‘Due amiche’ di Tambasco. Pensieri critici su un divano letto

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Due amiche di Tambasco

È andato in scena alla Casa della Musica nell’ambito della rassegna “Controvento Under 35” lo spettacolo “Due Amiche” di Paolo Tommaso Tambasco. Il regista e sceneggiatore romano ha dato vita alla storia di due ragazze Claudia (Federica Di Cori) e Ginevra (Marina Benetti), che si separano dopo la maturità per poi ritrovarsi cinque anni dopo.

‘Due amiche’ di Tambasco. Intimità e distanza in scena

Claudia decide di fare esperienza lavorativa in Germania, Ginevra resta a Roma. Entrambe sanno che potranno sempre contare l’una sull’altra perché legate da un’amicizia profonda. Ma la distanza e l’assenza le cambieranno. Lo spettacolo di Tambasco non si perde in orpelli di regia, va dritto all’intenzione, all’espressione, all’interiorità dell’attore, la regia potrebbe definirsi minimale. In realtà emerge il lavoro di cura, di detrazione, d’obbligo per affrontare i temi trattati dall’autore.

“Due amiche” parla infatti di allontanamento, di assenza, un’assenza che man mano che il racconto si dipana, tra retrospettive e diegesi, si fa sempre più presente. Alle due amiche che si separano non spetta solo portare avanti un rapporto a distanza, non soltanto dover vivere la quotidianeità senza la complicità di sempre, ma un altro evento pioverà addosso allo spettatore, un’ulteriore assenza, di quelle che ti fanno crescere, che ti fanno maturare tutto d’un colpo: diventare adulto. La scomparsa della madre di Ginevra sarà il motivo del ritorno di Claudia. Difatti lo spettacolo si apre con un incontro, un incontro però tra due persone estranee e intime allo stesso tempo. L’imbarazzo è un ulteriore stadio affrontato con maestria da Federica, Marina e Paolo. La fissità dei volti, le espressioni fermate nello spazio, che rimandano i primi piani del cinema, raccontano più di quanto non si dica con le parole.

Due mondi giustapposti e in contrasto

“Due amiche” di Tambasco è uno spettacolo avvincente, perché da il tempo allo spettatore di entrare in scena, o meglio nella scena, nell’atmosfera, nel mood come si usa definirlo al giorno d’oggi. Come una pellicola francese scorre ad un ritmo leggermente più lento della realtà, almeno mentre tutti non si sono addentrati. Poi corre, comincia a diventare un vortice, a creare un turbamento. Tambasco è bravo a entrare e uscire da questi mondi, non confondendo mai lo spettatore, ma lasciandogli vivere la catarsi attraverso la recitazione attoriale e dando il tempo di digerire, metabolizzare la pillola. Ed effettivamente sta qui la bravura di questi tre ragazzi, di buone prospettive. Riuscire con due colori di luci, un divano letto, un pacco di patatine, una birra e due sole attrici ad affondare a pieno le mani in temi quali lutto, allontanamento, imbarazzo, intimità, sfida.

Un altro cliché interessante che si è visto spesso ripetersi sul palco era lo sfidarsi delle due amiche. Il rinfacciarsi, il guardarsi dritto negli occhi, l’affrontarsi insomma. Molto utile alla dinamica dello spettacolo se vogliamo vederlo in termini “economici” e all’evoluzione dei due personaggi. Un’amica sincera, un’amicizia vera perché traditrice, reale che sa quando fermarsi, quando non arrivare allo scontro finale. Soprattutto sa tirarti fuori tutta la verità che hai dentro e non vuoi vedere mai. Sa darti una mano a viverti in prima persona. Il sentimento dell’amicizia che ne emerge è un camminare al fianco, un tenersi semplicemente la mano, senza offrire soluzioni, senza dare spazio a sostegni inutili.

Conclusioni sullo spettacolo

Due amiche che riescono a tuffarsi in un passato non poco burrascoso, a ferirsi, a confidarsi dal nuovo, a riscoprirsi altro da prima ed infine ad accettarsi, amarsi comunque. Il quadro dipinto da Tambasco è coraggioso, è combattivo, ma mai utopico. Un regista giovane poteva uscire molto facilmente dal tema, cosa che non avviene qui. La tematica è interessante, le attrici capaci, la regia scarna ma efficace, il disegno luce minimale e la scenografia adeguata.

Nonostante questo “Due amiche” di Tambasco deve prefigurarsi come un punto di partenza, per l’autore romano, perché molte dinamiche legate all’utilizzo degli spazi, della parola, alla caratterizzazione – insomma a tutto quello che concerne l’aspetto più precisamente teatrale – poteva essere sviluppato maggiormente e consentirebbe allo spettacolo di avvicinarsi a un pubblico di sempre più ampio respiro. Sicuramente quello napoletano ha accolto con attenzione, rispetto e applausi questa messinscena.

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