Reportage di Nick Nichols e Jane Goodall. Le scimmie come noi

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"Brutal kinship" di Nick Nichols e Jane Goodall con gli scimpanzé
© National Geographic

Cosa hanno in comune un fotografo ed una biologa? Nulla. Ma quando il fotografo è Michael Nick Nichols , l’Indiana Jones della fotografia, e la biologa si chiama Jane Goodall, che ha trascorso buona fetta della sua vita a studiare le scimmie antropomorfe, le cose cambiano. Appartenenti a due mondi diversi hanno in comune la stessa concezione di rispetto per l’ambiente e per gli animali da osservare nel loro habitat naturale senza intervento umano. Nel reportage fotografico “Brutal kinship” per il National Geographic Nick Nichols e Jane Goodall mostrano la realtà evolutiva degli scimpanzé e la vicinanza/somiglianza genetica con l’uomo. Si consideri che tra le grandi scimmie antropomorfe ci sono anche scimpanzé e gorilla e vengono chiamate così in virtù della somiglianza anatomica con l’uomo.

«Cerco di rendere la fotografia il più interessante possibile, non di cambiarla.» – Michael Nick Nichols

Le immagini delle scimmie antropomorfe scattate da Nick Nichols. L’inizio del viaggio

Per realizzare le sue foto «il più realistiche e naturalistiche possibile”, Michael Nick Nichols si immergeva totalmente nell’habitat degli animali che intendeva fotografare per cogliere la naturalezza del momento. Creava quelle che lui definiva “trappole fotografiche”, con le macchine predisposte in automatico, mimetizzate nell’ambiente. Le fotografie degli animali erano vere, senza stravolgimenti o ritocchi in studio, per «preservare l’autentica natura selvatica», senza falsificare o modificare la realtà.

Da parte sua Jane Goodall aveva realizzato il sogno di sempre quando era riuscita fortunosamente a raggiungere l’Africa a 23 anni . «Sentii subito di appartenere totalmente a quel luogo», dirà anni dopo in un’intervista. Nel 1960 le venne affidato lo studio delle grandi scimmie antropomorfe del Parco Nazionale di Gomba Stream in Tanzania – in completa solitudine, soltanto nei primi tre mesi ebbe la compagnia della madre -. Dopo innumerevoli tentativi falliti e settimane di inutili appostamenti, alla fine la tenacia e la pazienza di Jane Goodall riuscirono a scalfire la naturale diffidenza degli scimpanzé. Si aprì un mondo.

Le sue osservazioni sul campo fornirono importanti e rivoluzionarie scoperte alla scienza. Ognuno aveva una sua precisa personalità e individualità, ed erano capaci di creare legami affettivi e di supporto. Erano soprattutto in grado di costruire utensili, ritenuta sino ad allora prerogativa soltanto umana. Ad esempio uno scimpanzé per catturare le termiti riuscì ad adattare un ramo per tirarle fuori dal termitaio. Pure c’era in loro, come avviene talora nell’uomo, un lato oscuro: alcune femmine divoravano i cuccioli delle altre per affermare la loro supremazia nel gruppo.

“Brutal kinship” di Michael Nick Nichols e Jane Goodall su cosa ci separa dalle scimmie

Nel 1989 Nick Nichols , che aveva già realizzato un’esperienza fotografica con i gorilla di montagna, venne interpellato da Jane Goodall per effettuare insieme un reportage sugli scimpanzé destinato al National Geographic. Lo scopo era di far conoscere meglio e ad un pubblico più vasto i risultati della sua ricerca. Erano entrambi già affermati nei rispettivi campi, vincitori di premi ed onorificenze a livello internazionale.

Il progetto “Brutal kinship” andò in porto. L’intento comune era quello di far conoscere la vita degli scimpanzé e le loro dinamiche sociali per preservare la specie messa in pericolo dallo sfruttamento selvaggio dell’uomo. Era come un grido di dolore e di speranza. La situazione in Africa per gli scimpanzé era tragica: un ex nazista li catturava per venderli al commercio biomedico, altri venivano catturati per intrattenimento o per l’effettuazione di esperimenti in loco.

Il primo approccio con l’Africa per Nichols non fu dei migliori: tifo, malaria, epatite ed infine uno stufato di pipistrello che lo condusse quasi alla morte. Ricordò che mentre entrava ed usciva dal coma Grub, il figlio di Jane, che lo aveva accompagnato nei primi sopralluoghi, gli aveva tenuto la mano come uno di famiglia. La grande ammirazione ed il rispetto che Michael Nichols nutriva per Jane Goodall traspaiono dai suoi scatti, che sembrano rubare momenti intimi tra la donna, che ha deposto i panni di scienziata e studiosa, e l’animale che, vinte paure e ritrosie, pare leggere nel cuore di colei che ha di fronte. Dagli scatti Jane sembra ripeterci il suo mantra.

«Sicuramente dovremmo trattarli con la stessa considerazione e gentilezza che mostriamo nei confronti degli esseri umani.»

Cosa fanno le scimmie antropomorfe e come si comunica con loro? 

Emblematico l’episodio di Gregoire, chiuso in gabbia dal 1945 e vissuto in solitudine per decenni. Aperta la porta sigillata dalla ruggine, ecco il vecchio scimpanzé, tremante e mezzo cieco. Jane rispetta i suoi tempi e indossa due camicie perché sa già che lui avrebbe voluto pulirla, come si fa con i bambini. In una situazione che creava qualche timore, perché non erano prevedibili le reazioni dello scimpanzé recluso, la biologa è tranquilla ed a suo agio. La foto di Gregoire con Jane fuori fuoco è emblematica del fatto che per lei la natura e gli animali erano da mettersi al primo posto.

In questa esplorazione ed interfaccia tra scimpanzé e umani, Jane offre i suoi capelli da tirare a Jou Jou, in un gioco espansivo ma controllato . Ed ancora, seduta accanto a loro, guarda con affetto una famiglia di primati.
Dirà di lei Nichols che «sa come disarmarsi», cioè di come riusciva a vincere le sue paure ed a presentarsi con semplicità agli animali che studiava non per mero interesse scientifico, ma per imparare a conoscerli e farli conoscere, per salvare loro ed il loro habitat.

Contrariamente alla prassi, in questo progetto fotografico non è il fotografo a decidere quando fermarsi, bensì il soggetto fotografato. Quando Jane dice basta per quel giorno, Nichols sa che è così e non si può né si deve fare altrimenti. Il fotografo non ha mai diretto la Goodall, si è limitato ad assisterla, perché «se rimani con lei abbastanza a lungo, farà qualcosa che rende la fotografia potente».

Jane Goodall aiuta uomini e animali a convivere

Jane Goodall tratta tutti come individui, senza voler cambiare la loro mente. Lavoratrice instancabile, ha usato la sua fama per perseguire i suoi obiettivi abbandonandosi agli abbracci della gente e degli animali senza timore ma anche senza incoscienza. È stata capace di compiere scoperte etologiche fondamentali senza conoscenze accademiche in questo settore, grazie ad una sensibilità fuori dal comune. Far capire che noi e le grandi scimmie antropomorfe siamo più simili di quello che crediamo e che pertanto meritano rispetto quanto gli esseri umani.

Dirà Nichols in una intervista: «Jane mi ha insegnato che spesso do giudizi di valore». Considerava cioè la gente in base a ciò che rappresentava. Con Jane aveva imparato a guardare la gente per quello che è. Il fotografo e la biologa studiosa degli animali hanno vissuto un’esperienza unica, che li ha uniti in una condivisione di intenti e che si respira appieno nelle pagine del libro “Brutal kinship”.

Numerose sono le iniziative a livello internazionale che Jane Goodall ha portato avanti in difesa dell’ambiente e della fauna nel corso della sua eccezionale esperienza. Si è interessata e lasciata coinvolgere anche da altre cause, come i diritti umani in Africa, soprattutto a favore delle donne, nell’ottica di una crescita sostenibile.

«Per me è ancora un’icona, solo un po’ più intima» – Michael Nick Nichols

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