Depressione e suicidio, il segreto dolore dei millennials

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Depressione e suicidi, il segreto dolore dei millennials

La giovinezza dà un’immagine grandiosa di sé. È forza, bellezza, erotismo, speranza, desiderio di ribellione, sete di rinnovamento. Tutti sono stati giovani così, tutti hanno creduto fermamente di essere destinati a grandi cose e di poter cambiare il mondo. Esiste forse un’altra immagine della giovinezza?

«Siamo stati dei? Molto di più. Avevamo 12 anni.» – Beno Fignon

Purtroppo da qualche decennio a questa parte dobbiamo rispondere di sì. Secondo una ricerca dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, svolta in 109 paesi, la depressione è la prima causa di malattia tra i 10 e i 19 anni, il suicidio la terza causa di morte tra gli adolescenti. In Italia, nello specifico si tolgono la vita 400 giovani all’anno e secondo Carlo Altamura, direttore del dipartimento di Salute Mentale presso il politecnico di Milano, sono aumentate esponenzialmente le richieste di aiuto per  tentato suicidio, disturbi depressivi e collegati all’ansia, cui seguono abuso di alcool e droga nei millennials, giovani al di sotto dei 20 anni.

La depressione: un disagio del nostro tempo?

«A chi precipita non è permesso di accorgersi né di sentirsi quando tocca il fondo. (…) Questo è destinato agli uomini che, in un momento o nell’altro della loro vita, hanno cercato qualcosa che il loro ambiente non poteva dargli. (…). Sicché hanno smesso di cercare. Hanno smesso ancora prima di aver cominciato.» – “Il giovane Holden” di J.D. Salinger

Le serie storiche ISTAT sembrerebbero suggerire che questo sordo malessere non è sempre esistito e che, laddove si è manifestato, ha avuto forme e modi, cause e conseguenze proprie del suo tempo. La depressione dei millennials non è facile da analizzare. La causa di quest’incomprensione sono da un lato i nostro occhi giudicanti e disattenti, dall’altra la natura stessa del male, un dolore sordo e segreto che non trova parole e spiegazioni sufficienti in una società dove i giovani hanno casa e cibo, cultura e svago. Un dolore muto e strisciante, che purtroppo a volte esplode nella violenza di un gesto estremo come il suicidio o, più spesso, nella drammaticità di disturbi alimentari, autolesionismo, aggressività, depressione, attacchi di panico e così via.

Le cause del dolore dei millennials e il suicidio come unica apparente soluzione

«La competizione non seleziona i migliori, solo i meno sensibili» – Paolo Crepet

Si è registrato come questo malessere si manifesti in un momento della vita e della crescita in cui le ragazze e i ragazzi sono un’indefinita esplosione di energia, potenza e promessa degli uomini e delle donne che diventeranno. Si manifesta con abbattimento, apatia, solitudine, cattivo andamento scolastico, senso dell’abbandono, scarsa fiducia nel futuro e tendenze al suicidio. Ma in realtà non stiamo parlando di un malessere indefinito, ma di un disagio specifico le cui cause risiedono nella nostra cultura e nella struttura economica della nostra società.

La società capitalistica promette una crescita della produzione infinita e infinita gloria ai “vincitori”. I giovani vengono così proiettati in un clima di competizione estrema, in cui non basta la cultura, non bastano i voti brillanti e la conoscenza di più lingue, perché quello che conta è primeggiare, sempre, anche tra le eccellenze.

L’uso compulsivo dei social non migliora la situazione: i giovani si trovano spesso di fronte a immagini di persone apparentemente comuni, ma infinitamente più belli, più ricchi e con maggior successo. Poco importa quali trucchi ci siano dietro a quelle immagini, i ragazzi sentiranno lo stesso la pressione a dover dare un’immagine di sé perfetta, sempre in splendida forma fisica, sempre circondati da amici, sempre sicuri e brillanti.

Il ruolo dell’amore per combattere la depressione adolescenziale

«Le avrei dovuto dire che tanti saltano nello stesso modo via dalla loro vita, oltre se stessi, rischiando tutto per sentirsi davvero vivi. Avrei dovuto dirle che tutti lo fanno chiusi nelle loro paure, dentro la botte mefitica delle loro paure. Un posto piccolissimo, molto nero, dove sei solo e fai fatica a respirare.» – “Smith&Wesson” di Alessandro Baricco

Ma cosa succede a chi a primeggiare proprio non riesce? È elementare esercizio di logica dedurre che dove esistono i primi esistono anche gli ultimi. E che fine fanno quelli che non sono mai stati i primi della classe, quelli che “la foto in costume su instagram meglio di no”, quelli che l’ultimo sabato sera sono rimasti a casa perché la folla proprio non la sopportano. Anche questo mare di “imperfetti” – lungi dall’essere senza qualità, eppure sempre non abbastanza brillanti quanto dovrebbero – ha bisogno d’amore. L’unica dimensione che accetta e perdona, l’unica dove i pregi e i difetti si fondono gli uni con gli altri a formare le due facce di una stessa medaglia.

Il nostro secolo vede genitori sempre più impegnati, insegnanti interessati soltanto a delimitare talenti e personalità in elenchi di numeri, anche le amicizie e relazioni sentimentali per i millennials sono sempre più sfuggevoli ed aleatorie, tanto che trovare calore e accettazione è oggi estremamente difficile e faticoso. Siamo davvero sicuri che chi non riesce ad esprimere se stesso in un clima competitivo non abbia nulla da offrire alla società? Ma soprattutto, siamo davvero sicuri che non ci importa dove tutti questi ragazzi, i millennials di oggi, andranno a cercare il calore che questa società gli nega?

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