Cecilia Paredes porta il camuflage in fotografia - il Chaos

Cecilia Paredes porta il camuflage in fotografia. Nascondersi è mostrarsi

Camuflage di Cecilia Paredes

La fotografia di Cecilia Paredes immagina una realtà accogliente nella quale immergersi e perdersi. Una realtà in cui l’azzerarsi delle disuguaglianze genera armonia e consonanza di vibrazioni positive. Fondendo insieme le potenzialità espressive di boby art, performance e fotografia, l’artista utilizza il proprio corpo per creare immagini esteticamente carezzevoli quanto simbolicamente stratificate.

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La fotografia di Cecilia Paredes cerca l’identità nella vulnerabilità della Natura

Nata a Lima, Perù, agli inizi degli anni ‘50, Cecilia Paredes è una body artist, performer e fotografa che si è distinta nel panorama artistico contemporaneo grazie al camuflage e alle camaleontiche trasformazioni. Si è calata nella pelle di armadilli, pesci, uccelli, raccontando la storia di una Natura meravigliosa quanto vulnerabile.

Assumendo le sembianze degli animali più svariati l’artista si è fatta, e continua a farsi, portavoce delle difficoltà che affliggono la loro esistenza -difficoltà spesso causate dai comportamenti sconsiderati del essere umano-. L’intento delle sue performance, scrupolosamente documentate da scatti fotografici, è quello di coinvolgere l’osservatore in un’esperienza empatica, di indurlo a scoprire negli animali una propria responsabilità e portarlo a domandarsi di conseguenza qual è il proprio ruolo nel mondo. Oltre alla tematica ecologista e animalista, Cecilia Paredes trasmette attraverso le proprie opere un messaggio di rispetto e amore.

“Landscape” sull’integrazione 

Tra le serie fotografiche più apprezzate, emerge “Landscape” di Cecilia Paredes. Un progetto tramite il quale interpreta una questione delicata come l’integrazione. I “Paesaggi” realizzati si presentano apparentemente come semplici sfondi, spesso floreali e variopinti, con i quali l’artista si fonde grazie un minuzioso lavoro di camouflage.

Ore e ore di sedute di trucco impiegate da una equipe di collaboratori servono a riprodurre sulla pelle dell’artista -nonché soggetto dell’opera- le stesse fantasie di carte da parati e tessuti. Il punto di vista dell’obiettivo della fotocamera completa il gioco illusionistico. In alcuni casi la mimesi è totale, cioè la corporeità della figura umana si perde completamente tra le trame dello sfondo, ma nella maggior parte degli scatti Cecilia annuncia la sua presenza lasciando visibili alcuni dettagli della sua fisicità, come i capelli, i suoi occhi ben puntati sull’obiettivo, le sue mani.

La poetica nel camuflage di Cecilia Paredes

La fusione che mette in opera l’artista rifugge la semplice funzione illusionistica ed estetica per investirsi di un significato sociale e culturale. La differenza che si misura infatti tra i lavori di Cecilia Paredes e quella di altri artisti che realizzano esperimenti simili -come ad esempio Liu Bolin- risiede proprio nella fine poetica dell’opera. È proprio il filtro della poetica di Cecilia Paredes a tramutare i pattern più variopinti da semplici sfondi in orizzonti che abbattono i confini della materialità. L’artista non mira a nascondersi, ma la sua ricerca ragiona sul rapporto tra interiorità e materialità, tra l’Io e l’altro, tra individuo e contesto sociale.

Tale tematica trova certamente giustificazione nelle vicende biografiche dell’artista. Cecilia infatti iniziò a lavorare al progetto nel 2005, l’anno in cui si trasferì dal Costa Rica agli USA, tuttavia il suo desiderio d’integrazione dovette accentuarsi in lei quando fu costretta, a causa del suo attivismo politico, a lasciare il suo paese d’origine.

«Attraverso questo atto, sto lavorando sul tema della costruzione della mia identificazione con il contesto o la parte del mondo in cui vivo, che sento di poter chiamare casa» – Cecilia Paredes

Lasciata la propria casa si trasferì prima in Messico e poi in Costa Rica, dove visse col marito ben 25 anni, sviluppando un particolare attaccamento nei confronti di questa nazione. Tale attaccamento viene palesemente dichiarato dalla frequenza con cui le orchidee, il fiore nazionale del Costa Rica, affolla le opere dall’artista. Le sue creazioni hanno una stretta connessione con la sua persona e il suo vissuto, ma l’universalità dei sentimenti che esprime le rendono uno specchio dal riflesso familiare in cui chiunque riesce a riconoscersi.

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