Io Capitano di Matteo Garrone: Sublimazione del Racconto Migratorio

Io Capitano Poster

“Io Capitano” è un film di Matteo Garrone che narra la migrazione attraverso lo sguardo del giovane Seydou, interpretato da Seydou Sarr. Il viaggio, intrapreso dal protagonista insieme a suo cugino Moussa (Moustapha Fall), è difficile e insidioso. Più che la natura, sono altri esseri umani a rappresentare un ostacolo da superare.

Bisogna fare i conti anche con sé stessi, con la propria forza di volontà e la propria emotività, cercando di restare fermi e proseguire in avanti, nonostante ciò che accade intorno o dentro di sé. Garrone, che firma la sceneggiatura insieme a Massimo Gaudioso, Andrea Tagliaferri e Massimo Ceccherini, mostra la sua caratteristica impronta all’interno di questa storia. Riesce a proporre un racconto drammatico ma con delle note fiabesche mascherate dai sogni e dai pensieri di Seydou, lasciando che la narrazione rimanga veritiera. 

Mamma, io voglio partire, voglio andare in Europa a lavorare per darti una mano. In tanti sono partiti e ce l’hanno fatta. Hanno aiutato le famiglie. Io voglio diventare qualcuno, voglio aiutarti. Amo la musica, là realizzerò il mio sogno, aiuterò le mie sorelline. Guarda dove dormono: la casa crolla! Io voglio aiutarti.

Seydou nel film “Io Capitano”

La Storia Vera dietro Io Capitano: il viaggio di Mamadou Kouassi

Mamadou Kouassi Pli Adama, figura di spicco presso il Centro Sociale ex Canapificio di Caserta, è il vero protagonista della storia che ha ispirato il film. La sua vita è stata un’odissea, un percorso attraverso terre e mari che lo ha condotto fino in Europa, sfidando ogni genere di avversità.

Originario della Costa d’Avorio, Mamadou ha attraversato 3 paesi e camminato attraverso il deserto del Sahara, prima di finire nelle grinfie dei trafficanti libici. Ha conosciuto l’inferno dei campi di prigionia libici, assistendo impotente alla tortura e alla morte di molti.

Dopo 3 anni di sfruttamento in Libia, dove ha lavorato in condizioni disumane per raccogliere i soldi necessari a continuare il suo viaggio, Mamadou si è imbarcato a Zuwara, diretto verso l’Italia. Ma il destino ha giocato contro di lui quando il gommone su cui viaggiava si è spezzato in due, lasciando alcune anime perdute sotto gli occhi sgomenti di Mamadou. Solo grazie all’intervento tempestivo di alcuni pescatori di Mazara del Vallo è riuscito a salvarsi.

Dalla Realtà al Film

La sua testimonianza ha ispirato persino il regista Matteo Garrone per il film “Io Capitano”, che porta sul grande schermo le vere storie dei migranti e dei loro viaggi dall’origine fino all’Europa. Mamadou, con la sua resilienza e la sua determinazione, incarna l’essenza di una lotta per la sopravvivenza che troppe volte viene ignorata o dimenticata.

“Io capitano” racconta la migrazione dall’Africa all’Europa di due giovani senegalesi ispirandosi al viaggio di Mamadou Kouassi Pli Adama, che diventa immagine di ciò che vivono numerosi migranti. Diversamente da quanto ci si potrebbe aspettare, Seydou e Moussa non scappano da una guerra, ma rincorrono un sogno che potrebbe realizzarsi in un luogo lontano da casa.

Ispirazione: da Pinocchio all’Odissea

Considerando la narrazione attraverso la sua struttura e il suo intento, si potrebbe leggere la vicenda come una fiaba in cui Garrone mette in scena una nuova versione di Pinocchio. Qui, un giovane uomo racconta delle bugie per nascondere a sua madre che sta lavorando per guadagnare e, insieme a suo cugino – una sorta di Lucignolo che intende convincere l’altro a partire -, raggiungere un ideale paese dei balocchi.

Tuttavia Garrone non intende mostrare cosa avviene una volta giunti a destinazione, una realtà che potrebbe essere deludente, piuttosto viene data una forma visiva all’Odissea che si nasconde dietro l’arrivo dei barconi. 

Il realismo magico di Garrone come rifugio

La storia viene raccontata in prima persona attraverso il punto di vista di Seydou, che permette allo spettatore di vivere le sue sensazioni e i suoi stati d’animo. Proprio per questo, le sequenze non mostrano soltanto la realtà nella sua drammaticità, ma presentano degli inserti surreali tipici del realismo magico che intendono attenuare la gravità di alcune vicende.

È come se la mente di Seydou cercasse rifugio per trovare un momento di conforto, per sentirsi vicino a sua madre, per dirle di non preoccuparsi che sta bene, e per riuscire ad andare avanti di fronte alla tragicità degli avvenimenti.

Non a caso, queste scene si inseriscono quando la donna nel deserto fa fatica a proseguire il suo cammino e dopo che il giovane protagonista viene catturato e torturato in Libia. Come una fiaba, l’intento è informativo e formativo, ma non per i protagonisti della storia stessa, piuttosto per coloro che la guardano dall’esterno.

Io Capitano: Analisi del Film tra tecnica e trama

Il film è stato realizzato interamente in wolof e in francese perchè una vicenda come questa secondo Garrone doveva essere raccontata senza alcun tipo di filtro, neanche quello del doppiaggio, ma con un linguaggio nudo, capace di cogliere e di esprimere il sentire sofferto di tante persone nella speranza di una vita migliore. 

L’Addio all’Africa e ai Colori

Il Senegal viene mostrato nella sua intensa vitalità attraverso la musica tradizionale, i colori vividi e i legami tra i personaggi. La luce di quel paese non affievolisce mai, ma diventa più distante, man mano che Seydou e Moussa percorrono la loro strada verso l’Italia.

L’allontanamento dall’Africa viene reso metaforicamente anche attraverso abiti che indossano, non solo sono ricoperti di polvere del deserto, ma sbiadiscono gradualmente sempre di più, a causa della separazione dalla sorgente vivace e luminosa rappresentata dal paese africano d’origine.  

Basta! Chi ti ha detto queste cose? Chi ti ha messo questa idea in testa? Non serve che te ne vai. Devi rimanere qui a respirare l’aria che respiro io! […] Se mi vuoi aiutare fallo qui! […] Quelli che sono partiti sono morti nel deserto, sono morti in mezzo al mare. Ci sono cadaveri dappertutto! Hai idea… Hai idea di quante persone sono morte su quelle barche? Ne hai un’idea?!

Madre nel film “Io Capitano”

La fatica del Viaggio e l’alone della Morte

I pericoli a cui i due ragazzi sono esposti rendono il viaggio più difficile di quanto pensassero. Durante la traversata del deserto non si ha alcuna tempesta di sabbia. Ma il tragitto è lungo, c’è un tratto da fare a piedi e non ci si può fermare per non perdere le tracce dell’accompagnatore.

La fatica viene nascosta dalla speranza, ma l’entusiasmo della partenza vacilla facilmente a causa della paura, di coloro che si perdono lungo la strada, dei numerosi intralci, della mafia libica, della prigionia, delle torture, dei lavori, della perdita di coloro che intraprendono lo stesso viaggio, ma anche della perdita di se stessi.

La morte è sempre dietro l’angolo, pronta a portar via qualcuno in un modo o nell’altro. Ma non si materializza mai attraverso la natura, bensì prende forma nelle mani degli esseri umani che approfittano delle speranze altrui per trarne guadagno.

Il Significato del film Io Capitano: una voce rappresentativa

«Se tu guidi la barca io faccio partire sia te che il tuo amico per quei soldi.» – Ahmed
«Ma io non ho mai guidato una barca. Non so neanche nuotare.» – Seydou
«Non è un problema. Ti insegno io a portare la barca. È facilissimo. Un giorno e sei in Italia.» – Ahmed

film “Io Capitano”

Con “Io Capitano”, Matteo Garrone propone un lungometraggio profondamente significativo mettendo in scena una vicenda rappresentativa di tante altre storie. Il racconto di Seydou e Moussa dà forma ai sogni, alle prospettive e alle speranze di chi decide di fare questo passo composto da una traversata travagliata tra terra e mare.

La Sofferenza tra Reale e Onirico

Così, lo spettatore entra in una dimensione che si divide tra il reale e l’onirico, sentendo dentro di sé la sofferenza del protagonista – e di coloro che lui stesso rappresenta -, la fiducia che ha di farcela, il conforto che trova nei suoi sogni, e vivendo insieme a lui la gioia di ritrovare finalmente Moussa e la forza di aver superato il Mediterraneo.

Seydou diventa il capitano della barca, ma soprattutto diventa il capitano, l’incarnazione, di una realtà più ampia, di una storia che continua a ripetersi. Attraverso l’avventura di Seydou, il film dà voce a tutti i migranti che hanno già intrapreso un viaggio del genere e a coloro che lo faranno, concentrandosi su quello che avviene prima ancora di arrivare a destinazione.

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Martin Eden

Regista: Pietro Marcello

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4

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