Le foto difficili di Diane Arbus: il diverso per trovare l’anima

Diane Arbus è una fotografa statunitense che ha rivoluzionato la fotografia documentaria, trasformandola da freddo reportage espositivo in cronaca intensa e partecipata.

Rampolla di una ricca famiglia ebrea di origini russe, proprietaria del lussuoso negozio di moda femminile “Russek’s”, Diane crebbe in un ambiente agiato che la preservava dalle durezze della vita, ma che nel tempo le procurò anche un forte senso di straniamento dalla realtà. Fu forse da questo sentimento che nasce l’intera produzione fotografica di Diane, volta all’ossessione per lo scandaloso, lo strano, la dualità del diverso.

Ci sono cose che nessuno riesce a vedere, prima che siano fotografate. – Diane Arbus

Diane era sempre stata curiosa e vivace, dotata di un’innata creatività che fu stimolata anche dalle innovative scuole frequentate. Ben presto si innamorò di Allan Arbus, all’epoca giovane commesso nel negozio del padre, e all’età di 18 anni si sposò con lui, nonostante il parere contrario della famiglia. Da lui imparò a fotografare e insieme realizzarono il primo servizio pubblicitario per il negozio di famiglia. Negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale lo studio “Diane e Allan Arbus” si affermò a New York per la serietà e la precisione degli scatti.

Diane Arbus fotografa: gli inizio tra il fashion e l’Harper’s Bazar

Diane Arbus inizia dunque la sua attività come fotografa di moda assieme al marito, pubblicando su “Vogue” ed “Harper’s Bazar”. Utilizza una Nikon 35 mm., affascinata dall’effetto sulla stampa, con «tutti quei piccoli punti che formavano un arazzo e ogni dettaglio andava letto attraverso di essi».Nel 1947 la rivista “Glamour” dedica ai coniugi Arbus un servizio che li renderà famosi anche tra i non addetti ai lavori.

L’anno 1958 segna uno spartiacque nella vita di Dianne Arbus: si separa dal marito (dal quale aveva avuto due figli) ed inizia un percorso di ricerca e sperimentazione fotografica. Negli anni 1956 – 57 aveva frequentato le lezioni di Lisette Model, che fu per lei mentore ed esempio. La Model l’aveva incoraggiata a creare uno stile suo, a guardare il mondo con i propri occhi, a mettere anima e passione in quello che faceva.

Arbus rinuncia alla luce naturale preferendo i forti contrasti e privilegiando l’uso del flash, a quei tempi cosa inusuale. Abbandona gli algidi studi fotografici e privilegia la strada, i teatri dei cosiddetti “fenomeni da baraccone”, le stanze degli alberghi equivoci con i loro occupanti, le balere di Harlem, l’”Hubert’s Museum“, il “baraccone delle meraviglie” sulla 42° a New York.

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La fotografia e il cinema a doppio filo

Nel corso dell’attività come fotografa di moda Diane stringe amicizia con il giovane Stanley Kubrik che, diventato regista, nel suo film capolavoro “Shining” con l’iconica scena delle inquietanti gemelle rese omaggio ad una fotografia della Arbus che ritraeva proprio due gemelle con espressioni diverse, una triste e l’altra sorridente (il doppio una delle ossessioni della Arbus).

Il film “Freaks” (1932) la influenza molto, pare lo abbia visto parecchie volte, ma anche le visite al locale “Club ‘82” con i suoi frequentatori “particolari” costituisce un bacino di interesse per la fotografa statunitense.

È questo che io amo : la differenza, l’unicità di tutte le cose e l’importanza della vita.

I diversi di Diane Arbus

Frequenta la New York che ignorava, i sobborghi poveri ed i rioni popolari: affascinata ed insieme impaurita da quel mondo per lei attraente e sconosciuto.

I soggetti delle sue fotografie sono adesso i diseredati, i reietti, gli scarti della società, i “diversi” per cause genetiche o per propria scelta, le persone disabili, coloro che sono affetti da nanismo o da gigantismo, transessuali. Gente “strana” che non sarebbe mai stata pubblicata sulle pagine glamour delle riviste patinate e dona loro quel rispetto che la società cosiddetta civile non concede loro.

Diane Arbus ci mette impietosamente a confronto con una realtà che non si vorrebbe vedere, restituendo dignità ai diseredati ritratti quasi con affettuosa dedizione e nei quali pare talvolta identificarsi. Forse vuol mettere a disagio colui che osserva, quasi fosse lui quello che è strano, in un mondo alla rovescia di cui lei è la fautrice.

«Per me il soggetto di una fotografia è più importante della fotografia»

Diane rispetta i suoi soggetti, ne conquista l’amicizia, li rende a loro modo famosi su “Harper’s Bazar”. Con Lauro Morales, in arte “Cha cha cha”, affetto da nanismo, instaura un vero e proprio rapporto d’amicizia, come con altri personaggi di cui conquisterà fiducia e affetto. La fotografa vuole conoscere in primis se stessa e poi far conoscere il popolo americano, soprattutto nelle sue frange più deboli e disperate: non cerca la perfezione, vuole forse esprimere le sue paure, le sue ossessioni, i suoi desideri.

Nel 1960 su “Esquire” viene pubblicato un servizio che illustra la vita a New York in 6 scatti con sue didascalie: “The vertical Journey” di Diane Arbus. Il servizio fotografico si fa anche ricerca ed approfondimento antropologico.

Le foto “difficili” di Diane Arbus, pubblicate su “Harper’s Bazar” grazie all’amico Marvin Israel, nuovo art director della rivista, provocano sconcerto e qualche disdetta di abbonamento. Si comincia ad affermare un nuovo modo di fare fotografia, non perfetta ma che colpisce come un pugno nello stomaco chi la guarda.

È importante fare delle brutte fotografie, sono le brutte che dimostrano qualcosa di nuovo.

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Le foto e mostre più emblematiche di Diane Arbus

Emblematica la celebre foto del 1962, intitolata “Child with a toy and grenade in Central Park”, ossia il bambino con una bomba giocattolo. L’espressione rabbiosa del piccolo soggetto è stata determinata dal deliberato ritardo della fotografa nell’effettuazione dello scatto, che lo aveva innervosito. Anni dopo quel bambino ricorderà che in quel periodo i suoi genitori si stavano separando: forse Diane aveva percepito il suo travaglio interiore e lo aveva aiutato a tirarlo fuori.

Una delle sue ultime foto, scattata nel 1970 e divenuta anch’essa iconica, è quella che ritrae Eddie Carmel dal titolo “Il gigante ebreo”, dove l’intrattenitore israeliano naturalizzato americano, affetto da gigantismo, parla con i genitori che sovrasta dalla sua altezza sproporzionata.

Il MOMA di New York nel 1965 dedica una mostra alle coraggiose foto di Diane Arbus, “Acquisizioni recenti”, ma i tempi non sono ancora maturi: le immagini destano scandalo e alla chiusura del museo spesso dalle fotografie dovevano essere asciugati gli sputi, fluide proteste di un pubblico impreparato.

Nel 1970 Arbus fotografa alcuni disabili ricoverati in istituto e come sempre non si accontenta dei singoli scatti, li va a trovare spesso. Questa serie verrà pubblicata postuma con il titolo “Untitled”.

La morte di Diane Arbus

Diane Arbus, nonostante la fama raggiunta, non abbandona lo studio della fotografia e fa tesoro di una borsa di studio della Guggenheim. Frequenta il grande fotografo Richard Avedon col quale stringe amicizia (e forse qualcosa di più) e continua a fotografare le celebrities: è molto richiesta per la sua capacità di rivelarne la personalità. Continua le sue sperimentazioni fotografiche che cominciano ad essere sempre più apprezzate. Purtroppo l’uso di droghe ed antidepressivi sempre più massiccio influisce sulla sua salute fisica e sul suo equilibrio mentale, nella ricerca di una stabilizzazione emotiva che purtroppo non riuscirà a raggiungere.

Per poter acquistare la desiderata Pentax 6×7 Arbus comincia anche a dare lezioni ai suoi giovani emuli, ma alla teoria preferisce la visione diretta di opere d’arte, l’attività en plain air. La responsabilità dell’insegnamento e degli impegni lavorativi, la fama ed il successo da cui si sente schiacciata, l’incentivarsi delle crisi depressive cui sempre più spesso è soggetta, l’uso e l’abuso di droghe ed antidepressivi, la portano al suicidio.

Nella notte tra il 26 ed il 27 luglio 1971, la grande fotografa Diane Arbus ingerisce una forte dose di barbiturici e si recide le vene dei polsi dentro la vasca da bagno. Verrà ritrovata due giorni dopo, già in avanzato stato di decomposizione.

Nonostante la sua triste e prematura fine, la sua arte fotografica continuerà ad essere apprezzata ed avrà anche un riconoscimento postumo, attraverso mostre e pubblicazioni. Nel 1972 il MOMA le dedica una retrospettiva e nello stesso anno Arbus sarà la prima fotografa americana ospitata alla Biennale di Venezia.

«Una fotografia è un segreto che parla di un segreto»

Si può concludere che per Diane Arbus, come per altri grandi fotografi, la fotografia deve comunicare un messaggio, per questo non è tanto importante la forma stilistica, la perfezione, quanto ciò che attraverso l’immagine si vuole esprimere, il suo contenuto.

Arbus forse attraverso le sue foto ha cercato altresì di vincere le sue paure, i fantasmi che la tormentavano. La sua fotografia, quasi come una seduta psicoanalitica, è attratta e spaventata da tutto quello che è strano e diverso e in cui pare identificarsi. Attraverso i suoi scatti coraggiosi ha forse voluto dar voce ai soggetti delle sue fotografie, concedendosi licenze che solo la macchina fotografica poteva permetterle.

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