‘De André canta De André’, l’eternità di padre in figlio

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Concerto di Cristiano De André canta De André

“Storia di un impiegato”, il famoso concept album del 1973 di Fabrizio De André “sugli anni di piombo e sulla speranza di costruire un mondo migliore”, viene riprodotto dal figlio Cristiano in “De André canta De André. Storia di un impiegato” con nuovi sound moderni e attuali, ma sempre con lo stesso afflato paterno: la necessità, il bisogno, di smuovere le coscienze, ancora dopo 50 anni dalle rivolte sociali del 1968.

Il concerto si presenta come una vera e propria opera rock-elettronica, grazie ai nuovi arrangiamenti a cura del figlio d’arte e del suo collega Stefano Meloni. Il racconto delle gesta di un impiegato degli anni ’70, animato dal ricordo della rivolta collettiva del Maggio francese del 1968, è sempre lo stesso, ma il disco riceve una nuova vita musicale. Il sound è calibrato sui momenti psicologici del protagonista della storia, dall’iniziale clima di sfida con l’introduzione ai giorni del Maggio francese sino al fallito attentato e al carcere.

La nuova promessa Anna Mancini, partenopea d’eccezione

Alle 21.12, le luci del teatro Colosseo di Torino si spengono. Tutti aspettano la vera star, ma al suo posto compare una ragazza gracilina, dal look gothic lolita, insieme alla sua chitarra e al suo sguardo quasi imbarazzato. Anna Mancini, così si presenterà a metà delle sue canzoni, è quella che i più grandi critici di musica chiamerebbero un fulmine a ciel sereno. Dalla sua apparente insicurezza, infatti, arriva la forza e la passione di chi la musica la conosce e la vive giorno per giorno. Appena armeggia la sua acustica, non c’è niente da fare: Anna sembra quasi isolarsi con il suo strumento, in un rapporto intenso, mistico, privato.

I ritmi composti sembrano fondere la malinconia di un giorno di pioggia alla siccità di un deserto arabo, con suoni che sanno di meridione, di danze tipiche, di percussioni tribali. I bassi violenti e il sapiente mix di generi e tecniche – la musicista utilizza, infatti, oltre al più normale arpeggio, anche tecniche più evolute, quali tapping, archettate e la ormai celebre loop station – creano un insieme armonico potentissimo, capace di far dondolare le teste di molti spettatori in platea, i quali, applaudendo entusiasti, rompono il ghiaccio facendo sorridere compiaciuta l’artista napoletana. Con un arrangiamento personale di “Lullaby” dei The Cure e con le sue Meteora e Kamikaze, Anna Mancini si è rivelata una giovane promessa di cui spereremmo sentir parlare fra un po’.

Comincia il concerto e Cristiano De André sale sul palco

E alle 21.40, insieme alla famosa introduzione del concept album “Storia di un impiegato”, Cristiano De André e i musicisti salgono sul palco. Le immagini e i suoni di repertorio di operai scioperanti, di bandiere sventolanti e delle famose proteste studentesche del ’68 si sposano benissimo con la “Canzone del Maggio”.

Il pubblico è estasiato, immerso in un epoca di sogni, ma anche di incubi, nei quali il protagonista della storia si muove in perfetta sincronia. Misteri del tempo, là dove Fabrizio De André aveva scritto insieme al giornalista Giuseppe Bentivoglio delle liriche assolutamente in controtendenza rispetto al credo politico dell’epoca, suscitando critiche da parte di quasi tutto l’apparato intellettuale della sinistra dei primi anni settanta – giornalisti, intellettuali, critici musicali, ma anche movimenti studenteschi -.

Ricordiamo che il disco uscì nel 1973, anno di stasi e di ripensamenti ideali, in cui l’onda spontaneista e positiva di fine anni ’60 lasciava il posto al terrorismo e a quindi alla fine dell’illusione. Lo stesso impiegato tratteggiato da De André è il ritratto di uomo in piena crisi che allora non venne compreso fino in fondo, fece storcere il naso e credere ad un declino creativo dell’artista. Oggi, considerati ormai oltrepassati preconcetti di ogni sorta e le posizioni levantine della critica musicale evaporate, tutto ritrova un suo senso, ed è lo stesso Cristiano a dirlo tra un tempo e l’altro del concerto.

Dopo le rintepretazioni rockeggianti di “La bomba in testa” e di “Al ballo mascherato”, infatti, sentiamo il celebre discorso tra l’imputato e il giudice. Cristiano appare in ginocchio, quasi in devozione: sembra connettersi col padre, in una confessione personale e intima. “Vuoi essere assolto o condannato?”, e tutto ricomincia. L’ammirazione che Cristiano ha di Faber diventa palpabile in “Canzone del padre”, cantata rigorosamente ad occhi chiusi.

Il discorso (a)politico durante il concerto ‘De André canta De André. Storia di un impiegato’

«Chi va dicendo in giro che odio il mio lavoro, non sa con quanto amore, mi dedico al tritolo», recita “Il bombarolo”, forse la canzone più adatta a un arrangiamento aspro e duro, con chitarre e bassi marcati. Ma ecco che, dall’euforia di una bomba, si passa a una dolcezza inaudita: Cristiano De André si isola, in un insieme piano-voce carico di pathos ed emozioni contrastanti, e canta “Verranno a chiederti del nostro amore”. Tra il pubblico notiamo chi si stringe le mani e chi trattiene le lacrime, simbolo di sentimenti esclusivi che solo la musica può donare.

L’ultima canzone di “Storia di un impiegato” è “Nella mia ora di libertà”. Alla fine di questi 35 minuti di passato, De André junior decide che è ora di passare all’attualità. Ma prima di farlo, vuole parlare.

«Mio padre ha scritto quest’inno alla libertà individuale, che riprendeva tutti i desideri dell’epoca espressi dai vari movimenti d’espressione. Ed è proprio ciò che in tempi di assoluta fedeltà all’ideologia non poteva essere tollerato ora ci appare desiderio legittimo di espressione personale. Consideratemi un sacerdote laico. Porto la parola a voi. Che ne dite di scambiarvi un segno di pace?»

Il secondo tempo sulle note più conosciute di Fabrizio De André

Il secondo tempo di “De André canta De André Storia di un impiegato” è dedito a canzoni più rodate, tratte dagli spettacoli dello scorso anno e del 2017. Il percorso questa volta parte dagli ultimi album di Fabrizio, con un’attenzione particolare a “Le nuvole”, del quale vengono riproposte “‘A Cimma“, “Don Raffaè“, “Megu Megun” e “La Domenica delle salme” , ma c’è spazio anche per “Smisurata Preghiera” e “Il testamento di Tito“, quasi a volere sottolineare nuovamente il legame col padre, attraverso quelle canzoni a cui prese parte dal vivo, contribuendo in maniera fondamentale agli spettacoli dell’ultima parte della carriera di Fabrizio.

Amore che vieni Amore che vai” è uno dei pochi momenti concessi al De André dei primi anni della carriera, mentre “Fiume Sand Creek” raggiunge un acme emozionale grazie alle bellissime immagini di pellerossa riflesse dal mega screen. Poi si va verso un finale decisamente più virato: Anna torna con la sua chitarra, e insieme suonano “Disamistade“.

Dopo due ore abbondanti di concerto, un Cristiano De André visibilmente emozionato regala un bis con “Creuza de Ma” e “Il pescatore”, sempre coadiuvato da un ottima band ormai affiatata da anni – Osvaldo De Lio alla chitarra, Riccardo di Paola alla tastiera e ai synth, Davide Danzi De Vito alla batteria, Massimo Ciaccio al basso e al basso tuba. E anche se ormai Fabrizio De André non c’è più dal 1999, le emozioni che ci regala vivono e vivranno. In eterno.

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