Franco Battiato, il cinghiale bianco della musica italiana

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Franco Battiato

A Jonia, piccolo paese in provincia di Catania, il 23 marzo 1945 nasce Francesco/Franco Battiato. Una figura in cui tutti, almeno una volta, si sono imbattuti. Illumina il panorama della musica italiana con una singolare creatività. Riesce a legare la cultura popolare a quella di qualità, vendendo milioni di dischi senza sminuire la propria arte. Ci troviamo di fronte non solo un musicista di alto spessore, ma anche un filosofo, un regista, un pittore. Vegetariano e dalla personalità schiva quasi spigolosa, crede fortemente nella reincarnazione; appassionato di esoterismo e di cultura orientale, pratica meditazione due volte al giorno.

«Sono per natura un contemplativo, i profumi, l’aria, sono per me come il telecomando che spegne il mondo» – Franco Battiato

Io chi sono? Da Francesco a Franco. “La voce del padrone” di Battiato verso il boom commerciale

Dopo la maturità scientifica la morte del padre (camionista e scaricatore di porto a New York), si trasferisce prima a Roma e poi a Milano. Muove i primi passi reincidendo canzoni poco impegnate e commerciali, ma capisce subito che non è ciò che vuole. Durante le sue prime esibizioni al “Club 64”, viene notato da Giorgio Gaber che gli procura il primo contratto discografico e diventa suo amico. Prima dell’incontro, Battiato è ancora Francesco. Ma quel giorno c’è sul palco un omonimo: Francesco Guccini. Per non essere confuso con il cantautore modenese, su consiglio del “signor G” diventa Franco.

All’inizio degli anni ’70 pubblica l’album “Fetus”, uno dei primi album elettronici prodotti in Italia. I testi così enigmatici e scientifici, stravolgono notevolmente la musica italiana, ancora legata alle orchestre tradizionali e alle canzoni d’amore. Seguono anni intensi in cui Franco Battiato prova varie sfumature di progressive e rock. Questi lavori presentano pezzi con melodie complesse. I testi sono ermetici e di ardua comprensione per il grande pubblico. Ma Battiato non teme i termini difficili e aulici, e anche ne “L’Era del Cinghiale Bianco” crea canzoni orecchiabili ma alquanto cerebrali.

Cerco un centro di gravità permanente… Ma cos’è il centro di gravità per Battiato?

La consacrazione del successo arriva nel 1981 con “La voce del padrone”. Il titolo dell’album fa riferimento all’omonimo romanzo di Stanisław Leme racchiude il significato filosofico di padrone inteso proprio come coscienza e volontà dell’individuo. Un album semplice addirittura ballabile, che riesce a mettere d’accordo critica e pubblico. Mezz’ora di musica con 7 brani musicalmente perfetti che hanno il merito di portare al livello di massa, idee e concetti davvero impensabili.

«La vecchia bretone con un cappello e un ombrello di carta di riso e canna di bambù, i capitani coraggiosi, i furbi contrabbandieri macedoni, i gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori della dinastia dei Ming.»

Il connubio tra sacro e profano è più che mai visibile nel brano,“Centro di gravità permanente” scritto da Franco Battiato. La canzone sull’incapacità di trovare un proprio io spirituale e un luogo dell’intimità, viene addirittura ballata sulle spiagge.

“La voce del padrone” è uno degli album fondamentali della musica italiana, il primo a superare il milione di copie vendute. Di questo successo Battiato è lusingato e dimostra così che è possibile utilizzare la canzone per fare un’arte leggera ma anche incisiva. Alla fine degli anni ’80, i toni dei suoi lavori si fanno più tristi e riflessivi. E nei brani “E ti vengo a cercare” e “L’oceano di silenzio” riesce sempre a far convivere pensieri astratti e spirituali con sentimenti più terreni. Gli anni ’90 si aprono con “Povera patria”. Una fotografia dell’Italia, la cui bellezza e dignità vengono straziate da una classe politica senza scrupoli. Questo decennio è una fucina di opere d’arte per Battiato, infatti nel 1996 arriva forse il suo più popolare trionfo: “La cura”.

“La cura” di Battiato a chi è dedicata e cosa si intende per cura. Canzone d’amore universale

“La cura” di Franco Battiato è un’opera d’arte che celebra l’amore nelle sue molteplici sfumature. Pubblicato nell’album “L’imboscata”, e portato anche sul palco di Sanremo nel 2007, il brano è diventato uno dei pezzi più amati della musica italiana.

Da una prima lettura, la canzone sembra essere dedicata ad una persona amata, in molti pensano che sia dedicata alla madre di Battiato malata di Alzheimer. Un amore che da universale e assoluto diventa intimo e personale. Proprio la versatilità di questo amore rende il brano affascinante. Può essere interpretata come una canzone d’amore nel sentimento di voler proteggere dagli ostacoli della vita e aiutare nel fronteggiare i pericoli. Ma può essere considerato anche come una sorta di preghiera, in cui è Dio stesso che parla all’uomo, considerandolo un essere speciale di cui si prenderà cura. E all’uomo donerà «il silenzio e la pazienza», lo condurrà per «le vie che portano all’essenza», gli regalerà «le leggi del mondo».

Sta alla sensibilità di ogni ascoltatore cosa leggere in queste parole. In tutti i casi, “La cura” di Battiato parla d’amore: un amore che arriva a toccare concetti filosofici ed esistenziali. La voce narrante della canzone è una persona saggia che, dopo essere arrivato alla conoscenza assoluta, si sente pronto per donarla alla persona amata: «Conosco le leggi del mondo e te ne farò dono». Più che una canzone è quasi un trattato universale di sentimenti e amore.

La ricerca della spiritualità di Franco Battiato. Un lungo viaggio nella grande casa del mondo

Con tutti i riferimenti geografici delle sue canzoni, sembra che Franco Battiato senta il mondo come casa sua. In effetti, dagli anni ’70 comincia a viaggiare, alla ricerca dello spirito in tutte quelle religioni della grande tradizione: dall’induismo al cristianesimo medioevale, dall’ebraismo all’Islam. Non è una persona religiosa secondo i canoni tradizionali. Però nella piccola chiesa di Villa Moncada a Catania, Battiato assiste con sua madre, la signora Grazia, ai riti della notte di Natale e di Pasqua. Ha un profondo rispetto per tutte le religioni: ma se qualcuna di queste sfocia nel fanatismo e nella violenza allora perde d’interesse. Dice infatti di preferire «l’IsIam dei mistici Sufi all’integralismo».

Ha vissuto anche in qualche convento, ma mai per più di 15 giorni per via della difficoltà nell’osservare le regole molto dure. Pratica costantemente la meditazione: ogni giorno, alle 16,30 in punto, si congeda dal mondo, appartandosi in una delle cellette monastiche ricavate nelle casette di Villa Moncada, per meditare. La sua è una tecnica elaborata in 22 anni. Inizialmente bisogna imparare a decentrane tutti i muscoli e pian piano a governare il rilassamento del corpo.

«In questo modo non vi sono più blocchi di energie, e queste fluiscono liberamente in me. E solo allora non sei più in balia dei pensieri»

Di Battiato che cosa resta? Le sue arti in musica, cinema e pittura e la metafora dell’Era del cinghiale bianco

Battiato ha espresso l’arte anche in altre espressioni, come il cinema, dirigendo diversi film tra cui “Perduto amor” e “Musikante” su Ludwig van Beethoven presentato alla Mostra del cinema di Venezia. Il suo rapporto con il cinema ha visto la realizzazione anche di un docufilm su Giuni Russo e uno su Gesualdo Bufalino (“Auguri Don Gesualdo”). Altri due film degni di menzione sono “Niente è come sembra” e “Attraverso il bardo” che riflette sull’aldilà.

Franco Battiato si introdusse anche alla pittura, un viaggio intrapreso solo per capire perché fosse tanto negato per questa forma d’arte! Ci si è dedicato con passione, e alla fine ha capito che non è incapacità, ma un blocco psicologico. Impegnandosi e provando è riuscito a superare il blocco diventando anche pittore. Ha realizzato anche un dipinto di San Francesco nell’edicola accanto alle casette di Villa Moncada.

Da queste sue esperienze si capisce come Battiato sia un uomo molto colto che non sopporta l’ignoranza, per cui a volte appare quasi burbero. Non si commuove davanti a sentimenti ordinari e cerca di combattere in tutti i modi gli stereotipi e i sentimentalismi. Parla a tutti con le sue parole e i suoi termini difficili, senza compromessi e facilitazioni, perché soltanto provando a capire ci si può elevare alla conoscenza. Forse per questo spera di tornare all’Era del cinghiale bianco: un’epoca mitica della cultura celtica, in cui le persone mettevano la sapienza e la conoscenza al primo posto.

«Non mi interessa sentirmi intelligente guardando in tv dei cretini, preferirei sentirmi un cretino di fronte a persone eccellenti.»

Chi scrive i testi delle canzoni di Battiato? Franco e Manlio Sgalambro, collaborazioni e collaboratore

È difficile inquadrare la produzione di Battiato all’interno di un unico genere musicale. Spazia dal pop all’elettronica passando anche dalla musica etnica e l’opera. Nella sua carriera si è avvalso anche di importanti collaborazioni come quelle con Giusto Pio e il filosofo Manlio Sgalambro. Giusto Pio con il suo violino ha influenzato pesantemente le melodie di Franco come ne “L’era del cinghiale bianco”. La collaborazione con il violinista inizia all’insegna della sperimentazione per poi trasformarsi in un approccio musicale più immediato, ma non per questo semplice.

Con Manlio Sgalambro invece la collaborazione è testuale. Conosciutisi casualmente alla presentazione di un volume di poesie di un amico comune, Battiato lo contatta pochi giorni dopo per avere una collaborazione nei testi di una sua opera. Sgalambro accetta e risponde provocatoriamente all’invito di Battiato chiedendogli di scrivere insieme un disco pop. Da quel momento si crea un forte rapporto artistico e umano, non sempre facile, in cui Battiato delega al filosofo il compito di spiegare a parole il suo mondo interiore.

«Con Battiato abbiamo avuto lunghe liti, che duravano parecchio. Poi uno dei due, in genere lui, telefonava e il rapporto riprendeva. Tutti i litigi erano per un rigo da cambiare in una canzone: io non accettavo le esigenze della musica e per lui questo era costoso.» – Manlio Sgalambro

Franco Battiato ha scritto anche testi diventati famosi con l’interpretazione di altri artisti. In particolare, a tre donne di grande personalità e cultura, ma con generi molto diversi, scrive dei brani che sembrano proprio cuciti addosso. Giuni Russo con “Un’estate al mare” trionfa nell’estate dell’82 al Festivalbar, il brano viene accettato dalla cultura popolare come successo per “Centro di gravità permanente”. Con “Per Elisa”, invece Alice vince il Festival di Sanremo 1981 e diversamente da quanto sostenuto dal popolo, il brano non è scritto pensando all’eroina, ma parla di una donna – Elisa – che ha portato via l’uomo alla protagonista della canzone. C’è poi “Alexander Plaz” per Milva, riadattamento di un brano del 1979. Il testo si ispira ad Alexanderplatz, l’importante piazza di Berlino Est a quei tempi divisa dal muro. E la canzone è proprio una riflessione sulla vita nella città in quegli anni, attraverso gli occhi di una ragazza.

«La vita non finisce è come il sogno, la nascita è come il risveglio. Finché non saremo liberi, torneremo ancora.»

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