Don Giovanni in Tirso de Molina. El Burlador de Sevilla

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L'ingannatore di Siviglia e il comitato di pietra

Nel 1630 viene pubblicato il dramma in tre atti del personaggio spagnolo più conosciuto al mondo: “Don Giovanni Tenorio” – dal titolo originale “El Burlador de Sevilla y el convidado de piedra” -. L’opera viene attribuita all’abile mano del religioso Tirso de Molina, scrittore che trova affinità con il genere della Commedia nuova e con il suo creatore spagnolo, altrettanto famoso, Lope de Vega.

La sua abilità da seduttore, la sua tendenza per i guai e per infrangere le regole sono, com’è risaputo, alcune della abilità peculiari che hanno portato la figura del Don Giovanni all’apice della gloria. Tuttavia il personaggio non è affatto da interpretarsi come una figura positiva per la società: si fa beffe non solo delle donne che seduce con l’inganno (da qui il termine burlador), ma anche dei doveri e delle conseguenze delle sue azioni, dalle quali cercherà in ogni modo di scappare fino alla fine del dramma. La storia ci insegna però, con numerose figure retoriche e simbolismi, che la convinzione di essere immuni a qualsiasi castigo non sempre ci fa sfuggire al destino, che alla fine si abbatte inesorabilmente anche sul Don Giovanni.

Le donne del Don Giovanni

Il dramma si struttura sull’intreccio delle gesta di Don Juan, un libertino seduttore di donne, ricche e nobili. In particolare ingannerà due dame nobili e due plebee, ma le conseguenze che ne verranno saranno imprevedibili per il protagonista. Usa due trucchi astuti per ognuna di loro. Con le donne ricche, la duchessa Isabela e Doña Ana, sfrutterà il favore delle tenebre per entrare nelle camerate e fingersi il loro amante. Il buio del resto viene usato in letteratura per simboleggiare il peccato e la tentazione. Le due donne si accorgono troppo tardi di aver giaciuto con una persona diversa da quella che si aspettavano, perdendo con grande rammarico la loro integrità e il loro onore. Le altre due vittime sono invece la pescatrice Tisbea e la contadina Aminta, che vengono ingannate con la prospettiva di un matrimonio favorevole.

In questo modo l’autore voleva non solo criticare la figura del Burlador, ma anche avvertire le giovani donne di non lasciarsi abbindolare: all’epoca, infatti, erano proibiti i matrimoni tra classi sociali miste. Le figure femminili rappresentano impensabilmente una grande forza d’animo. Personaggio particolare è Tisbea, ammirata da tutte le pescatrici perché non si è mai concessa all’amore. Difficilmente riesce a credere alla promessa del Don Juan, ma l’infatuazione ironicamente le impedisce di usare la logica. Le parole da lei pronunciate all’inizio sono quasi profetiche del crudele gioco a cui sta per prendere parte:

«Regola dell’Amore è disprezzare chi ci adora,
poiché l’Amore vive se viene ferito,
e muore se è appagato.»
– Don Giovanni, Tirso de Molina 

La figura del Galán nella letteratura spagnola

Il protagonista dell’opera, malgrado le sue azioni, è da considerarsi un vero e proprio galán. Questo termine era dato al protagonista delle opere teatrali del Siglo de Oro, ed era una figura cristallizzata in un ruolo specifico con caratteristiche precise. Tralasciando i rapporti conflittuali con le donne, Don Giovanni Tenorio non mancava di qualità che il pubblico secentesco non poteva fare a meno di invidiare: coraggio, sangue freddo, abilità nel combattimento e grande ingegno. Di fatti secondo i canoni dell’epoca, era meglio essere malvagio ma eroico, piuttosto che avere una vita impeccabile da codardi.

Al suo fianco viene posta una figura completamente diversa dal suo padrone, il servo Coniglione (o Catalinón). Come anticipato dal nome non è per niente dotato di coraggio: pur essendo completamente in disaccordo con Don Giovanni, per tutto il dramma non riesce mai a ribellarsi o a salvare la situazione, si limita a risposte ironiche e cariche di disprezzo o al massimo monologhi a bassa voce.

Il Don Giovanni di Tirso de Molina è un uomo virtuoso e carico di fascino che non incanta solo le donne, ma anche gli uomini. Di fatti, tutti i personaggi maschili sono dalla sua parte e in qualche modo lo aiutano a fuggire o ne evitano la punizione, a partire dal padre Don Pedro. L’uomo è impotente di fronte ai disastri di suo figlio, non riuscirà mai a placare il suo spirito ribelle. Il cugino lo lascia scappare nell’inseguimento del castello e perfino il Re, al corrente dei fatti, tenta di appianare la situazione con matrimoni combinati. Alla fine però dovrà ricredersi quando il seduttore, per mettersi in salvo, uccide il padre di Doña Ana.

L’ingannatore di Siviglia e il convitato di pietra. Il Don Giovanni di Tirso de Molina

Si giunge in questo modo all’epilogo della vicenda quando, ricercato da tutti, Don Juan si rifugia in un convento. La storia terminerà con la fine del protagonista, con il compiersi del castigo divino tramite la legge del contrappasso. Durante tutta la vicenda verrà più volte messo in guardia sui pericoli delle sue azioni, per le quali lo aspetta una terribile fine. Ma a questo risponderà con la storica frase: «Tan largo me lo fiàis!», che significa «C’è ancora tempo!».

Don Juan crede infatti di dover godersi la vita ora perché avrà tempo per cambiare, un solerte invito al carpe diem di quei tempi. Non capisce che la sua è una fuga involontaria dal futuro, per la quale si rifugia in un presente irrazionalmente infinito che, però, prima o poi giunge al termine. La punizione divina arriva quando, per prendersi gioco della statua dell’uomo che ha ucciso, Don Juan lo invita a cena – ecco perché la seconda parte del titolo è il convitato di pietra -. Quando la statua del morto si presenta davvero, el burlador mantiene incredibilmente la sua parola cenando con lui. La storia termina con la statua che gli tende la mano – proprio come lui aveva fatto con tutte le donne ingannate – rimanendo imprigionato da terribili fiamme e trascinato nell’oblio dell’inferno.

Un lieto fine attende gli spettatori però, tipico del dramma teatrale. Il re riunisce tutte le coppie separate da Don Giovanni, sposando le dame tradite. Quest’opera fu talmente apprezzata negli anni da essere interpretata da molti autori famosi, tra cui Molière, Goldoni, Lord Byorn, Espronceda, Mozart e molti altri.

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