“La dolce vita” di Fellini: dal racconto del mondo al racconto del sé

“La dolce vita” è un’“opera mondo” del 1960 del cineasta e scrittore riminese Federico Fellini. Diviso in sette sequenze, il film simbolo del cinema moderno italiano parte dal racconto del tutto, dalla spettacolarizzazione della vita moderna, per arrivare al racconto del sé, all’inettitudine del protagonista spettatore. Tale totalità del mondo e della sua rappresentazione viene esplicitata anche dall’uso del formato panoramico che riesce a duplicare la visione periferica dell’occhio umano rendendo lo spettacolo visivo maggiormente avvolgente e coinvolgente, nonostante la lunghezza degli episodi che costituiscono la vicenda.  

Marcello, come here. Hurry up! – Sylvia 

“La dolce vita” di Federico Fellini: significato e analisi di un melodramma mancato

“La dolce vita” di Federico Fellini è un capolavoro del cinema moderno che si compone di sette sequenze senza una vera e propria connessione tra loro, tutt’altro. Si tratta di un metodo che evidenzia la vita caotica e frenetica della metropoli, nella molteplicità degli episodi che la compongono, durante il boom economico. Qui ogni cosa deve essere mostrata attraverso i mezzi di comunicazione di massa, attraverso le foto dei paparazzi, per esistere ed essere validata.

Ma in questa società dello spettacolo, nella sua attività appassionata ed entusiastica, si inserisce la passività del protagonista, Marcello Rubini (Marcello Mastroianni). Rappresenta la crisi del soggetto, tema centrale nel cinema moderno. È un latin lover passivo, un inetto, un uomo incapace di agire, perciò rimane a guardare, proprio come uno spettatore. Marcello vive un senso di malessere ma non sa a cosa attribuirlo. Ecco quindi che si ha un melodramma mancato. 

A me invece Roma piace moltissimo: è una specie di giungla, tiepida, tranquilla, dove ci si può nascondere bene. […] Siamo rimasti così in pochi ad essere scontenti di noi stessi. – Marcello 

Marcello Rubini / Mastroianni: la crisi dell’uomo spiegata in 3 sequenze

Per inquadrare meglio il protagonista de “La dolce vita” di Fellini, si possono prendere in considerazione tre sequenze che mostrano altrettante caratteristiche. La prima è la famosa scena della Fontana di Trevi, dove Sylvia invita Marcello ad entrare in acqua. Marcello è adorante nei confronti della donna, la guarda, la ammira ma non la tocca. Non agisce. All’improvviso, da un momento all’altro, arriva il giorno e l’acqua della fontana smette di scorrere. È la messa in scena della sua inettitudine e della sua impotenza.

Un altro episodio avviene durante la festa aristocratica, dove Maddalena invita il protagonista ad entrare in una stanza, lo fa sedere al centro e poi gli parla attraverso la scultura di una fontana. Quella voce acusmatica ricrea uno spazio uterino, in cui Marcello diventa un feto che sente la voce di sua madre. Difatti, assiste anche alla scena primaria, ossia all’amplesso dei genitori. Viene riproposto così l’infantilismo del protagonista e il complesso di Edipo

Stasera, non so perché, mi sembra di volerti tanto bene, di avere bisogno di te. – Marcello 

L’ultima sequenza presa in considerazione mostra Marcello ed Emma in macchina che litigano. Lo spazio intorno a loro è scarno, vuoto. Sembra quasi un set cinematografico in allestimento. La messa in scena è stilizzata, poco realistica. Tutti questi elementi sottolineano il tipo di rapporto tra i due. Marcello si sente intrappolato nella coppia ma allo stesso tempo non può fare a meno. È una relazione di insoddisfazione e codipendenza. È chiaro quindi che il cinema di Fellini si propone come un cinema sulla mascolinità che viene vista nella sua complessità. 

Io non posso passar la mia vita a voler bene a te. – Marcello 

Il significato simbolico del mostro marino di Fellini

Dovrei cambiare ambiente! Dovrei cambiare tante cose! La tua casa è un vero rifugio, sai? […] Io sto perdendo i miei giorni, non combinerò più niente! Una volta avevo delle ambizioni ma forse sto perdendo tutto, dimenticando tutto. – Marcello 

“La dolce vita” di Fellini si chiama così proprio in riferimento alla “dolce vita” della società negli anni ‘60 che sfocia nella sua superficialità e disinteresse. Le feste, gli eventi, gli incontri, diventano la copertura di un malessere esistenziale nascosto nel profondo. Di conseguenza il lungometraggio si chiude con la caduta esistenziale del suo protagonista. Marcello è cambiato, ha perso la sua moralità e ciò è ormai evidente nel suo comportamento durante il festino. Ma avviene qualcosa di inaspettato, quasi insolito. Dal mare viene pescato un essere informe, un mostro marino.

Non si capisce se sia un maschio o una femmina, oppure quale lato del suo corpo si veda. Rappresenta un mondo senza regole, senza forma e perciò difficile da interpretare e da comprendere. L’unica cosa particolarmente evidente sono i suoi occhi, il suo sguardo fisso e persistente. È la coscienza di Marcello che lo guarda, lo giudica. È lo smarrimento esistenziale del protagonista, l’immagine psicoanalitica della sua interiorità macchiata. 

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La dolce vita
La Dolce Vita di Federico Fellini

Regista: Federico Fellini

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5

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