Confessioni di una maschera di Yukio Mishima. Crisi della dualità

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"Confessioni di una maschera" di Yukio Mishima

Il nazionalismo e il tradizionalismo permeano le pagine di “Confessioni di una maschera” di Yukio Mishima (pseudonimo di Kimitake Hiraoka). Non a caso Alberto Moravia lo definì  un “conservatore decadente”.  Il romanzo semi-autobiografico del 1949 gli permise di farsi conoscere al grande pubblico e fu accolto positivamente dalla critica.

“Confessioni” preannuncia tutti i temi principali delle opere successive. La tetralogia “Il mare della fertilità” e il mediometraggio “Partiottismo” del 1966 rappresentano un’anticipazione del suo suicidio rituale tramite sepukku, il 25 novembre 1970. Tutta l’arte di Yukio Mishima incanala i suoi sforzi in un’ideale: un coerentissimo nazionalismo nipponico. “Confessioni di una maschera” trasporta il lettore nella mente e nel cuore di un complicato protagonista (di cui non viene mai svelato il nome) che, così come l’autore, una volta cresciuto rimpiange un’infanzia passata e irrecuperabile.

«mentre la contemplavo, sentii la mano dell’addio con cui l’infanzia prendeva commiato da me»

“Confessioni di una maschera” di Yukio Mishima in tensione tra poli opposti

Si porterà i residui di quel tempo passato per tutta la sua vita. Inizia a pensare che questa “brutta abitudine” di crescere e maturare possa essere causa del suo male, e a questo si aggiunge la morbosità che suscita in lui eccitazione. Il “San Sebastiano” di Guido Reni è la massima espressione di bellezza e sensualità, così come tutte le visioni di morte e tortura in cui si rifugia ogni volta che cerca di sfuggire a delusioni, fallimenti, aspettative altrui.

Due spinte contrarie animano il ragazzo. Da un lato vuole vivere la propria natura con le sue pulsioni, anche se in solitudine e mai palesate all’altro. In senso opposto insegue e ricerca una “normalità” irraggiungibile sia per cause interne che esterne. Oltre all’ostacolo rappresentato dalla sua stessa duplicità, c’era la Seconda Guerra Mondiale imperversante che straziava il Paese: un Giappone nel 1945 che vede le bombe atomiche, la povertà, la chiamata alle armi da cui si è esonerati solo per gravi motivi di salute.

«Mentre stavo lì a guardare, fui sopraffatto all’improvviso da un malessere, un tormentoso, inesplicabile malessere. Somigliava al capogiro che avrebbe potuto venirmi dall’osservazione prolungata della sbarra oscillante, ma questo non c’entrava per niente. Doveva trattarsi d’una vertigine mentale, di un’irrequietezza in cui il mio intimo equilibrio rischiava di essere distrutto dalla vista di ciascun movimento pericoloso di Omi. E questa mia instabilità era resa ancor più precaria dal fatto che nel suo interno due forze contrarie cercavano di attirarmi, lottando per ottenere la supremazia. Una era l’istinto di conservazione. E la seconda forza – che mirava, anche più profondamente, più strenuamente, alla totale disintegrazione del mio equilibrio interiore – era una spinta al suicidio, quell’impulso sottile e segreto a cui un individuo si arrende spesso inconsciamente.»

Un futuro inesistente e un “qui e ora” doloroso 

Nasce la paura confortante che non c’è bisogno di preoccuparsi per il futuro. Non ci sarà la possibilità di non soddisfare le aspettative, perché la vita dopo i vent’anni non continuerà. La morte spazzerà via tutto, e non è necessario nemmeno ricorrere al suicidio. Nonostante tutte queste solide certezze, continua a vivere la sua vita nell’attesa dell’inevitabile.

È proprio nella quotidianità che il protagonista indossa maschere goffmaniane, non per una comunicazione interpersonale strategica, ma per nascondere il vero sè. Calcola quali dovrebbero essere le sue reazioni di fronte ad un incontro, una emozione, un interesse, ma si ritrova di fronte ad insuccessi che spiega col modello di Magnus Hirschfeld, medico e scrittore militante del primo movimento omosessuale. Precisamente si rifà alla teoria del “terzo sesso, che risulta essere proprio l’identità che il protagonista cela.

«La vita è un palcoscenico, dicono tutti. Ma non sembra che la gran maggioranza sia ossessionata da quest’idea, o perlomeno non sembra che lo sia in una fase precoce come successe a me. Addirittura alla fine dell’infanzia ero fermamente convinto che quella massima corrispondesse alla verità, e che io avrei dovuto recitare la mia parte sul palcoscenico senza mai tradire, neppure una volta, il mio autentico io.»

L’arte di ingannarsi e il rapporto con le donne

Ed è così che diventa esperto nell’arte di ingannarsi, con la convinzione di veder nascere in sé sentimenti che in realtà sono fittizi. Si rivelano frutto della scissione tra amore sensuale, che diventa un’ossessione inesprimibile e inespressa,  e platonico, che invece ha la possibilità di sperimentare. Il protagonista si convince quindi di poter amare una ragazza senza nemmeno provare l’ombra del desiderio, apparendo un adulto «che ha fatto indigestione di donne».

«Benché fossi ancora così giovane, non sapevo che cosa volesse dire provare il sentimento cristallino dell’amore platonico. Era una disgrazia? Ma che significato poteva avere ai miei occhi una disgrazia del genere? Il vago malessere in margine alle mie sensazioni sessuali aveva reso virtualmente il mondo della carne un’ossessione per me. In sostanza la mia curiosità era prettamente intellettualistica, non troppo discosta dal desiderio della conoscenza, ma divenni esperto nel convincermi che fosse l’incarnazione del desiderio carnale. E come se non bastasse, mi perfezionai talmente nell’arte d’ingannarmi, che finii col potermi considerare un essere dalla mentalità davvero lubrica.»

Il doversi confrontare con la realtà delle cose – l’incontro fisico con l’Altra, il matrimonio, le responsabilità – scuote le fondamenta della sua esistenza. Gli provoca null’altro che dolore e rimorso per ingannare chi, con tanta intensità, gli sta vicino. È una aritmetica complicata quella che anima il protagonista, il quale non riesce a distaccarsi dall’unica figura femminile che suscita in lui interesse, sebbene non sessuale.

La forza nel lasciare andare. “Confessioni di una maschera” di Yukio Mishima

Ritorna qui la coerenza dell’arte di Mishima: la porta non può restare aperta a metà, bisogna lasciare andare. In “Confessioni di una maschera” di Yukio Mishima è affascinante come anche il linguaggio – in questi romanzi sempre delicato, anche nelle descrizioni più intime – palesi l’opposizione tra amore sessuale e l’amore platonico e asessuato.

«Un diagramma medioevale della lotta fra anima e corpo per rendere chiaro il mio pensiero: c’era in me uno spacco, puro e semplice, fra spirito e carne. Sonoko mi appariva la personificazione del mio amore della normalità, del mio amore delle cose dello spirito, del mio amore delle cose imperiture. Ma una spiegazione così elementare non toglie di mezzo il problema. Le emozioni non hanno simpatia per l’ordine fisso: anzi, simili a particelle infinitesime nell’etere, svolazzano liberamente di qua e di là, fluttuano alla ventura, e preferiscono ondeggiare in perpetuo.»

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