“Il cigno” di Wes Anderson, il cortometraggio sul bullismo

Il cigno di Wes Anderson

“Il cigno” di Wes Anderson è uno dei cortometraggi tratti dai racconti di Roald Dahl presenti sulla piattaforma streaming Netflix. Come “La meravigliosa storia di Henry Sugar”, anche questo racconto appartiene alla raccolta “Un gioco da ragazzi e altre storie” pubblicato nel 1977. La pellicola ha una durata di circa 15 minuti, durante i quali il protagonista stesso racconta in prima persona un episodio della sua vita, fungendo da narratore e interprete di quanto accaduto.

Peter Watson guardò il cielo bianco sulla sua testa […] poi a un tratto […] un sussurro stridente venire da lontano lungo le rotaie.

La teatralità del film

“Il cigno” si apre su un sentiero alberato in prospettiva. A mezza figura, leggermente spostato a sinistra, c’è il narratore (Rupert Friend). Racconta la storia di un bambino, Peter Watson, preso di mira da due bulli Ernie e Raymond. La storia non viene mostrata mentre il narratore si rivolge allo spettatore per raccontarla, piuttosto viene rappresentata. Infatti, intorno alla figura del narratore – che poi si rivelerà essere una versione adulta del protagonista -, girano pochi altri personaggi, delle comparse che aiutano la versione più giovane di Peter Watson (Asa Jennings) e quella più adulta a riprodurre quanto accaduto. La rappresentazione avviene in maniera teatrale, come una successione di diverse scenografie. Le scene sono al servizio dei personaggi e dei loro movimenti, così come la camera che segue la narrazione passo dopo passo modificando l’angolazione delle inquadrature. 

È volato via quando avete gridato, i picchi sono estremamente timidi.

Peter Watson

L’elemento che caratterizza questo cortometraggio e lo differenzia dagli altri – “La meravigliosa storia di Henry Sugar”, “Il derattizzatore” e “Veleno” – è la scelta di non mostrare ogni avvenimento allo spettatore. Molte delle azioni descritte, soprattutto quelle dei bulli, vengono soltanto raccontate oralmente dal Peter Watson adulto che imita le voci di Ernie e Raymond a cui non viene neanche dato un volto. Tali sequenze avvengono fuoricampo ma, attraverso la scenografia e la voce del narratore, lo spettatore riesce comunque a vedere in qualche modo ciò che sta accadendo. Il tempo scorre lento e lo spettatore inizia ad acquisire una maggior consapevolezza a mano a mano che il racconto procede. Anche la fotografia è al servizio della narrazione. I colori del lago, del salice e della natura che fa da sfondo, sono leggermente opachi, nel pastello, dando una sfumatura tenue a una vicenda che ha bisogno di essere narrata con una particolare serietà. 

Il tema del bullismo

Il racconto omonimo da cui nasce la sceneggiatura de “Il cigno” si ispira a un vero caso di cronaca in cui lo scrittore si era imbattuto. Il testo fu scritto nel 1976 ma la notizia era di circa trent’anni prima. Diversamente dagli altri cortometraggi che si guardano a cuor leggero, questo che vede Peter Watson come protagonista lascia qualcosa di diverso, di più profondo, con una nota di tristezza. Il tema non nasce da una semplice fantasia dell’autore, ma da una realtà ancora presente, ossia quella del bullismo. Due ragazzetti pericolosi e stupidi se la prendono con un bambino che si trova tranquillo a osservare gli uccelli. Lo scopo dei due è quello di prendersela con gli indifesi, che sia un essere umano o un animale, nel caso particolare che sia Peter Watson o un cigno. 

Certe persone quando hanno subito troppo cedono, si arrendono, si abbattono. Altre sono indomabili, hanno uno spirito indomito e nulla le farà arrendere mai.

Roald Dahl

Tutto avviene mantenendo la simmetria delle scene e rappresentando i filtri attraverso cui i personaggi osservano. Le azioni dei bulli sono molteplici ed estreme. Il piccolo Peter viene legato ai binari del treno di cui si sente soltanto un fischio e che viene rappresentato attraverso dei disegni. Mentre l’inquadratura del cigno è contornata dalla sagoma di un binocolo, mezzo attraverso il quale viene osservato l’animale. 

Peter e il cigno

Il Peter adulto narra la storia in terza persona anche se è la sua. Forse perché da quel momento è passato tanto tempo oppure perché è accaduto qualcosa che segna un distacco definitivo dalla versione giovane di Peter Watson e l’altra. L’ultima parte del racconto rende tutto più chiaro. Ernie e Raymond uccidono il cigno, lasciando i suoi pulcini soli, e spingono Peter a indossare le sue ali. Lo fanno salire su un albero, un salice piangente. Dall’alto del salice, su un ramo che sta per spezzarsi, Peter vede una luce che lo chiama all’interno del lago. Si tuffa verso di lei e dispiega le ali, finché cade sul prato del giardino di casa sua, davanti agli occhi di sua madre.

Il finale della narrazione è impregnato di simbolismo. Il cigno è un uccello simbolo della purezza e dell’innocenza, proprio due aggettivi che possono descrivere il protagonista. Ma non solo. Il candido uccello, così come il salice piangente, simboleggia anche qualcos’altro: la morte. Attraverso il racconto de “Il cigno”, Roald Dahl prima e Wes Anderson poi danno vita a una giovane vittima di bullismo che prende voce in prima persona per delineare un comportamento violento e brutale e per descrivere le conseguenze che ha sulla sua stessa vita.

Il cigno

Regista: Wes Anderson

Valutazione dell'editor
3

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