Gianni Berengo Gardin. Vita in bianco e nero per la fotografia

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Gianni Berengo Gardin
©Walter Miglio

Gianni Berengo Gardin è un nome che ogni fotografo conosce, amatore o professionista che sia. Nato nel 1930 a Santa Margherita Ligure, comincia a dedicarsi pienamente alla fotografia verso la metà degli anni ’50, quando si trasferisce a Parigi e incontra i maestri dell’epoca come BoubatDoisneau e, soprattutto, Willy Ronis, che plasmeranno la sua coscienza fotografica. L’arrivo nella città parigina è per lui una folgorazione.

«Nel 1950 in Italia era proibito per legge baciarsi per strada. Così quando sono andato in Francia e ho visto visto tutti baciarsi, per me è stato uno shock. Venivo da un paese cattolico dove nessuno osava baciarsi mentre a Parigi lo facevano tutti. Li ho fotografati tutti perché era una cosa nuova per me.»

Gianni Berengo Gardin, il fotografo avverso al digitale

Dopo questa esperienza di due anni oltralpe, torna in Italia e comincia a lavorare come fotografo del Touring Club per il quale in quindici anni produce foto a colori di paesaggi e architettura. Eppure è nella fotografia in bianco e nero che Gardin esprime la sua arte con svariati lavori. Infatti, secondo il fotografo, quando si fa un reportage il colore rischia di distrarre dal contenuto generale, mentre con il bianco e nero si è, paradossalmente, più fedeli alla realtà. Questa sua visione lo ha portato anche a scontrarsi con la modernità rifiutando di passare al digitale, infatti che anche per i suoi progetti più recenti non ha mai abbandonato la sua fotocamera a pellicola:

«Il digitale è  troppo metallico, troppo freddo, tutte cose che non cerco nella fotografia. Credo che la pellicola sia ancora più plastica e, soprattutto, generi un negativo. Avere un negativo, qualcosa di concreto in mano, per me è un gran vantaggio. Con il digitale non sappiamo se tra 50 anni esisteranno ancora gli strumenti per leggere le nostre fotografie o se saranno completamente cambiati i supporti e tutto sarà perduto.»

Con il suo monumentale archivio di 1.5 milioni di negativi, ha raccontato l’evoluzione del paesaggio e della società italiana dal dopoguerra ad oggi. Si ricorda un reportage sui manicomi italiani, “Morire di classe”, con cui ha testimoniato la condizione in cui vivevano i pazienti prima delle “Legge Basaglia“, ma anche “Disperata Allegria – vivere da Zingari a Firenze” un racconto sulla vita dei gitani all’interno di un campo Rom nella città o ancora su eventi drammatici come il terremoto che devastò l’Aquila in “L’Aquila prima e dopo”.

L’anima in bianco e nero dei suoi scatti sulla società italiana

Come ama sempre ripetere

«Il vero DNA della fotografia è la documentazione. Io amo raccontare una storia, come mi hanno insegnato Koudelka, con cui sono molto amico, e con Salgado. Da loro ho  imparato che in una fotografia ci deve essere sempre qualcosa da raccontare.»

Il suo ultimo lavoro “Mostri a Venezia” del 2016 riguarda lo scempio causato dal passaggio delle grandi navi nella sua Venezia.

«Quei giganti mi ossessionavano. Mi svegliavo intorno alle quattro e mezzo del mattino in modo da trovarmi all’alba nei punti strategici per catturare i mostri mentre depredavano visivamente Venezia. […] In laguna c’è una legge che impedisce di costruire palazzi oltre i quattro piani, eppure non c’è una legge che impedisca di far passare fra queste case quelle navi che sono il doppio di Palazzo Ducale. L’effetto è talmente estraniante che sembrano quasi fotomontaggi, si fatica a credere che quel che vedi sia vero.»

Gianni Berengo Gardin si pone quindi come il fotografo dell’esistenza umana, della vita con i suoi pesi e cicatrici, indaga la dove si trova l’animo umano e dove il caso o la società tenta di abbatterlo. Ha fatto innamorare delle sue foto lo sguardo sempre attento all’anima degli uomini, un anima in bianco e nero.

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