Eleonora Duse. La Divina scandalosa che liberò le donne

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Eleonora Duse La Divina del teatro italiano

Eleonora Duse, La Divina, ha rivoluzionato il teatro dell’800 contribuendo ad indirizzarlo verso la modernità. Armoniosa e femminile, recitava con la forza di un gigante dietro la sua chioma folta e bruna e su un metro e sessanta di altezza -anche se lei dichiarava fosse un metro e sessantacinque!-.

Prima di lei gli attori risultavano poco spontanei in quanto caricavano, in maniera eccessiva, gesti e battute. Anche il trucco del viso era abbondante: ciò rendeva il volto simile ad una maschera priva di legami con la realtà, per questo lei sceglieva di calcare le scene del palco al naturale. La sua recitazione si basava molto sull’istinto, di conseguenza ogni gesto appariva il più spontaneo possibile. Anche per questo era solita improvvisare piuttosto che seguire in maniera fedele il copione. Recitava sempre in italiano, anche all’estero. Questo, però, non era un problema per il pubblico straniero, perché la sua magistrale interpretazione aiutava gli spettatori a comprendere tutto quello che non capivano dalle sue parole.

«Ho proprio ora visto l’attrice italiana Duse in Cleopatra di Shakespeare. Non conosco l’italiano, ma ella ha recitato così bene che mi sembrava di comprendere ogni parola; che attrice meravigliosa!» – Anton Cechov

Le donne nevrotiche di Eleonora Duse. La critica borghese

Tra i temi che Eleonora Duse tratta nei suoi spettacoli ritroviamo il matrimonio, il denaro, la famiglia e soprattutto le nevrosi della donna moderna. Nel suo teatro c’è anche un’efferata critica verso la società borghese del suo tempo, una società dedita ai piaceri e al denaro, un insieme di individui incapaci di provare emozioni vere e autentiche. È un mondo in cui le donne sono spesso vittime o in cui si sentono addirittura delle estranee. Per questo motivo Eleonora Duse porta in scena molte donne nevrotiche, aiutata da gesti impertinenti per il pubblico di allora: mani sui fianchi, sguardo perso nel vuoto, ripetizione continua di alcune parole ritenute pregnanti.

Colei che coglie per prima le innovazioni della Duse è l’attrice Adelaide Ristori. A suo parere Eleonora Duse è abile nel fondere arte e vita per dare voce alle donne. Un pensiero che fa della Duse un’importante femminista. Nel 1917, però, l’attrice dichiara di non amare le femministe del suo tempo, ritenute da lei troppo aggressive. Lei vuole essere la portavoce delle donne comuni, di quelle creature che lottano, soffrono e amano nella vita di tutti i giorni.

«Le donne delle mie commedie mi sono talmente entrate nel cuore e nella testa che mentre m’ingegno di farle capire a quelli che m’ascoltano, sono esse che hanno finito per confortare me» – Eleonora Duse

L’amore di Eleonora Duse e Gabriele D’Annunzio. Nasce La Divina e il teatro poetico

Nel 1882, nel pieno della sua fama, Eleonora Duse incontra a Roma per la prima volta Gabriele D’Annunzio. I due si piacciono, ma si perdono di vista. Dieci anni dopo, durante la stesura dell’opera dannunziana “Elegie romane” lo scrittore abruzzese le fa una dedica soprannominandola “La Divina”. A lei penserà anche durante la composizione “La pioggia nel pineto” celando la sua identità dietro Ermione. Questa volta tra i due inizia una turbolenta relazione segnata dai numerosi tradimenti di lui che durerà circa 10 anni. Inoltre Gabriele D’Annunzio si serve della popolarità dell’attrice per poter pagare i creditori e nello stesso tempo per affermarsi anche in campo teatrale.

«Gli perdono di avermi sfruttata, rovinata, umiliata. Gli perdono tutto, perché ho amato» – Eleonora Duse

D’Annunzio vuole sperimentare un teatro poetico legato al modello della tragedia greca che unisca il tema filosofico del superomismo con le debolezze umane, centrali nel repertorio della Duse. L’attrice, all’inizio, appare entusiasta perché le piace sperimentare. Da questo sodalizio vengono fuori cinque tragedie: “La città morta”, “La figlia di Iorio”, “Francesca da Rimini”, “Il sogno di un mattino di primavera” e “La Gioconda”.

“La figlia di Iorio”, la più nota delle tragedie dannunziane, va in scena nel 1904, ma la Duse in quel periodo è malata. D’Annunzio invece di rimandare il debutto, affida la parte della protagonista Mila all’attrice Irma Gramatica. Secondo le testimonianze dell’epoca per Eleonora Duse la decisione dell’amato corrisponde ad un tradimento che si aggiunge alle continue liti tra i due. L’attrice infatti non tollera che D’Annunzio diriga tutta la rappresentazione teatrale sottraendole autonomia nell’interpretazione. Per finire, la Duse non accoglie bene il romanzo di D’Annunzio “Il fuoco” in cui sono presenti molti particolari privati della loro relazione.

«Nessuna donna mi ha mai amato come Eleonora, né prima, né dopo. Questa è la verità lacerata dal rimorso e addolcita dal rimpianto» – Gabriele D’Annunzio

Eleonora Duse. Vita ed altri amori

Eleonora Duse nasce da una famiglia di attori girovaghi nel 1858. A soli 4 anni debutta ne “I miserabili” di Dumas nel ruolo di Cosette. Nel 1873 all’Arena di Verona interpreta Giulietta, ruolo con cui anticipa la sua innovativa concezione della recitazione. Dopo la morte della madre, Eleonora e il padre cambiano diverse compagnie nelle quali la Duse ricopre ruoli da seconda donna. La svolta avviene quando approda nella compagnia di Cesare Rossi, attiva soprattutto a Torino, e ottiene il ruolo di prima donna. Nello stesso periodo conosce Tebaldo Checchi, suo futuro marito. Tebaldo è un attore di basso livello però si rivela un abile manager e contribuirà in maniera concreta a costruire il mito della Duse.

Dopo una tournée in Sudamerica, Eleonora decide di diventare impresaria e fonda la Compagnia della città di Roma. Nello stesso periodo inizia una relazione sentimentale con il librettista Arrigo Boito. Porta in scena le opere di diversi autori, ma mostra una particolare predilezione per le opere del drammaturgo norvegese Ibsen, considerato uno degli esponenti più importanti del realismo moderno.

Eleonora Duse e Sarah Bernhardt due rivali per il pubblico

Nel frattempo conosce l’attrice francese Sarah Bernhardt, considerata la migliore del suo tempo. I pettegolezzi dell’epoca le dipingono come rivali, soprattutto dopo il successo della Duse nel 1897 per aver interpretato la protagonista ne “La signora delle camelie” -stesso ruolo che tempo prima aveva dato la fama alla Bernhardt-. In realtà il confronto è superfluo perché sono due attrici opposte. Sarah Bernhardt è l’ultima erede del grande attore, colei che ama le pose statuarie, il trucco e i costumi, che fa della recitazione un artificio. Al contrario la Duse è naturale e in grado di denudare la propria anima dinanzi al pubblico.

Solo negli Stati Uniti il genio della Duse non viene compreso a fondo. Qui il pubblico preferisce scenografie pompose nonché raffinati costumi di scena, elementi non fondamentali per l’attrice italiana ma che nel Nord America le creano problemi di consenso. Eleonora Duse è attiva anche durante la Grande Guerra. Recita spesso per i soldati, e non esita a dare via alcuni oggetti di valore per aiutare le famiglie in difficoltà economica a causa del conflitto.

Gli ultimi anni e il cinema

Dopo la fine della tormentata storia d’amore con Gabriele D’Annunzio, la Duse continua a lavorare a pieno ritmo. Si interessa persino al cinema e recita nel film “Cenere, tratto dall’omonimo romanzo di Grazia Deledda. All’inizio degli anni ’20 riprende le tournée all’estero ma Eleonora Duse si ammala di tubercolosi e muore a 65 anni il 21 Aprile 1924 a Pittsburg.

Se ne va così una grande attrice che ha avuto il privilegio di essere amata dal pubblico e dalla critica. Una donna che ha saputo interpretare in maniera incisiva e naturale i dolori di tante donne diverse in opere come “Teresa Raquin”, “La signora delle camelie”, “Cavalleria rusticana”, “Antonio e Cleopatra o ancora “Casa di bambola”.

Carteggio in risposta. Eleonora Duse a Gabriele D’Annunzio

Ahimè-Non alterare la verità,difendo parlandoti la rovina completa e la verità assoluta, due cose che mi rimangono, le amo… Ti rispondo ora , che la forza che tu dici oggi esistere in me , cioè , nel mio nome di Lavoro, essa non può più esistere che per riparare un disastro finanziario- che rigrava la catena di tante cose, ma la mia gioia -che era il lavorare per l’opera tua- non esiste più. Mi dichiaro non più necessaria all’opera tua, ora , che hai vinto -e vincerai- ho creduto che questa era la sola parola adatta per tutti-visto che sparire dalle tavole del palcoscenico non posso…

E tutto è detto -Non ho altro di dicibile da dire- Il resto muore e vive , vive e muore,ogni giorno , con me, come me.
Ti ripeto solo : Non alterare la Verità… Vien da lontano l’oggi di oggi, ciò che avevo diedi -Morire e tacere- o non arrivare al conoscimento troppo profondo -di ogni esistenza!-

Infine se io cerco di fissare la Verità, se mi sforzo di comprendere la tua legge –ti consiglio di non svisare la mia-
Te ne prego -…. Lascia- Non parliamone più -Sono vane parole.

Lascia la spada e la penna, quando mi pensi… Non ti difendere, figlio,perchè io non ti accuso: Così è -così sia- Ci siamo uniti per essere divisi -Il mondo è pieno di tali miserie!-

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