L’existencilist Banksy. Il significato di un’arte sovversiva e illegale

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Banksy è uno dei maggiori esponenti della Guerrilla Art, una branca della Street Art caratterizzata dall’anonimato dei writers. E a rendere il personaggio di Banksy così interessante non sono solo i murales, diventati famosi ovunque, ma proprio quell’alone di mistero che avvolge la sua identità facendolo diventare una specie di creatura mitologica.

Chi è Banksy? Chi c’è dietro? Il mistero dell’identità

Il non sapere chi sia veramente Banksy non è così strano dato che come street artist opera ai margini della legge. Sono state avanzate varie ipotesi sulla sua identità, e addirittura c’è chi pensa che in realtà sia un collettivo di artisti. Quelli che seguono da vicino la sua arte, dicono che sia nato a Bristol, in Inghilterra, forse nel 1974. E secondo alcune ricerche, pubblicate sul “Mail on Sunday” nel 2008, apparterebbe ad una famiglia piccolo-borghese o della classe operaia.

Uno dei nomi, che più spesso, viene accostato all’identità dell’artista è quello di Robert Del Naja, fondatore del gruppo musicale inglese dei “Massive Attack”, noto con lo pseudonimo 3D, anche lui street artist di Bristol. Secondo il giornalista Craig Williams, questa identificazione sarebbe supportata dal confronto tra le date dei concerti della band e le concomitanti apparizioni di opere sui muri delle città del tour.

L’altro nome associato all’artista è quello di Robin Gunningham, artista britannico anche lui di Bristol. In questo caso una ricerca scientifica condotta dall’Università Queen Mary, basandosi sul cosiddetto “profilo geografico criminale” –tecnica utilizzata dalla polizia per localizzare i criminali-, ha rilevato che le posizioni geografiche delle opere di Banksy su Londra e Bristol sono associate a siti legati a Robin Gunningham.

Infine troviamo anche la teoria finanziaria, sostenuta da un anonimo esperto forense in base alla quale l’artista sarebbe il fondatore della band dei “Gorillaz”, Jamie Hewlett. La teoria si fonda sull’analisi dei flussi finanziari di Banksy, che farebbero riferimento sempre ad un certo “J. Hewlett”, nominativo associato ad aziende collegate all’artista. Comunque, qualunque sia la sua vera identità, Banksy si batte strenuamente per proteggere l’anonimato.

«Non so perché le persone siano così entusiaste di rendere pubblici i dettagli della loro vita privata, dimenticano che l’invisibilità è un super potere.»

La Street Art di Banksy e l’arte come rivoluzione

Banksy disegna sui muri di mezzo mondo in incognito, senza mai essere sorpreso. L’inafferrabilità sta nella sua tecnica, infatti non dipinge direttamente sul posto (come nel caso di Jorit), ma si prepara in anticipo utilizzando degli stencil. Questa tecnica, ripresa dall’artista di strada francese Blek Le Rat a cui Banksy si ispira molto, consiste in un “negativo” dell’immagine da realizzare, che viene poi poggiato sulla superficie da dipingere e riempito di colore negli spazi vuoti. In questo modo viene assicurata la rapidità dell’esecuzione on the road e l’accuratezza della rappresentazione.

Per sferrare l’attacco Banksy impiega qualche decina di minuti. Gran parte del tempo per creare l’opera la trascorre in studio per preparare la sagoma da realizzare. Riesce ad elaborare un linguaggio diretto, simile a quello pubblicitario. Per questo suo modo di dipingere, fatto di linearità, essenzialità e figure semplici e riconoscibili, Banksy si definisce un existencilist, un mix tra “esistenzialismo” e “stencil”.

«Io uso quello che serve. A volte questo significa solo disegnare un paio di baffi sul volto di una ragazza su qualche cartellone, talvolta invece significa sudare per giorni su un disegno intricato. La chiave è l’efficienza»

Tra illegalità e provocazione

Le opere che appaiono spesso nel giro di una notte senza autorizzazione sui muri delle città, sono tutte illegali e soprattutto di denuncia sociale. Fanno discutere e riflettere perché a sfondo satirico e/o polemico. Si tratta di tematiche importanti e molto legate all’attualità: guerra, sfruttamento minorile, consumismo, manipolazione mediatica, inquinamento, povertà.

Banksy combina un umorismo cupo con un’ampia gamma di soggetti umani e animali, utilizzati come sterotipi per enfatizzare alcuni tratti e significati simbolici -scimmie, topi, gatti, poliziotti, bambini, e anziani-. La sua forza creativa non risiede solo nei messaggi che trasmette ma anche nel linguaggio che sceglie per farlo. Immagini mai scontate, che si prestano a differenti chiavi di lettura e approfondimenti, nonostante l’immediatezza. La semplicità delle figure rende i suoi messaggi accessibili a tutti, indifferentemente dalla fascia d’età o scolarizzazione, ma la forza sta nel stravolgerla con la presenza di elementi dissonanti, che ne rafforzano il carattere sovversivo.

“Girl with balloon/Balloon Girl” di Banksy. La bambina con il palloncino rosso come la vita

“Girl With Balloon” o “Balloon Girl ” di Bansy si trova vicino le scale del Waterloo Bridge sul lato di South Bank a Londra. Nel 2017 si è aggiudicata il titolo di opera d’arte più amata in Gran Bretagna. Il murale mostra una bimba con la mano tesa verso un palloncino rosso a forma di cuore che il vento sta portando via. Ha delicate sfumature di poesia, ma rappresenta in realtà un momento di solitudine, tanto più pura perchè associata all’immagina di una bambina. A sottolineare il gioco dei significati e di contrasti che distingue Banksy, una scritta vicino al murale che citava «There is always hope/C’è sempre speranza». Il palloncino rosso della bambina rappresenta l’innocenza, l’amore, la speranza. Ma è anche simbolo generalmente associato alla leggerezza dello spirito e a sogni e desideri, non ultimo c’è chi associa al palloncino una vita che vola via…

Nel 2018 una copia su carta di “Balloon Girl” con una cornice realizzata dall’artista è stata messa all’asta da Sotheby’s e battuta per oltre 1 milione di sterline. Al momento della vendita, un distruggi-documenti meccanico ha iniziato a triturare l’immagine che è fuoriuscita per metà dalla cornice in tante striscioline. È stato proprio Banksy l’artefice della distruzione, che ha nascosto il marchingegno nella cornice attivandolo non appena sancita la vendita. Ha così allo stesso tempo creato una nuova opera d’arte e riaffermato un concetto a lui molto caro, ossia che l’arte è per tutti e non deve essere privatizzata o venduta.

Quel giorno “Girl with balloon/Balloon Girl” è diventata “Love is in the Bin/L’amore è nel cestino”, configurandosi come la prima opera d’arte realizzata live durante un’asta. Poco dopo sul profilo instagram di Banksy è comparsa la scritta «Going, going, gone…/Sta andando, sta andando, andata…», dando tutto un nuovo e potente significato alla rielaborazione dell’opera.

Il significato delle opere di Banksy: “Flower Thrower” e “Game Changer”

Tra i tanti si pensa a “No ball games”, il murale dove sono raffigurati due bambini mentre giocano “a palla” con un cartello che vieta loro di farlo. Spesso si trovano bambini nelle opere di Banksy, incarnano per lui speranza e purezza in un modo aggressivo e votato al denaro. In questo caso l’opera sempra un’esortazione alla disobbedienza respingendo forme educative e linee guida sociali basate sulla repressione.

“Flower Thrower/Il lanciatore di fiori” di Banksy è stato realizzato per le proteste in Palestina del 2005. In questo murale si vede un terrorista che imbraccia e lancia un mazzo di fiori invece che un molotov, a rappresentare la forza della pace e come sia oggi più sovversivo -ad opera di un rivoltoso, infatti- chi cerca la pace piuttosto che la guerra.

L’opera che invece rappresenta il record assoluto di vendita è “Game Changer” di Banksy, battuta all’asta di Christie’s nel 2021 per ben 14,4 milioni di sterline. Il dipinto ritrae un bambino in ginocchio che gioca con il pupazzo di un’infermiera con mascherina e mantello, lasciando Batman e Spiderman in un bidone. “Game Changer”, dipinta a mano, si trova sul Southampton General Hospital come rigraziamento e omaggio per gli operatori sanitari che hanno lottato nella battaglia contro il Covid a fianco dei loro pazienti, a volte, dando la vita per questo. Banksy in questo caso ha disposto che l’opera fosse venduta all’asta per destinare il ricavato all’intero Servizio Sanitario Inglese. Accanto il murale si legge:

«Grazie per tutto quello che stai facendo. Spero che questo renda un po’ più luminoso il posto, anche se è solo bianco e nero.»

Contro la guerra e la distruzione

Il primo grande murale di Banksy è stato “The Mild Mild West” a Bristol. Ha fatto la sua comparsa nel 1997 per coprire una pubblicità nel quartiere di Stokes Croft. Raffigura un orsacchiotto che lancia un cocktail molotov a tre poliziotti in tenuta antisommossa. È diventato il simbolo di tante rivolte simili a quella del 2011, contro l’apertura di un supermercato proprio a Stokes Croft, zona tradizionalmente orgogliosa delle sue botteghe indipendenti e non associate a nessuna catena.

La sfida “murales” più rischiosa forse è quella della Palestina, dove realizza opere lungo il muro di 70km che divide la Cisgiordania da Israele. I soggetti dipinti sono per la maggior parte bambini che tentano di aggirare il muro in volo aggrappati a dei palloncini, o di bucarlo con paletta e secchiello. In alcuni punti realizza degli squarci che fanno intravedere paradisi terrestri al di là del muro. A proposito un anziano signore palestinese lo ha fermato durante la realizzazione rimproverandogli di aver reso bello il muro.

«Noi non vogliamo che sia bello, noi odiamo questo Muro. Tornatevene a casa»

Il “Naufrago bambino” e “Venice in Oil” di Banksy

Lo street artist ha colpito anche a Venezia durante l’inaugurazione della 58ª Biennale. Un ragazzo con i piedi nell’acqua e indosso un giubbotto di salvataggio, alza verso il cielo un razzo segnaletico con un fumo rosa. Si tratta del “Naufrago bambino” di Banksy e rappresenta la questione dei migranti, le difficoltà per giungere e restare in Europa. Lo street artist ha voluto porre al centro dell’attenzione la speranza con cui si imbarcano, il viso segnato da brutture e difficoltà, il sogno di un futuro migliore. Il murale si trova su un edificio lungo il canale che costeggia l’Università Ca’ Foscari.

Sempre a Venezia ha realizzato un’installazione che già nel nome rivendica la denuncia. “Venice in Oil” di Banksy si scaglia contro l’oil, l’inquinamento prodotto dalle grandi navi da crociera.  Comprende 9 quadri che giustapposti riproducono l’immagina di una nave da crociera nel canale di San Marco. Si scorge il campanile di San Marco e i gondolieri 700eschi, in basso, destinati ad assorbire l’inquinamento prodotto. I quadri sono su una struttura con ruote vicino ad uno scatolone con i pennelli, un cartellino recante il titolo, una cornice e un uomo. L’installazione infatti prevede la presenza di un pittore di strada seduto a leggere un giornale, nascosto sotto un cappello scuro, giacca blu e pantaloni beje.

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