“Ercole e Lica” di Canova è dinamismo puro. Storia, analisi e mito

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"Ercole e Lica" di Antonio Canova

“Ercole e Lica” di Antonio Canova: analisi e descrizione

Nel filone della statuaria eroica rientra il gruppo marmoreo “Ercole e Lica” di Antonio Canova. Lo scultore congela l’acme del dinamismo che invade la rappresentazione: il momento in cui Ercole, invaso da una folle furia e in preda al dolore, scaglia tutta la sua forza contro il giovane Lica. La scultura realizzata tra il 1795 e il 1815 e tanto rappresentativa della grazia dal gusto neoclassico di Canova, nasce da una scommessa accettata e, senza alcun dubbio, vinta!

 

Il mito greco viene rappresentato nel momento di massima tensione ed energia, accentuata dalla torsione fisica dei protagonisti. Si congela l’azione in divenire, la potenza del dinamismo, preferita in questo caso alla staticità per meglio rendere il pathos che avvolge la scena.

Lo scultore della grazia si concentra molto su ogni dettaglio.  Osservando il fisico possente di Ercole si riesce a scorgere la vena gonfia della gamba -scolpita con incredibile delicatezza e maestria- appena sotto il ginocchio, ma anche il drappo sul busto, tanto sottile che si nota solo grazie alle pieghe create dal vento. Ogni dettaglio scolpito dà voce alla rabbia furiosa emanata dal corpo dell’eroe.

Il fisico del giovane Lica è invece delicato e infantile, prova ad aggrapparsi ad un sostegno per sfuggire all’ira di Ercole, ma invano. Tutta l’energia dirompente sprigionata da Ercole confluisce nel volto di Lica dalla potente espressività. Esplode di incredulità, paura e dolore, eppure gli occhi supplicano salvezza.

La forza della composizione nella statua di “Ercole e Lica”. Lo schema a mandorla

L’armonia e l’equilibrio di derivazione neoclassica che contraddistingue Antonio Canova, qui si esplica nell’intersecarsi di linee geometriche. Il corpo di Ercole forma nella sua tensione un’arco attraverso cui scorre tutta la forza energica della scena fino ad abbattersi su Lica, corrispondente un secondo arco minore che si interseca al primo nella presa mano-piede. La curva tracciata dal corpo dell’eroe rappresenta la rabbia, mentre quella di Lica contrappone la paura. Il gruppo scultoreo riproduce in questo modo la forma di una mandorla che contiene al suo interno l’acme di tutta la potenza esplosiva racchiusa e originata dai due archi rabbia/paura.

È plausibile che la realizzazione di “Ercole e Lica” derivi dal pregresso studio del complesso del “Laocoonte”, l’”Ercole Farnese” ed “Ettore e Troilo”.

Il mito di Ercole e Lica nelle “Metamorfosi” di Ovidio

Si narra del giorno in cui Ercole, glorioso eroe, perse il senno per la vendetta di Nesso e ad opera di Deianira. Tra i tanti che tramandarono il mito, fu la versione tramandata nelle “Metamorfosi” di Ovidio ad ispirare la scultura di Canova. Secondo il mito di Ercole e Nesso, l’eroe era con la moglie Deianira quando, imbattendosi nel centauro Nesso, gli chiese un aiuto per il viaggio. Il centauro, non certo pieno di buone intenzioni, decise di portarli in groppa uno alla volta per tentare in questo modo di rapire Deianira quando si fosse trovato solo con lei. Fortunatamente Ercole giunse in tempo, soccorse la moglie e uccise Nesso. Fu in quel momento, però, che il centuaro svelò un segreto a Deianira: sarebbe bastato impregnare la veste di Ercole del suo sangue per farlo follemente innamorare di lei.

Molto tempo dopo Ercole vinse la guerra contro il re Ecalia e decise di prendere con sè la figlia Iole. Si apprestava intanto ad organizzare il rito del sacrificio. Deianira, invasa dalla gelosia per la giovane Iole, ricordò le parole di Nesso e pensò di assicurarsi l’eterno amore del marito. Chiamò Lica, l’araldo più fidato di Ercole, e gli dette in segreto una veste bagnata nel sangue di Nesso da far indossare all’eroe. Non sapeva però che quel sangue era pieno dello stesso veleno presente sulla freccia che aveva trafitto il centauro.

Così, desiderando l’amore eterno di Ercole, lo condannò alla follia. Il veleno fece perdere il senno ad Ercole, agonizzante tra atroci dolori, si scagliò sul giovane Lica improvvisamente causandone la morte. Lica venne brutalmente gettato in mare, dove si trasformò in scoglio. Ercole in un attimo di lucidità, decise la sua morte lanciadosi su una pira in fiamme. Poco dopo Deianira, scoperto l’accaduto, sconvolta dal rimorso e dal dolore, si tolse la vita.

Lo scultore della grazia: da una scommessa all’eroismo

Antonio Canova era all’epoca soprannominato lo “scultore della grazia”, ma con fare irrisorio. Nell’ambiente accademico infatti questo aggettivo indicava un artista sdolcinato e effeminato, con accezione fortemente negativa. Fu il conte Onorato Gaetani dell’Aquila D’Aragona a lanciare una sfida!

Stupito come intenditore d’arte e collezionista dalle insulse dicerie sul conto dello scultore, nonostante la sua ineccepibile bravura, sfidò Canova a realizzare una scultura possente ed energica per far tacere i pettegolezzi. Solo un artista “graziato” avrebbe potuto realizzarla. Fu così che Canova accettò la sfida.

La storia della statua “Ercole e Lica” di Antonio Canova. Una travagliata commissione

“Ercole e Lica” fu commissionato a Canova dal conte Onorato Gaetani d’Aragona, affascinato dalla sua preecedente opera “Adone e Venere”. La realizzazione della scultura ha inizio a Napoli nel 1795, dove realizzò un primo bozzetto in cera poi trasformato in un modello in gesso. Fu però a causa di svariate vicissitudini politiche che Canova dovette proseguire la realizzazzione dell’opera mentre continuava a viaggiare per l’Italia. Portò con sé il modello in cera e nel 1796, giunto a Roma, cominciò a trasformare la cera in argilla. Purtroppo quando arrivò il marmo da scolpire, dovette fermarsi: il materiale non era di qualità, come si legge da una lettera di profondo rammarico che Canova scrisse all’amico Daniele Degli Oddi.

«Il masso che mi è arrivato è cattivo, ed io voglio farlo in un altro migliore»

I significati politici estranei a Canova. Secondo la Francia

Nonostante le opere di Canova non abbiano alcun intento indeologico o propagandistico, ad “Ercole e Lica” sono stati attribuiti nel tempo diversi significati politici in base alle epoche ed alle circostanze. Quando nel 1798 i francesi occuparono Roma, cominciarono a saccheggiare e svuotare gli edifici della città. Si imbatterono così nell’atelier di Canova  e vi trovarono, estasiati, il calco in gesso di “Ercole e Lica”. In questa situazione interpretarono la scultura secondo le vicende storiche francesi. Così Ercole fu visto come il simbolo della Francia che vince l’antico regime rappresentato da Lica.

Fu questo un periodo di tribolazioni e la presenza dei francesi anche su territorio veneto -dove era nato lo scultore- con i conseguenti disordini ne metteva a rischio la serenità e sicurezza. Proprio in questi anni Antonio Canova si sentì perso e per il dolore non riusciva più nemmeno a lavorare. Si risollevò in parte con il trattato di Campoformio (17 ottobre 1797) che sancì la fine dell’instabilitò con la divisione tra Francia e l’Arciducato d’Austria dei possedimenti.

Secondo l’Austria

Nel 1799 a Verona gli austriaci sconfiggevano i francesi nella battaglia di Magnano e i veneti ne acclamarono la vittoria. C’è da dire che intanto il conte D’Aragona si era tirato indietro dalla commissione di “Ercole e Lica”, così Antonio Canova era di nuovo in cerca di una committenza per terminare l’opera. D’altra parte i veneti, felici dell’esito delle vicende belliche, decisero di dedicare un monumento agli austriaci e per la realizzazione della statua si rivolsero a Canova. Ecco quindi che “Ercole e Lica” poteva avere una nuova committenza.

Stavolta Ercole avrebbe rappresentato l’ordine e il rigore asburgico contro la licenziosa libertà francese, rappresentata invece da Lica. Eppure neanche in questo caso l’affare si concretizzò. Francesco II, imperatore d’Austria, sensibile ai danni che la città veneta aveva già subito, si oppose alla costruzione del monumento, che sarebbe gravato sugli abitanti.

La committenza definitiva. I Torlonia

 

 

 

Intanto dopo diverse vicende storiche, “Ercole e Lica” di Canova non aveva più trovato committenti. Finché l’opera non attirò l’attenzione dei Torlonia. Erano una famiglia di banchieri, di origini francesi, residenti a Roma da generazioni. Fu Giovanni Torlonia nel 1801 ad assumersi la committenza dell'”Ercole e Lica” di Canova per 18.000 scudi. La lavorazione del marmo proseguì per anni e a più riprese, a causa di fortissimi dolori che debilitavano lo scultore. “Ercole e Lica” di Antonio Canova fu finalmente completato nel 1815, vincendo così quella “vecchia” scommessa fatta tanti anni prima. Dimostrò di poter realizzare anche opere eroiche e drammatiche.

 

Dettaglio. Volto di Lica
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