Eddie Vedder, l’altra voce di Seattle. Pearl Jam e rock malinconico

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Eddie Vedder dei Pearl Jam
© Danny Clinch

Seattle è una città molto vivace dal punto di vista musicale. Oltre ad aver dato i natali a Jimi Hendrix, è la patria del grunge con i “Nirvana” e Kurt Kobain, i Soundgarden e Chris Cornell. E poi i Pearl Jam con il loro cantante, Eddie Vedder che anche se nato nell’Illinois, dà una sua particolare interpretazione al Seattle Sound con una voce inconfondibile. Con all’attivo diversi album, collaborazioni nello show business e svariati dischi di platino, Eddie diventa un simbolo del mondo del rock.

Eddie Vedder e i Pearl Jam. Da benzinaio e surfista a cantante

Nato nel 1964 nei sobborghi di Chicago, vive un’infanzia abbastanza difficile segnata dalla separazione dei genitori e da continui spostamenti. Dopo il divorzio della madre dal secondo marito, resta a vivere con il patrigno, nonostante il rapporto difficile. La passione per la musica, che lo aiuta in questo periodo, non riesce a stemperare i lori scontri, così Eddie torna dalla madre a Chicago e ne assume anche il cognome. A 20 anni, torna a San Diego con la fidanzata (che sarà poi sua moglie) e si divide tra il lavoro di benzinaio, il surf e la musica.

La svolta arriva quando riceve dall’amico Jack Irons, batterista dei “Red Hot Chili Peppers”, una cassetta con una demo di una band di Seattle. Scrive dei testi e parte alla volta della città per fare un’audizione. Il resto è storia e nel 1991 entra in studio per registrare “Ten”, il primo album dei Pearl Jam. Un disco un po’ oscuro che contiene “Alive”, brano in cui Eddie racconta le tensioni familiari e la sua infanzia difficile. In particolare ripercorre il momento in cui la madre gli racconta che colui che aveva sempre considerato come il suo papà, in realtà era il patrigno. Il padre biologico era morto quando lui aveva 13 anni, senza averlo conosciuto. Per Eddie non è facile metabolizzare la notizia, ma capisce la scelta della madre di avergli tenuta nascosta la verità. È la fine degli anni ’60 e a quell’epoca non è facile affrontare argomenti come le famiglie miste e i figli nati fuori dal matrimonio.

«La storia originale parla di un ragazzo che scopre delle verità scioccanti. La prima è che l’uomo che credeva suo padre in realtà non lo era. La seconda invece, è che il suo vero padre era morto solo pochi anni prima… Così questa storia diventa una maledizione, come a dire, mi hai rivelato questo segreto ma adesso io devo trovare un modo per conviverci. Quindi ok, mio padre è morto ma io sono ancora vivo e devo convivere con questa cosa.»

Il lato poetico del rock con i Pearl Jam

A Seattle, Eddie deve riadattarsi ad uno stile di vita diverso da quello californiano e ad una musica più strutturata. Una volta superata l’audizione, comincia a lavorare in modo quasi ossessivo, per arrivare ad essere il frontman e punto di riferimento della band, fondata dal bassista Jeff Ament e dal chitarrista Stone Gossard.

Inizialmente il gruppo decide di chiamarsi “Mookie Blaylock”, come omaggio a un famoso giocatore di basket dei New Jersey Mets, a cui è dedicato anche il titolo del primo album -“Ten” riferito al numero di maglia-. Ben presto cambiano il nome con “Pearl Jam”, per onorare la particolare marmellata che la nonna di Vedder (Pearl) preparava con il peyote per il marito indiano.

Lo stile del gruppo è molto diverso dagli altri gruppi di Seattle. Si discosta fortemente sia dalla rabbia punk dei “Nirvana” che dai suoni metal degli “Alice In Chains” e “Soundgarden“. Si può dire che rappresentano la parte di rock più classico in un movimento che si contraddistingue più per l’origine geografica e il malessere di fondo, che per le caratteristiche musicali. Non apportano grandi innovazioni o sperimentazioni, ma trasmettono un’atmosfera malinconica e disincantata tipica del grunge.

Con il passare del tempo e l’avvento del successo all’interno della band, gli equilibri cambiano e il contributo di Vedder riveste un’importanza crescente. La sua figura diventa centrale non soltanto nella fase compositiva, ma anche nel processo decisionale. Il surfista di San Diego diventa una delle rockstar più importanti del globo, e con un atteggiamento sempre umile e positivo riesce a far apprezzare proprio il lato più bello e poetico del grunge.

Kurt Cobain vs Eddie Vedder. O forse no?

In quegli anni, i Pearl Jam si contendono la scena musicale di Seattle con un’altra importante band: i “Nirvana”. Il 1991 rappresenta l’esordio per entrambe le band, con due album importanti: “Ten” dei Pearl Jam pubblicato ad agosto e “Nevermind” dei Nirvana pubblicato a settembre.

Tra i due gruppi e soprattutto tra i due frontman, il confronto è inevitabile e alimentato smisuratamente dai media che ne sottolineano gli atteggiamenti così diversi. Eddie Vedder è un singolare comunicatore e un grande performer dal vivo, Kurt Cobain è una personalità ribelle e alienata che si trova intrappolata tra essere il simbolo di un movimento e preservarne la purezza. Kurt Cobain, infatti, porta avanti la sua battaglia contro il music business e si scontra con le altre band, senza risparmiare attacchi e critiche.

«Non posso dire nulla sui Soundgarden perché li conosco personalmente ma non sopporto i Pearl Jam e gli Alice in Chains. Sono evidentemente dei pagliacci delle corporation che cercano di saltare sul carro della musica alternativa, una categoria in cui noi stessi siamo stati ammassati insieme agli altri» – Kurt Cobain

Cobain pensa, infatti, che i Pearl Jam siano interessati solo a far soldi e non li apprezza musicalmente, ma non ha nulla contro Eddie Vedder.

«Non abbiamo mai litigato è solo che io ho sempre odiato la sua band. Abbiamo parlato qualche volta al telefono e mi piace molto come persona. È davvero simpatico.» – Kurt Cobain

Anche Eddie conferma che la rivalità con Kurt è solo un’invenzione dei media, tanto che nel backstage degli MTV Video Music Awards del 1992 ballano insieme abbracciati sulle note di “Tears In Heaven”. L’unica colpa dei Pearl Jam è quella di essere nati nella grande stagione del rock di Seattle contemporaneamente ai Nirvana e di essere stati fondamentali nel panorama musicale. Dopo aver conosciuto personalmente Eddie, Kurt continua a pensare ancora che i Pearl Jam siano solo un prodotto commerciale, ma afferma:

«Non dirò più quelle cose su di loro, le mie parole hanno ferito Eddie, e lui è un bravo ragazzo.»

“Into The Wild” di Eddie Vedder. Guaranteed, Rise e Society per carpire l’anima del disco

Nella carriera di Eddie Vedder, ci sono anche esperienze da solista. Una particolarmente importante che gli ha fatto guadagnare anche il Golden Globe nel 2008 -con la canzone “Guaranteed”-, è rappresentata dall’album “Into The Wild”, colonna sonora dell’omonimo film di Sean Penn. Il film, diventato un cult della cinematografia, si ispira alla storia di Chris McCandless che, alla ricerca di sé stesso e della libertà assoluta, intraprende un viaggio fino ai territori selvaggi dell’Alaska. Quando finisce di girare il film, Sean Penn piomba in casa del cantante per mostrargli il lavoro e chiedergli supporto musicale. I due sono già amici dai tempi di “Dead Man Walking”, per il quale Vedder è autore di due brani della colonna sonora.

Eddie che non conosce né il libro né la storia di McCandless, ma resta colpito da quelle sensazioni: il sentirsi soli in mezzo alla gente, l’incapacità di esprimere i propri sentimenti per paura del giudizio e la sensibilità percepita come vulnerabilità. Si chiude quindi in sala di registrazione per 3 giorni e produce delle canzoni memorabili. Tra le molte, le più amate sono “Guaranteed”, “Rise” e “Society” che riflettono non solo la malinconia, ma anche la riflessione, la critica alla società e la contemplazione di un qualcosa di molto volatile: la felicità.

Vedder medita sulla consistenza del tempo, l’attrazione verso ciò che a volte danneggia, l’anelito alla libertà, ma soprattutto si domanda dove sia “la libertà”. In antiche radici o voli sorretti da fragili piume? Il ritorno alla natura si riscopre in un continuo dialogo tra le radici e la trasformazione, senza per forza colmare il vuoto tra e due, ma probabilmente accettandone l’esistenza. Con “Rise” si guarda alla rinascita e il risollevarsi significa consapevolezza e inizio di un nuovo viaggio. “Guaranteed”, “Society” e “Rise” di Eddie Vedder conducono passo dopo passo lungo il percorso introspettivo tracciato dall’album “Into The Wild”. Viaggiare lontano per capire che il primo vero passo da compiere è dentro se stessi.

Tra le altre attività collaterali, la più curiosa invece è il cameo di Eddie Vedder in “Twin Peaks”, nel corso della terza stagione. Eddie Vedder, infatti, dopo aver ricevuto dal supervisore musicale della serie una dritta sui temi trattati, scrive “Out of Sand”. È una ballata acustica che ritrae così bene il mood, che quando David Lynch l’ascolta, afferma:

«È fantastica, sarà suonata al Roadhouse. Amo questa canzone

Così nel 16esimo episodio, Eddie Vedder realizza un cameo eseguendo il brano nell’irreale pub della cittadina di Twin Peaks. La particolarità sta nel fatto che l’episodio va in onda il 27 agosto 2017, 16esimo anniversario della pubblicazione di “Alive”. E in questo episodio si apprende una verità sconcertante sulla reale paternità di uno dei personaggi, proprio come raccontato nella canzone.

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