Charles Baudelaire tra pessimismo e Bello assoluto

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Charles Baudelaire

Charles Baudelaire rappresenta il perno del profondo rinnovamento poetico su cui si innesta non solo il movimento decadente e simbolista, ma anche la poesia novecentesca. Secondo la sua idea, il vero poeta deve essere un dandy, in quanto «suprema incarnazione dell’idea di bello trasposta nella vita materiale». Per definirsi tale, il vero poeta deve farsi interprete della propria epoca.

Charles Baudelaire e il Bello assoluto

Se volessimo dare spazio alla maggioranza delle teorie che hanno riguardato la vita di Baudelaire, sicuramente non basterebbero pagine e pagine di inchiostro digitale; per tale ragione ci limiteremo a tracciarne un quadro quanto più generale e completo possibile. Per Baudelaire il Bello assoluto è da intendersi solo come tensione ideale, costretto a incarnarsi di volta in volta nel tempo, subendo così le variabili della moda e del gusto. Per tale ragione in ogni epoca, l’opera d’arte appare tanto più apprezzabile quanto si ritrova in essa la propria modernità. Il Bello, nella sua accezione, appare simile a quello teorizzato da altri critici come Delacroix, che afferma.

«Non ci sono gradi nella bellezza, cambia solo la maniera di essere bello. I gusti particolari, e non il gusto, decidono le preferenze di quel che è bello.»

Un ulteriore affinità lega Baudelaire all’americano Edgar Allan Poe, secondo il quale la bellezza non è una qualità, ma un effetto di «intensa e pura elevazione dell’anima, che trova il suo acme nella malinconia». Aderendovi intimamente, Baudelaire definisce l’immaginazione secondo Poe come una facoltà quasi divina, che è in grado di percepire al primo colpo i rapporti intimi e i segreti che si celano dietro le cose.

Il pessimismo psicologico e “il fanale senza luce”

Il secolo ottocentesco è il secolo del radicato pessimismo, quantomeno verso la fine, facile da rinvenire con epiteti differenti: disperazione, malinconia, lutto, spleen o “male del secolo”. È la rassegnazione, con prevalenza della pietà sul risentimento.

«Chi trova che tutto sia male. Si dice talvolta di chi, in tempi di dissidi politici, si aspetta quel che considera un bene solo dall’eccesso di male.»

De Maistre, invece, essendo prima di ogni cosa pessimista, scrive.

«Non c’è che violenza nell’universo; ma noi siamo corrotti dalla filosofia moderna che ci ha detto che “tutto è bene”, mentre invece il male ha tutto insozzato e in un senso verissimo si può dire che “tutto è male”, poichè nulla sta al proprio posto.»

Il pessimismo psicologico di fine XIX secolo, si riallaccia a un disagio avvertito ben prima nella storia e a causa della storia. Tra gli indiscussi elementi volti a definire il tratto pessimistico di Charles Baudelaire, non possiamo fare a meno di evidenziare la contestazione permanente della legge del progresso, “fanale senza luce”, come lui lo chiama, in una recensione dell'”Esposizione universale” del 1855. Baudelaire, senza mezzi termini, definisce il culto del progresso come “la dottrina dei pigri”, in quanto non crea le condizioni necessarie per una morale dell’azione. Il culto del progresso potrebbe dunque provocare – secondo il suo pensiero –  un eccessivo adagiamento sociale, e non sarebbe più in grado di spingere individui ad agire e a scoprire, rimboccandosi le maniche.

“Les fleurs du mal” di Baudelaire

La raccolta poetica “Les fleurs du mal” è la rappresentazione più emblematica di tutto il percorso letterario – e anche pessimistico – di Charles Baudelaire. Nelle sue svariate edizioni, la raccolta conta 99 poesie divise in cinque sezioni. Riprendiamo qui di seguito gli ultimi versi di quella che più ci ha incantato, “A una passate”.

Un éclair… puis la nuit! – Fugitive beauté
Dont le regard m’a fait soudainement renaître,
Ne te verrai-je plus que dans l’éternité?

Ailleurs, bien loin d’ici! trop tard! jamais peut-être!
Car j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais,
O toi que j’eusse aimée, ô toi qui le savais!

Un lampo, poi la notte! – Bellezza fuggitiva 
dallo sguardo che m’ha fatto subito rinascere, 
ti rivedrò solo nell’eternità? 

Altrove, assai lontano di quì! Troppo tardi! Forse mai! 
Perchè ignoro dove fuggi, né tu sai dove io vado, 
tu che avrei amata, tu che lo sapevi! 

Un incontro casuale, immediato, che si tramuta in un avvenimento sconvolgente, che è rapidamente inizio e fine, intesa immediata e brusca rottura, promessa di felicità e subitaneo disinganno. Il poeta, dapprima stretto tra la folla, vede improvvisamente una donna. La guarda, si isola, si contrae. Un lampo, un’intesa fulminea e precaria poichè la donna passa, si allontana e scompare per sempre. Due destini che si incrociano per caso e per un momento, per poi ritornare subitaneamente a divaricarsi. Un’invocazione finale che ha dunque tutta l’amarezza, la disperazione per una felicità intravista, assaporata, e subito dopo perduta. Un episodio, quello di questo componimento poetico, occasionale e anche piuttosto banale, che sembra così elevarsi ad un simbolico paradigma della condizione umana, che nel mondo di Baudelaire, col suo tratto pessimistico, è sempre, terribilmente, presente.

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