Ciao, Ezio Bosso. Un artista autentico fino alle lacrime

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Ezio Bosso. Musica classica

È il 15 maggio di un’insolita desolata primavera a Bologna. Il cielo ormai da giorni è cupo e mesto, grossi nuvoloni come cumuli di fuliggine sovrastano in cielo, in un’atmosfera di lutto non ancora annunciato. Da lì a poco si spargerà la notizia: la scomparsa del grande Maestro, pianista, compositore, direttore d’orchestra Ezio Bosso.

La società musicale e l’intero mondo ne onora l’animo e la passione, con l’amara consapevolezza di aver salutato non solo un artista che ha dato tutto sé stesso alla musica, ma che ha dato tutto sé stesso alla società e ad ogni individuo che si sia mai soffermato a prestare orecchio alla sua di musica, vera, intima, come pezzi della sua stessa anima.  Ed infatti questo non è un addio vero e proprio, per citare le sue parole «la dodicesima stanza non è l’ultima…» , tratto dall’antica teoria che ispirò il suo primo disco ufficiale da solista “The 12th Room”. In ogni stanza, si svolge una fase della vita, alcune talmente remote da non poter ricordarle e, dopo l’ultima, si può ritornare alla prima. E così, ricominciare.

«Per me la morte non esiste, è una parte della vita. La musica è una fortuna, ed è la nostra vera terapia.»

Ezio Bosso Maestro di musica e di vita

Ezio Bosso non lo si può ricordare se non come un’anima libera, impossibile da afferrare ed intrappolare. Il suo spirito trascendeva la gabbia della sedia a rotelle, del corpo che smetteva di rispondergli, era capace di questo. A primo impatto emergevano le sue incredibili doti più che le sue sfortune, più di tutto la sua inesauribile passione per la musica e per le persone. Per questo motivo ha continuato a combattere anche in quarantena, l’ennesimo gigante da sconfiggere, che gli impediva di estendersi tra i mille progetti – tra cui un prossimo concerto programmato all’Arena di Verona, con la Nona di Beethoven -. Tra le molte lotte che affliggevano la sua salute, la sindrome neuro-degenerativa avanzava anche durante la quarantena, la stessa che nell’autunno del 2019 gli aveva imposto di allontanarsi definitivamente dagli adorati tasti del pianoforte, strumento tanto amato e con il tempo quasi un’ossessione.

Ed è qui forse il messaggio più bello che poteva lasciare Ezio Bosso, quello di non lasciarsi mai abbattere dalle avversità che ci impone una natura crudele e priva di considerazione. La sua filosofia di vita era quella di raccogliere i momenti belli e di usarli come “maniglie” nelle situazioni senza via d’uscita. Spesso, diceva, a furia di parlare del buio pensiamo che la luce non esista più. Quindi non la cerchiamo, non la ricostruiamo. Invece bisogna sempre ricordarsi che si può fare di meglio, si può vivere meglio. La musica, per Ezio, era la maniglia fondamentale per rialzarsi dal buio, e l’orchestra, dal primo all’ultimo strumento, il prototipo perfetto di una società migliore. Ognuno fa la propria parte ed ognuno si migliora di volta in volta per permettere all’insieme di creare cose straordinarie.

«Sono in ogni nota che ho curato
Esisto in ogni nota insieme
Alle mie sorelle e fratelli
Figli o nipoti
Sono ogni nota studiata
Suonata e donata
Amata
perché non c’è nota che non ami
E che non abbia amato (…)
»

-Ezio Bosso, poesia dedicata alla sua orchestra dalla quarantena

La sua lotta per la musica “libera” 

Ciò che accadeva sul palco tra il direttore Ezio Bosso e l’orchestra intera rappresentava uno dei momenti intimi dell’essenza di un uomo. Eppure tra le diverse battaglie per la sua salute fisica non mancavano anche quelle contro i pregiudizi. Fin dall’infanzia gli avevano sempre detto che un “povero” non può fare il direttore d’orchestra, non può diventare musicista. Che un figlio di operaio deve fare l’operaio. Ezio da sempre lottava contro i pregiudizi, già prima della sua malattia.

Voleva essere riconosciuto come un uomo di musica, non un musicista reso famoso dalla sua disabilità, come avevano erroneamente disegnato di lui i mass media durante un’edizione di Sanremo. Le sue problematiche erano impossibili da negare, lo sapeva bene, ma se di lui volevano vedere solo una sedia a rotelle, avrebbero continuato a vedere solo quella. Ezio era contrario alla speculazione cosiddetta classicista: lui, la musica classica, la definiva piuttosto “libera”. Fare musica classica, aveva dichiarato, oggigiorno è un gesto rivoluzionario perché non basta farla bene, deve trascendere da schemi e regole per arrivare all’orecchio della gente.

«Io la carriera me la sono guadagnata, la disciplina che ho appreso allora, oggi mi guida e mi aiuta a convivere coi miei dolori.»

La musica classica grande rimedio alla vita

La stessa malattia che non era riuscita a cancellare trentasei anni di studio, una memoria eidetica, con cui a volte era difficile convivere, e un orecchio capace di distinguere le note di ogni strumento. Eseguiva ogni spettacolo a memoria, dava uno sguardo veloce prima dell’esibizione ai passaggi che poteva migliorare, li “accarezzava” con le dita, per dimostrare che aveva rispetto di ogni nota.

Questo era e continuerà ad essere Ezio Bosso, un uomo che sentiva il compito di spiegare e avvicinare ogni persona alla straordinarietà della musica, per mostrare che non deve essere per forza un’entità spaventosa, ma che è piuttosto purificatrice dell’anima, capace di raggiungere individui in ogni parte del mondo e di emozionarli tutti allo stesso modo, fino alle lacrime. Cercava di spiegare ed avvicinare il pubblico ad artisti solitamente considerati ormai lontani, come Beethoven – che chiamava il suo papà musicale –. Per farlo, invece di usare mille parole, preferiva alzare la sua bacchetta, proprio come un mago, e all’improvviso appare chiara la bellezza intrinseca di ogni più piccola cosa.

«La musica insegna la cosa più importante: ascoltare. E si può fare in un solo modo, insieme.»

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