“Perfect Days” di Wim Wenders e la felicità nelle piccole cose

Perfect Days di Wim Wenders

“Perfect Days” è un film di Wim Wenders, scritto dal regista stesso insieme a Takuma Takasaki. La sceneggiatura è stata buttata giù in tre settimane, mentre il lungometraggio è stato realizzato in soli diciassette giorni. Nonostante il breve periodo di lavorazione, la storia di Hirayama – interpretato da Kōji Yakusho – riesce a portare sul grande schermo, e nella vita degli spettatori, un messaggio importante e intenso. Il protagonista vuole insegnarci che si può trovare la felicità e il piacere anche, e soprattutto, nelle piccole cose. Tutto si basa sulla semplicità della vita e su ogni dettaglio che la compone. Persino la trama è semplice, ma è proprio in questa sua semplicità che si trova la bellezza della pellicola e la profondità del suo significato. La storia di Hirayama non è soltanto un modo per veicolare questo pensiero, ma una dimostrazione della possibilità di vivere la vita nella sua pienezza, attraverso ciò che è essenziale e autentico.

Ognuno ha la sua squadra come ognuno ha la sua religione.

Komorebi e il momento presente

Hirayama è un uomo adulto che vive la sua vita attraverso una routine ben organizzata. La mattina si sveglia, si prende cura delle sue piante, si prepara per andare a lavoro, prende i suoi oggetti personali ed esce. Un caffè al distributore e poi in macchina, dove durante il tragitto ascolta una delle sue musicassette. Il suo è un lavoro umile, Hirayama è un addetto alle pulizie dei bagni pubblici dalle architetture particolari nei quartieri di Tokyo. Durante la pausa pranzo, consuma il suo tramezzino seduto su una panca e ammira la luce del sole che attraversa le foglie degli alberi. Scatta qualche foto con la sua fotocamera analogica. Va a fare una doccia ai bagni pubblici, mangia qualcosa in un ristorante e torna a casa a leggere un libro. Qualche volta sviluppa il rullino o acquista un nuovo libro tascabile. Semplice, eppure nella sua vita c’è qualcosa di straordinario.

Quell’albero è mio amico.

La routine assicura a Hirayama un certo ordine nella sua vita, una continuità programmata che si proietta tutta sul momento attuale. Non c’è preoccupazione o entusiasmo per il futuro e neanche rimpiato o malinconia per il passato. Il protagonista vive la sua vita adesso, assaporando ogni piccolo dettaglio delle sue giornate e rendendolo unico e intenso. È proprio quello che accade quando sceglie quale musica ascoltare: Patti Smith, Van Morrison o Lou Reed. Oppure quando alza gli occhi al cielo e vede i raggi del sole farsi spazio tra i rami degli alberi. Quei giochi di luce sono unici, mai uguali. Esattamente come il luccichio di luci e ombre creato dalle foglie che ondeggiano al vento, descritte dal termine giapponese “komorebi”, quelle che il protagonista rivede nei suoi sogni. Esistono solo una volta, nel momento presente. Tante piccole cose, speciali nella loro ordinarietà. 

Felicità o tristezza nascosta?

Hirayama è lontano dalla modernità, vive in un tempo e in un modo che appartengono soltanto a lui. Ma sembra felice, a lui basta quello che ha. Riesce a far diventare grande e importante qualcosa che solitamente può essere visto come ordinario o banale. Per lui, ogni piccolo dettaglio può essere rilevante. Ogni cosa può contribuire a dare gioia alla sua vita tranquilla. Invece i problemi o i drammi degli altri non influiscono sulla sua quiete. Intorno a Hirayama scorrono le vite degli altri personaggi, ma il suo equilibrio rimane invariato. Tuttavia, quando i personaggi sono sua nipote o sua sorella, qualcosa inizia a cambiare. Forse è il passato che ritorna, forse qualche timore o triste ricordo coperto dalle abitudini. Il passato di Hirayama nasconde qualcosa che lo ha ferito? Qualcosa che potrebbe infierire con la sua quotidianità? Non si sa. Lo spettatore continua a vivere il presente del protagonista insieme a lui.

Il mondo, in realtà, è fatto di tantissimi mondi.

Il formato 1:1,33, le immagini dai diversi colori e i sogni in bianco e nero sottolineano la bellezza della vita di Hirayama, fatta di tante sfumature diverse, e lo esplicitano sul piano cinematografico. Ma la sua è una spensieratezza apparente? Hirayama è davvero felice o le sue consuetudini nascondono la sua tristezza? Il finale, con il protagonista in macchina che piange sulle note della canzone “Feeling Good” di Nina Simone, mette la storia su un piano ambiguo. La serenità di Hirayama è reale, certo. Ma dietro questa serenità c’è la voglia di calmare uno sconforto o, in fondo, il buonumore nasce da una vera e propria pace interiore? Forse non si può rispondere a questa domanda. Però, in ogni caso, Hirayama ci insegna che basta poco per trovare l’allegria, per cogliere quel qualcosa che rende ogni giorno, ogni momento, eccezionale nella sua normalità.

Perfect Days

Regista: Wim Wenders

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