“Cadere” di Carlos M. Alvarez. Un’implosione privata e nazionale

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"Cadere" di Carlos Manuel Alvarez

La generazione in cui si inserisce la voce di Carlos Manuel Alvarez (che ha pubblicato su “The New York Times”, “The Washington Post” ed è fondatore di “El Estornudo”) racconta una Cuba contemporanea lontana e distaccata dai valori della Revolución che ha le sue radici nel decennio degli anni Cinquanta. “Cadere” di Carlos Manuel Alvarez è un racconto molto breve ma intenso, dove una polifonia di voci esprime la sofferenza dovuta al declino economico degli anni Novanta e l’allentamento della dittatura. 

«Mangiavamo per terra, tanto per dirne una. Non avevamo un tavolo. So che sembra incredibile, tutti hanno un tavolo, ma noi eravamo così poveri da non avere neanche quello. A me andava bene così. Quanti anni avevo? Quattro, cinque? Non mi importava, per me era tutto una festa. Di fatto, credevo l’unica cosa che si può credere a quell’età, e cioè che il mondo era stato progettato senza un tavolo in sala da pranzo.»

“Cadere” di Carlos Manuel Alvarez. Disillusione e ideologia

L’atmosfera di una nuova epoca di disillusione si scontra con la figura del padre, Armando, che incarna senza riserve i valori dell’ideologia del regime di Castro.

«la differenza è che i miei capi sono corrotti mentre io sono un capo onesto e irreprensibile, come Che Guevara che una volta andò in visita a una fabbrica di biciclette e l’amministratore ruffiano gliene volle regalare una per la figlia e il Che lo prese a male parole, dicendogli che quelle biciclette non erano sue, dell’amministratore cioè, ma dello Stato e lui non poteva regalarle. » – Armando

Con un triste sarcasmo, l’uomo si trova trascinato nel domino de Los caidos (“I caduti”, titolo originale in spagnolo) con tutta la sua famiglia. La moglie e l’unica che non cade, non solo metaforicamente, ma anche fisicamente. I due figli sono l’estremo opposto delle tendenze del padre e della madre, che tacitamente ha sempre dissentito e rifiutato il regime. E queste quattro voci raccontano spesso le stesse scene da diversi punti di vista, in un caleidoscopio che porta a chiedersi “chi ha ragione?”. Una famiglia implosa come la società, che solo nella sofferenza si salda, nella fame, nella malattia senza spiegazione in cui la madre si rifugia. 

«Vidi la mano degli anni duri soffocarci e vidi che nessuno vedeva che io vedevo, né che mio fratello cominciava a vedere pure lui, nessuno lo vedeva tranne me. E glielo dissi: Lo vedi, adesso, vero? Avrà avuto sette, forse otto anni. Mio fratello è di quelli che hanno iniziato a vedere molto presto. E mi disse: Sì, lo vedo. Dal nostro metro e qualcosa di statura vedevamo tutto ciò che succedeva lì sopra, nel mondo degli adulti.»

Una descrizione taciturna di Cuba

Alvarez in poche pagine dipinge una angosciante storia familiare di fallimenti, cadute, delusioni, ma per un lettore “occidentale” qualcosa manca. Un qualcosa che non mancherà a chi conosce profondamente Cuba, chi la ama e ci abita e potrà cogliere tutte le sfumature storiche e culturali del Paese che non vengono analizzate. -Né si richiede necessariamente che lo siano.-

Una leva militare obbligatoria, ricevere telefoni e televisori in base a delle votazioni: il sentore dei residui di un regime a noi estraneo. Chiaramente lascia perplesso sapere che, in un Paese all’epoca povero, i beni tecnologici venissero affidati dallo Stato a specifiche famiglie che a loro volta dovevano condividerli con i coinquilini. Questo è quanto traspare dalle pagine del libro, anche se, come abbiamo detto, la collocazione temporale non è tanto definita come quella geografica, verso la fine degli anni Novanta e i primi del Duemila.

Ciò che appare lampante è il racconto di un dramma privato in un dramma condiviso e nazionale. Tra gli episodi difficili da comprendere per chi non ha familiarità con la storia e le usanze, c’è la scena in cui Mariana accetta il petto di pollo datole dalla madre di un allievo durante la sua carriera da insegnante e durante “gli anni duri”.

Il parallelismo tra la famiglia e il pollo

Il pollo come simbolo ritorna spesso nel romanzo, si pensa a Que le den candela”, una canzone che «parlava di una vecchia gallina che all’inizio nessuno voleva mangiarsi ma che poi tutti finivano per contendersi» interpretata da Celia Cruz.

«Le cause del cannibalismo tra i polli possono essere diverse: l’eccesso di calore, la sovrappopolazione degli allevamenti, soprattutto nei pressi degli abbeveratoi e delle mangiatoie, la mancanza di proteine e la cattiva alimentazione. Anche i polli deboli o scemi soffrono molto. Nella gabbia di acciaio, il vizio della noia è ereditario. E questa, la noia, è la ragione principale per cui i polli inoffensivi, i polli terribilmente inoffensivi, i polli mortalmente inoffensivi, finiscono per beccarsi tra loro, mangiandosi le viscere.»  – “Cadere” di Carlos Manuel Alvarez

Se da un lato il pollo è incarnazione dello scisma tra i genitori e i figli in quello che è essenzialmente un riuscito racconto famigliare, dall’altro è proprio l’inafferrabile sapore di quelle latitudini, dove polli cannibali e membri della stessa famiglia si mangiano tra loro. Diego non accetta la malattia di sua madre e la rabbia, la figlia e la sua ipocrisia, trascinati sulla stessa strada percorsa dai genitori, costretti ad affacciarsi su un vuoto immenso e incolmabile.

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