“Beau ha paura” di Ari Aster. Un incubo o una realtà grottesca

Beau ha paura di Ari Aster

“Beau ha paura” è il terzo lungometraggio del regista e sceneggiatore statunitense Ari Aster. Il soggetto nasce da un prodotto dello stesso Aster, un cortometraggio intitolato “Beau” che realizzò nel 2011. È la storia di un uomo – interpretato da Billy Mayo – che deve andare a trovare sua madre ma, a causa di un imprevisto e una successione di eventi ambigui, qualcosa va storto. Si tratta della stessa base da cui parte il film che vede Joaquin Phoenix interpretare il protagonista Beau. Dalla durata di 2 ore e 59 minuti, la pellicola si lega e si discosta dalle due precedenti: “Hereditary” e “Midsommar”, dando vita a una vicenda strana, ambivalente e perturbante che si alterna tra il mondo reale e quello onirico. Gli eventi, e l’apparenete illogicità con cui sono presentati, riportano alla mente “Madre!” di Darren Aronofsky. Ma mentre quest’ultimo esprime in modo chiaro l’allegoria che intende rappresentare, “Beau ha paura” lascia qualche incertezza. 

Possiamo desiderare certe cose e allo stesso tempo non volerle affatto.

Dott. Friel

Un incubo

“Beau ha paura” ha una struttura particolare che si intreccia su se stessa, mostrando la trama in modo quasi illogico. La relazione di causa ed effetto che connette gli eventi è totalmente assente, tanto da far dubitare della loro veridicità. Sta accadendo sul serio oppure solo nella testa del protagonista? Quello che viene mostrato è la realtà o è soltanto un sogno? Un incubo? La paura del protagonista diventa il filo conduttore di ogni vicenda. Tutto ha inizio dal momento in cui qualcuno gli ruba le chiavi di casa, scatenando una successione di imprevisti che non permettono a Beau di arrivare a casa di sua madre, almeno non presto. La trama è infatti divisa in parti differenti che vedono Beau sempre in un luogo nuovo e – non proprio – pronto ad affrontare un’altra delle sue paure. Odissea, viaggio nell’aldilà, inferno o purgatorio, non si sa, ma è chiaro che Beau vive una condizione di profonda ansia che riesce a trasmettere anche allo spettatore. 

Si accorse che i dettagli della trama erano incredibilmente simili a quelli della sua stessa vita.

Il tempo è indefinito e lo spazio si costituisce soltanto in base alle scenografie, proprio come se fosse una rappresentazione teatrale. Un teatro dell’assurdo, grottesco e irrazionale. La contraddizione e l’incoerenza incrementano le preoccupazioni del protagonista e si realizzano attraverso una mise en abyme volta a ricreare la sua storia. Proprio come nelle pellicole precedenti, infatti, Ari Aster dà indizi su come proseguirà la narrazione. Prima lo fa attraverso un televisore in cui Beau riesce a vedere se stesso e il suo futuro e poi attraverso una vera e propria messa in scena che rispecchia ciò che gli è accaduto e ciò che dovrebbe ancora avvenire. Le scenografie teatrali che danno vita alla narrazione vengono poi sostituite da una rappresentazione grafica, dei disegni, che mostrano Beau fino all’anzianità. Una storia nella storia, una vicenda nell’altra. Realtà e sogno, luce e ombra, ricordi e presente continuano ad alternarsi, Beau non li sa distinguere e neanche lo spettatore che vede tutto attraverso lo sguardo del protagonista. 

Il lutto come elemento scatenante

Ari Aster inserisce un elemento ricorrente all’interno delle sue pellicole: il lutto e la sua elaborazione. In “Beau ha paura”, così come in “Hereditary” e in “Midsommar”, si tratta del fattore scatenante. C’è, però, una differenza. La morte della madre di Beau pare essere solo una messa in scena. Quindi, ancora una volta, ci si chiede se ciò che si sta guardando sia realtà o finzione. La famiglia e le relazioni al suo interno tornano di nuovo, ma in maniera innaturale e paradossale. Le difficoltà di Beau, le sue paure e le sue angosce, provengono dal suo rapporto con la madre, dal modo in cui è cresciuto, e iniziano nel momento della sua nascita, quando Mona esprime preoccupazione perché suo figlio non piange. 

Le inquietudini del protagonista vengono sempre dalla stessa origine, sua madre. E, metaforicamente, è lì che Beau ritorna. Durante il processo che mette Beau a giudizio, incolpato da Mona per il suo comportamento, lui finisce per cadere in acqua che simbolicamente rappresenta il grembo da cui è nato nelle prime scene del film. In questo modo si va a delineare una struttura circolare per cui gli eventi che si susseguono all’interno del lungometraggio, siano essi concreti o astratti, riportano al luogo dove tutto ha avuto inizio. È chiaro che il regista ha realizzato una pellicola di forte impatto, forse poco chiara, ma che intende rivelarci il suo punto di vista su un aspetto specifico della vita: la paura.

Beau ha paura

Regista: Ari Aster

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