“Così parlò Bellavista” scopre il teatro con Geppy Gleijeses

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Così parlò Bellavista con Geppy Gleijeses

“Così parlò Bellavista”, curato da Geppy Gleijeses, adatta per il teatro l’omonimo film di Luciano De Crescenzo, a sua volta trasposizione del romanzo del 1977-. La commedia in scena al teatro Augusteo di Napoli, rimane fedele, entro i limiti possibili, alla pellicola del 1984. Ritornano le scene iconiche, come quella del cavalluccio rosso o della lavatrice.  Il professore è interpretato dallo stesso Geppy Gleijeses -che nel lungometraggio era invece Giorgio -, affiancato da bravissimi attori, tra cui Marisa Laurito, Gigi De Luca e Benedetto Casillo -che torna nel ruolo di Salvatore-.

«Napoli, con il suo spirito d’adattamento, è forse l’ultima speranza che ha il genere umano per sopravvivere.» – Bellavista 

“Così parlò Bellavista” con Geppy Gleijeses. La filosofia del professore 

«Napoli è una città romantica.» – tassista 

Durante le lezioni del professore e i dialoghi con gli altri, “Così parlò Bellavista” mostra diversi aspetti della società e in particolare di Napoli. Il dialetto, a cui spesso fa ricorso, dà più enfasi alle sue parole. Gli uomini vengono divisi in due categorie: uomini d’amore e uomini di libertà. I primi a Natale preferiscono il presepe, i secondi invece l’albero. Gli uomini di libertà preferiscono stare da soli, proprio per essere più liberi. Quelli d’amore vogliono stare insieme, condividere le cose gli uni con gli altri. Il tema della condivisione si rifà subito all’argomentazione sulle corde per stendere i panni: qualcosa che collega tutte le case tra loro. La gente comunica per mettersi d’accordo su chi deve stendere i panni e quando. Si crea quindi un’unione tra i vicini in una organizzazione armoniosa. 

«Io da piccolino pensavo che i panni si stendevano al sole per festeggiare qualcosa, come se fossero bandiere. E ancora oggi tutti questi panni mi danno allegria. Non ho mai capito perché in certi quartieri signorili è proibito stendere i panni all’esterno. Il fatto poi che a Napoli queste corde legano tutte le case l’una all’altra è una cosa veramente importante. Ma voi ci pensate? Immaginate per un momento che il Padreterno volesse portarsi in cielo una casa di Napoli. Con sua grande meraviglia si accorgerebbe che, piano piano, tutte le altre case di Napoli, come fossero un enorme gran pavese, se ne vengono dietro alla prima, una dietro l’altra: case, corde, panni, canzone ‘e femmene e allucche ‘e guaglione.» – Bellavista 

I discorsi sulla realtà ambivalente di Napoli

Tuttavia in “Così parlò Bellavista” i discorsi del professore non mostrano solo le bellezze della città, ciò che la fa amare e la rende particolare agli occhi dei turisti. Nel suo discorso al camorrista, Bellavista rende evidente un’altra realtà della città e ne parla senza filtri. 

«Siete napoletani e ammazzate Napoli. Eh già, perché ci sono i commercianti che falliscono, le industrie che chiudono, i ragazzi che sono costretti ad emigrare… Ah, po’ vulevo dì ‘n’ata cosa: ma tutto sommato, nun è che fate ‘na vita ‘e mmerda? Perché penso io: Gesù sì, fate pure i miliardi, guadagnate, però vi ammazzate tra di voi, e poi anche quando non vi ammazzate tra di voi, ci sono le vendette trasversali, vi ammazzano le mamme, le sorelle, i figli. Ma vi siete fatti bene i conti? Vi conviene?» – Bellavista 

Luciano De Crescenzo attraverso il suo romanzo e la sua pellicola, ed ora anche attraverso lo spettacolo teatrale, descrive la città di Napoli in diversi aspetti. E Geppy Gleijeses ha preferito non riadattare l’opera al presente, perché le tematiche restano ancora attuali. 

«Dotto’ quando parla Bellavista è cassazione.» – Salvatore 

Le scelte per scenografia, luci e musiche 

Oltre agli insegnamenti e alla filosofia che Bellavista dona ai suoi discepoli tra una risata e l’altra, ci sono numerosi elementi che rendono unica la trasposizione teatrale. Un esempio evidente è la scenografia realizzata da Roberto Crea. All’apertura delle tende rosse gli spettatori si trovano davanti il palazzo dello Spagnolo, monumentale edificio in stile barocco napoletano.

La scena si sviluppa su più piani e nella platea, creando un’interazione con il pubblico. Al piano terra viene rappresentata la maggior parte delle sequenze. L’intera larghezza del palco si piega all’esigenza creativa ponendo le scene ai lati per evitare un’interruzione nel piano narrativo e nella rappresentazione. Così, mentre vengono sistemati gli oggetti di scena della nuova sequenza, la luce è ancora focalizzata su quella che sta per terminare: in questo modo si crea continuità tra gli eventi, proprio come in un film.  

«’a libertà, ‘a libertà, pur o pappavall l’adda pruvà.»  Luigino 

I personaggi si muovono tra le scale e portoni, entrando e uscendo di scena, salendo al piano superiore, padroneggiando in questo modo tutto lo spazio messo a disposizione. Anche le luci a cura di Luigi Ascione giocano un ruolo fondamentale. Cambiano colore e intensità in base alla scena rappresentata, dando alla recitazione una sfumatura più profonda. Nel momento di un ricordo passato, ad esempio, la scena viene invasa dal blu, il colore della memoria. Alle musiche spetta invece il compito di sottolineare l’emotività grazie al lavoro di Claudio Mattone che ha saputo ben amalgamare le sue nuove musiche con quelle originali.

«Siamo angeli con un’ala soltanto, e possiamo volare solo restando abbracciati.» – Luigino  

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