“Epepe” di Ferenc Karinthy. Solitudine della società in decadenza

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"Epepe" di Ferenc Karinthy

Leggendo “Epepe” di Ferenc Karinthy tornano in mente gli anni della mia prima infanzia, passati in giro per l’Europa. Era il primo decennio del nuovo secolo, mia madre e mio padre non conoscevano nessuna lingua. Ricordo la fatica per farci comprendere a gesti, i miei tentativi di associare immagini a parole e mio padre che allarga le braccia fuori da un bus per chiedere al conducente la strada per l’aeroporto.

La differenza tra noi e Budai, protagonista del libro di Ferenc Karinthy (che pubblicò il romanzo sul Magyar Nemzet nel 1970), è che quest’ultimo di lingue ne conosce venti e che ha tutti gli strumenti per impararne altre facilmente, o per lo meno capire come funziona una nuova lingua. Ma sulle sue capacità e sui suoi studi non può fare affidamento quando, sceso dall’aereo che avrebbe dovuto portarlo a Helsinki per una conferenza di linguistica, si ritrova in una città in cui suoni, parole, sintassi sono incomprensibili.

«Tanto solo si sente?» domandai.
Kafka accennò di sì.
«Come Kaspar Hauser» osservai.
Egli si mise a ridere: «Molto peggio di Kaspar Hauser. Mi sento solo… come Franz Kafka»

Come Emmanuel Carrère ricorda nella prefazione all’edizione di Adelphi, la storia di Epepe ricalca quella di Andras Toma, un soldato ungherese rapito dall’Armata Rossa nel 1945 e internato in un ospedale psichiatrico russo fino al 2000, poi rimpatriato. Ma Toma non fece alcuno sforzo per imparare la lingua dei suoi rapitori, per integrarsi col nemico, nonostante il legame con la sua terra si facesse più labile, anno dopo anno.

Budai nell'”Epepe” di Ferenc Karinthy

La similitudine tra Toma e Budai – in ungherese “abitante di Buda” – percorre gli stessi due binari, parlandoci in primis della storia ungherese dello scorso secolo (da un lato l’entrata dell’esercito russo in Ungheria e il ritiro della Wehrmacht, dall’altro la rivoluzione ungherese del 1956, eventi che prendono vita silenziosamente e in modo indefinito verso la fine del romanzo), e del tema dell’incomunicabilità. La mimica facciale o i tentativi di farsi capire a gesti nulla possono contro l’indifferenza dei nuovi concittadini di Budai, una massa indefinita e omologata che sgomita, urla, vive in code interminabili, ma con cui il protagonista non riesce mai ad avere una reale interazione.

L’interazione è qualcosa di inaccessibile, così Budai ripiega sul tentativo di imparare almeno le basi di quella lingua: ruba un elenco telefonico, ricopia termini che vede associati ad immagini nei locali, nelle lavanderie, ma ogni tentativo cade in un vuoto assoluto, un’invocazione inconcludente. C’è sempre un equilibrio tra razionalità ed impulso, anche nelle situazioni più esasperanti, quando Budai si rende conto di non avere punti di riferimento, di star vivendo in prima persona quell’angosciante paura tutta umana di “non avere niente”, non avere affetti, essere soli. Ed insieme a quest’angoscia, è molto forte il senso di derealizzazione, la sensazione che avendo la chiave giusta si potrebbe capire correttamente ogni scena a cui Budai assiste o è partecipante attivo, di cui abbiamo solo la sua interpretazione plausibile ma mai precisa.

Solo in un abbraccio si sta come un corpo solo

Il protagonista è quindi outsider in una città in cui non ha rapporti, dove gli unici legami che riesce ad instaurare sono fisici, perché in quelle situazioni, solo in «un abbraccio si sta come un corpo solo». Eccetto questi attimi, i suoi tentativi di trovare logicamente il modo di uscire dalla città lo portano solo nella risacca di una marea.

«Odiava quella città, la odiava profondamente perché gli riservava solo sconfitte e ferite, lo costringeva a rinnegare e a cambiare la sua natura, e perché lo teneva prigioniero, non lo lasciava andare, e ogni volta che provava a fuggire lo ghermiva e lo tirava indietro.»

Una città fatta di palazzoni altissimi in continua costruzione, strade senza indicazioni che portano come botole da un posto all’altro. Ed è anche fatta di esseri umani, una società vecchia e malata, che mormora senza sosta, di mille etnie familiari e sconosciute di cui Budai non riesce a fare una precisa analisi antropologica. La massa accetta una omologazione che non è solo del vestiario, ma anche di pensiero. Ciò porta Budai ad un progressivo ed incredibile imbruttimento, incasellato nella disperazione che pervade tutti i cittadini, i quali hanno inoltre accettato la naturalizzazione di questo decadimento spirituale e morale.

«Come dovevano sentirsi gli abitanti, nati in mezzo a quel caos? Non si rendevano conto che la folla inondava e intasava tutto, li obbligava a stare perennemente in fila, a sprecare un mucchio di tempo, come riuscivano a tollerare una qualità di vita così infima? O non sapevano immaginare niente di diverso, a loro sembrava naturale, ci avevano fatto l’abitudine? Ma ci si poteva abituare?»

La distanza incolmabile tra gli uomini e la città

Il racconto raggiunge vertici di follia, suscitando interesse con una giustapposizione di mistero e meraviglia, ma proprio non riusciamo a capirne il perché. Forse l’intuizione inafferrabile e sfuggente, lo straniamento nelle cose più semplici, ma forse è il fatto che quella di Epepe più che surrealtà è una “strana realtà” che porta il protagonista a interrogarsi.

«E, fra l’altro, si trovava sulla Terra o su un altro pianeta? Nell’era delle missioni spaziali e della fantascienza la domanda non suonava così assurda. Riflettendoci a mente fredda, però, scelse la prima ipotesi. Accanto a molti altri segni, a testimoniarla erano la vegetazione tipicamente terrestre che aveva osservato nei parchi […], le specie animali che gli era capitato di incontrare […], la presenza di esseri umani, per giunta con una densità senza confronti, e di case, strade, alberghi, trasporti pubblici, veicoli, metropolitana.» – “Epepe” di Ferenc Karinthy 

La massa informe di quella realtà, incanalata nelle giornate passate da Budai a compiere sempre le stesse identiche azioni, con poche variazioni sul tema, risulta ugualmente asfissiante per noi e per il protagonista. Un maelström di arresa, ripresa e speranza, che ha come unico imperativo: andare via, anche quando il protagonista si è ormai fuso con la sua Città senza nome. Un cittadino incastonato in uno scenario di solitudine, di cui non comprende alcuna dinamica, ma per il quale “casa” è solo una vita passata e un ricordo sbiadito, forse un sogno. Quindi perché andare?

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