ossessione per il sesso e dal potere della musica.

Per qualche anno, Dylan rappresenta la figura chiave del movimento di protesta americano, ma proprio per fuggire l’etichetta di cantautore politico, prende le distanze dal folk a favore di suoni orientati al rock elettrico. La stampa però continua a provocarlo insistendo a ricondurlo alla figura del cantante di protesta. Così durante il viaggio di ritorno negli Stati Uniti da un tour europeo, Dylan butta giù 20 pagine di sfogo e di rabbia. Da qui nasce “Like a Rolling Stone”, il cui interrogativo è molto provocatorio: «c’è qualcuno disposto ad abbandonare ogni cosa per vivere davvero all’altezza dei propri desideri?». È con questo pezzo quindi, che cantando la voglia di libertà, comincia a rompere le catene delle etichette.

Da questa fase più trasgressiva passa poi ad una spirituale, influenzata dalle Sacre Scritture, dovuta sicuramente all’incidente stradale che nel 1966 gli fa rischiare la vita. Questa alternanza di generi continua anche negli anni ’70 e ’80, anni in cui apre una nuova parentesi spirituale con la conversione alla religione dei Cristiani. Il muoversi da uno stile all’altro da una cultura all’altra, continua anche negli anni ’90, mantenendo però sempre un alto livello qualitativo.

Bob Dylan rifiuta il Premio Nobel

In circa 30 anni, Dylan inizialmente portavoce delle esigenze di una generazione, si svincola dalla canzone di protesta e crea un linguaggio pieno di riferimenti letterari. Riporta la poesia all’attenzione del pubblico, affermandosi come uno dei più grandi narratori del Novecento. E proprio per aver «creato una nuova poetica espressiva all’interno della grande tradizione canora della storia americana», nel 2016 è stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura. Un’assegnazione quanto mai controversa, visto che è stata la prima volta che un tale riconoscimento veniva assegnato a un musicista pop.

«Premiare Bob è come dare una medaglia al monte Everest per essere il monte più alto. Non ce n’era bisogno. Dylan è così grande, che il premio è solo un dettaglio, più che ovvio» – Leonard Cohen

Una lotta contro il tempo

Dylan, quindi, si è continuamente sforzato affinché le sue canzoni non fossero solo dei piacevoli pezzi da ascoltare, ma contenessero anche un messaggio sociale. L’aspetto più affascinante della sua musica è rappresentato proprio dalle parole, con cui ha affrontato temi sociali, politici, letterari, filosofici e spirituali. Ha anche avuto l’ardire di parlare di questioni religiose. I suoi testi sono per molti dei componimenti poetici e la sua musica è un ricercatissimo accostamento di suoni. Questo amalgama ha contribuito a creare uno stile unico nel mondo della musica ed ha rivoluzionato profondamente la musica pop.

Nonostante i salti di stili, il pubblico gli è rimasto sempre fedele e lo segue da decenni. Anche perché Bob Dylan non compiace il pubblico ricorrendo a facili ritornelli, ma dà continuamente vesti nuove alle sue canzoni, rendendole sempre diverse senza modificarne la struttura. Un giornalista gli chiese una volta se per comporre i testi surreali o visionari di molte sue canzoni avesse fatto uso di allucinogeni o altre droghe.

«Io mi limito solo a descrivere ciò che vedo intorno a me. Non ho inventato nulla.»

Niente di più facile quindi. Dylan descrive la realtà. Ma è una realtà che gli è sempre apparsa dominata dalla follia e probabilmente destinata alla rovina. La visione apocalittica del mondo non lo ha mai abbandonato, forse non ha mai superato quella concezione, tipica degli anni ’60, sulla costante presenza della morte resa ancora più tangibile da una sfiorata guerra nucleare.

Anticonformista fino alla fine?

La fine del mondo e la lotta contro il tempo per Bob, diventano così delle ossessioni che si ritrovano costantemente sia nei testi che nella musica delle sue canzoni. Con le parole biasima il tempo per il suo scorrere falso e crudele, con tutto ciò che comporta. Le mode, la futilità, le ideologie, la falsità, la mediocrità, gli inganni e le manipolazioni che impediscono di discernere la realtà. Nella musica, la lotta contro il tempo viene pienamente rappresentata dalla lotta contro i tempi e il ritmo delle canzoni stesse, caratterizzate da rallentamenti e accelerazioni improvvise.

Alla fine Dylan è un artista che non si è adeguato al conformismo, non ha voluto essere apprezzato a tutti i costi. È riuscito ad approfittare del successo senza pagarne le conseguenze, come alcuni dei suoi colleghi più giovani. È quindi riduttivo domandarsi se abbia cantato bene o male, se abbia meritato o no il Nobel, se sia snob e arrogante. È stato semplicemente sé stesso.

«Tutto quello che posso fare è essere me stesso, chiunque io sia.»

Rispettando la sua personalità, si è sempre tenuto lontano dall’attualità. Ma nel 2020 ha venduto i diritti del suo intero repertorio musicale alla Universal per 300 milioni di dollari, registrando un bel record in questo campo. Che si stia cercando di adeguare alla realtà proprio ora?

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