Il Derattizzatore di Wes Anderson: la carica grottesca dell’uomo-ratto con Ralph Fiennes

The Rat Catcher Poster

“Il Derattizzatore” di Wes Anderson è un cortometraggio di 17 minuti realizzato per Netflix. La sceneggiatura nasce dal racconto omonimo – in inglese “The Rat Catcher” – presente nella raccolta “Claud’s Dog” di Roald Dahl. Alla fine degli anni ‘40, lo scrittore e aviatore gallese visse a Wisteria Cottage dove scrisse un ciclo di racconti ispirati dal posto e dai suoi abitanti, tra cui la storia di un addetto alla disinfestazione dei ratti che per lui diventa un uomo-ratto.

Il corto si inserisce all’interno di una nuova dimensione di Wes Anderson. Anche con gli altri cortometragi che fanno parte del progetto, Wes condensa un’esplosione di perfetta simmetria estetica, strutturale ed emotiva in pochi climax culminanti. In una narrazione composta quasi ad episodi sembra voler sviluppare maggiormente nuove potenzialità ed evoluzioni del suo genere. Così mantiene delle affinità con le opere precedenti, ma anche delle differenze con “La meravigliosa storia di Henry Sugar”, “Il cigno” e “Veleno”. La struttura narrativa, la fotografia e la scenografia mantengono l’impronta tipica, mentre i temi e il genere portano a una storia che mette insieme commedia e dramma, come gli altri, ma che aggiunge una dose di grottesco

I ratti sono furbi se li vuoi acchiappare bisogna conoscerli.

L’uomo-ratto

L’impostazione narrativa del corto

“Il Derattizzatore” ha una forte portata narrativa e si sviluppa come trasposizione cinematografica di brevi racconti, attigendo alla magia del cinema per la piega grottesca e per gli espedienti narrativi – già sperimentati nei corti precedenti, ma qui sviluppati meglio come elementi funzionali -.

La narrazione prosegue attraverso i tre personaggi e l’autore. Mentre Roald Dahl (Ralph Fiennes) narra comodamente dalla sua poltrona giallina, il reporter (Richard Ayoade) lo fa nel vivo della scena, riproducendo visivamente la storia raccontata insieme all’Uomo-ratto (Ralph Fiennes) e a Claud (Rupert Friend).

Entrambi i narratori portano il loro sguardo verso la camera in modo da rivolgersi direttamente allo spettatore, con una saggia rottura della quarta parete che spesso è promossa da Roald Dahl e raggiunge il climax in scene strategiche. Ma il cinema fa qualcosa che il libro non può fare, almeno non visivamente. La storia dell’Uomo-ratto e della disinfestazione viene realizzata attraverso espedienti differenti, assumendo forme e composizioni singolari. La scenografia è ancora una volta simmetrica, ma si modifica in modo diverso dagli altri testi di Roald Dahl messi in scena. 

Scelte tecniche e ambientazione

Nel Derattizzatore Wes Anderson alla regia predilige pochi movimenti, la macchina da presa riprende le movenze secche e sintetiche, simmetriche, strizzando l’occhio al Wes del passato, allo stile classico che lo ha portato alla notorietà. L’assenza di orpelli e la disposizione tripartitica dei soggetti in primo piano si assestano in una perfetta disposizione simmetrica.

L’ambientazione quindi dialoga con la semplicità della geometria. Il villaggio si riassume in una strada di ghiaia, una pompa di benzina, qualche struttura sparuta e il granaio. Gli spazi si attraversano a volte con scene percorribili, ma anche attraverso cartonati e pannelli disegnati, che danno una formazione speculare e in prospettiva.

I colori sono opachi e l’intera fotografia è ricoperta da una patina granulata che rende l’immagine sporca, come a richiamare la descrizione dell’Uomo-ratto. Gli attributi del cacciatore di topi vengono tracciati dal narratore e contemporaneamente illustrati allo spettatore attraverso dei movimenti leggeri dell’Uomo-ratto che pone in evidenza la parte di sé descritta. Le sequenze si susseguono sempre tramite uno stacco netto e si realizzano su diversi piani – in cui i personaggi si sistemano – variando da quelli ravvicinati fino al piano medio o alla figura intera.

Stop Motion: climax recetitativo e svolta nel grottesco

Rispetto agli altri racconti di Roald Dahl realizzati da Wes Anderson, “Il Derattizzatore” aggiunge una scena realizzata attraverso lo stop motion, con il fondamentale compito di rendere visibile per la prima volta il Ratto – fino a questo momento richiamato solo simbolicamente -. È questo il momento chiave in cui il corto svolterà sempre di più nell’horror grottesco.

La scena mostra l’Uomo-ratto nell’atto di poggiare un topo su un distributore di benzina. Qui la camera si avvicina sempre di più fino a mostrare soltanto l’animale, unico soggetto in scena. Il sonoro che incede e i colori freddi creano un climax emotivo, quasi una digressione dal racconto, che poi continuerà a procedere. I movimenti del ratto cambiano in base alla narrazione, proprio come avveniva per gli attori.

Il topo finisce per diventare in qualche modo lo stesso Uomo-ratto, la cui voce viene proprio dal roditore. Si assiste alla personificazione dell’animale che prende le sembianze di Claud per rappresentare il duello tra il ratto e l’Uomo-ratto. Tuttavia, lo scontro non viene reso attraverso movimenti attivi degli attori, ma soltanto attraverso il racconto, proprio come avviene per le azioni dei bulli ne “Il cigno”.

In questo modo, il cortometraggio che vede Ralph Fiennes interpretare due caratteri diversi – autore e personaggio – diventa rappresentativo della cinematografia di Wes Anderson perchè da un lato ripropone il montaggio e la fotografia tipici del regista statunitense, ma soprattutto perchè viene reso sia dalla recitazione attoriale che dallo stop motion, congiungendo in un testo grottesco quelle particolarità che accompagnano da sempre il suo lavoro, unendo quindi realtà e immaginazione.

Ti è piaciuto questo articolo?

Clicca sulla stella per votare!

Media / 5. Voti:

Nessuna valutazione per il momento. Vota per primo!

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.