“Everything Everywhere All at Once”, una vicenda familiare in un multiverso d’azione

Everything Everywhere All at Once di Daniel Kwan e Daniel Scheinert

“Everything everywhere All at Once” è un film scritto e diretto dai Daniels, ossia Daniel Kwan e Daniel Scheinert. La pellicola, premiata con ben sette Oscars e due Golden Globes, mette insieme il cinema statunitense, in particolare quello dei supereroi, e il cinema cinese con i suoi combattimenti e l’ironia sul genere di quei film che vedono come protagonista Jackie Chan. È un misto di generi diversi che vanno dalla commedia al drammatico, dal fantastico all’avventura e all’azione, creando una storia divertente e seria al contempo, con momenti di viva azione e momenti più profondi e sentimentali. La particolarità di “Everything Everywhere All at Once”, o più brevemente “EEAAO”, sta proprio nell’unione di elementi che solitamente sono separati tra loro e nella capacità di mettere in scena una storia familiare in un modo unico e inaspettato. 

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Waymond

Attraverso lo specchio

Il film, che vede come protagonista una famiglia cinese immigrata negli Stati Uniti d’America, si apre su una sequenza che sin da subito dà un indizio importante. All’inizio, si vedono Evelyn, la protagonista interpretata da Michelle Yeoh, suo marito Waymond (Ke Huy Quan) e Joy (Stephanie Hsu), la loro figlia, che si divertono a cantare al karaoke. Questa breve sequenza è mostrata all’interno di uno specchio di forma circolare, all’interno del quale l’inquadratura si immerge fino ad arrivare ad una nuova scena. Qui, Evelyn è intenta a riordinare dei documenti fiscali. Si passa da una scena di spensieratezza a una di preoccupazione attraverso un piano sequenza. Ma l’elemento più significativo in questa successione di fotogrammi è la presenza dello specchio che assume un valore simbolico. Lo specchio è uno strumento che riflette ciò che ha davanti. In questo caso, però, diventa qualcosa di più.

Ogni fallimento, ogni delusione, ti hanno condotta qui, a questo momento. Non permettere a nessuno di fermarti.

Waymond

Lo specchio è una sorta di portale, un’entrata in un universo differente. All’inizio del lungometraggio, lo spettatore attraversa lo specchio esattamente come fa Alice nel romanzo di Lewis Carroll. E cosa vi trova? Una famiglia piuttosto infelice, dove la rottura dei rapporti intrafamiliari si lega alle difficoltà economiche. Ma che come sarebbe il presente se Evelyn non avesse seguito Waymond in America? Come sarebbe la sua vita se avesse preso una decisione differente? E come sarebbero le vite delle persone che le stanno accanto? Questi interrogativi aprono a milioni di possibilità, in quanto ogni piccola decisione ha la capacità di creare delle differenze sostanziali nella vita di un individuo. In base alle scelte che si fanno giorno dopo giorno, minuto dopo minuto, si crea una quantità indefinita di universi diversi.

Il multiverso

Ogni volta che si fa una scelta, ci si apre a un numero infinito di possibilità ma se ne perdono altrettante. Quelle possibilità però non svaniscono nel nulla e basta. Piuttosto, creano un’infinità di universi paralleli dove ognuna di esse viene soddisfatta sviluppando delle nuove storie, diverse da quelle in cui le scelte sono state altre. Secondo la teoria del multiverso, esistono dimensioni differenti dove sono presenti altre versioni della propria vita. Ognuna di queste versioni presenta quindi delle vicende uniche che sono scaturite da una scelta piuttosto che da un’altra. Si tratta di percorsi di vita alternativi. 

Gli universi, nati dalle varie possibilità e scelte intraprese nel corso della vita, sono interconnessi tra loro e in questo modo anche gli altri “io” o i propri “sé” degli universi paralleli sono collegati. Infatti ci sono delle azioni, per quanto assurde possano apparire, che hanno la capacità di attivare la connessione con un universo in particolare. Questi piccoli o grandi gesti attivano il cosiddetto “tappeto elastico” che permette ad ogni personaggio di usare gli altri mondi per acquisire delle specifiche abilità. Il passaggio da un universo all’altro, con la conseguente acquisizione di nuove doti, è segnato da un cambiamento nelle inquadrature e nell’aspect ratio. Tuttavia, il film non si basa solo sulla spettacolarità delle azioni o sugli elementi fantascientifici. L’impatto visivo accompagna una storia familiare e profonda. 

L’amore per la famiglia 

C’è sempre qualcosa da amare.

Evelyn

La trama dI “Everything Everywhere All at Once” sembra basarsi sulla speranza che Evelyn squarci il velo del caos per ripristinare l’ordine, sconfiggendo Jobu Tupaki, la versione di Joy proveniente dall’Alphaverse, e il suo minaccioso buco nero a forma di bagel – la cui circolarità viene riproposta anche in uno dei documenti fiscali -. In realtà, proprio attraverso questa avventura ricca di combattimenti che attingono anche e soprattutto al kung fu Evelyn riesce a comprendere cosa sia realmente importante nella sua vita. Innanzitutto, si rende conto che per quanto non riesca ad andare d’accordo con Joy non vuole perderla, e non vuole perdere la sua famiglia. Evelyn ha la capacità di interrompere una linea di comportamento che aveva subito da suo padre in passato e che ora stava riversando su sua figlia, le sue scelte e la sua relazione.

«Quando scelgo di vedere il lato positivo delle cose, non sono ingenuo. È strategico e necessario. È così che ho imparato a sopravvivere a tutto questo.» – Waymond

Grazie all’apertura mentale fornitale dall’interconnessione con gli altri sé del multiverso, la protagonista arriva anche a comprendere suo marito e il suo atteggiamento. Waymond viene presentato come un personaggio ingenuo e tranquillo, diversamente dal suo alter ego di Alphaverse. Eppure, proprio Waymond riesce ad insegnare qualcosa di fondamentale. Essere tranquilli e riuscire a vedere il buono delle cose non è sinonimo di ingenuità o di semplicioneria, bensì di intelligenza e consapevolezza. Waymond sa che le cose non sempre vanno come si vorrebbe, ma ha l’abilità di trovare sempre un elemento positivo anche in ciò che non va come sperato. Ogni cosa, ogni evento, ogni esperienza ha il suo significato. Quindi ogni particolarità della vita ha la sua importanza.  

Il terzo occhio

“Everything Everywhere All at Once” è una commedia di fantascienza, avventura, azione e dramma familiare che si divide in tre parti: “Everything”, “Everywhere”, “All at Once”. Il titolo fa chiaramente riferimento all’esistenza del multiverso dove ogni cosa avviene ovunque, in ogni dove, e tutto in una volta, contemporaneamente. Nella sua essenza fantastica, caratterizzata da una fotografia colorata e da alcune scelte un po’ bizzarre, il film si lascia attraversare da elementi di diverso genere per arrivare al suo messaggio centrale. L’amore può superare ogni pregiudizio e ogni ostacolo. È l’essenza delle cose, insieme a un’impostazione mentale che aiuta a vedere il lato positivo in ogni situazione, anche quelle più difficili. 

Quante volte ti ho detto di togliere tutti questi occhi dalle cose?

Evelyn

Quando Evelyn arriva a tali consapevolezze attacca sulla sua fronte, tra gli occhi, un terzo occhio. Una delle manie di Waymond è quella di incollare un paio di occhi su diversi oggetti, tanto che a un certo punto si ritrovano in uno degli universi in cui Evelyn e Jobu sono dei sassi. La presenza di questi occhi arriva ad avere un certo significato. Il terzo occhio di Evelyn è, infatti, il segno della sua nuova consapevolezza, della sua capacità di riuscire a vedere al di là dell’apparenza delle cose. Quel terzo occhio è proprio ciò che “Everything Everywhere All at Once” vuole donare al suo spettatore, dandogli una visione più ampia della realtà che lo circonda.

Everything Everywhere All at Once

Regista: Daniel Kwan e Daniel Scheinert

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