Giovanni Boldini. Una vita d’arte fino ai ritratti delle sue “divine”

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Giovanni Boldini. Ritratto di un artista. Autoritratto di Montorsoli

L’aspetto e il carattere più noti, e comunemente apprezzati, della pittura di Giovanni Boldini sono, senza dubbio, il dinamismo e l’eleganza che pervadono e sostanziano le opere dell’artista. Parlando di Boldini è difficile, infatti, non pensare alle atmosfere eclettiche della Belle Époque e al brioso sentimento joie de vivre che caratterizzarono Parigi – e non solo – negli anni a cavallo tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento.

Se da un lato può sembrare semplicistico, e in parte riduttivo, circoscrivere l’attività di Boldini esclusivamente a questo periodo di produzione, mettendo completamente in secondo piano il corpus di opere realizzato prima che egli lasciasse l’Italia, dall’altro si deve tener presente che fu proprio la città di Parigi a permettere all’autore di trovare la sua personalissima cifra stilistica. Ma facciamo un passo indietro.

Boldini nacque a Ferrara il 31 dicembre 1842. Ottavogenito del pittore Antonio Boldini e di Benvenuta Caleffi, acquisì la perizia tecnica del disegno e della pittura presso lo studio paterno. A Firenze, oltre all’Accademia, iniziò a frequentare il cenacolo dei Macchiaioli, che lo proiettarono verso un nuovo modo di fare pittura. Tuttavia non si integrò mai completamente: alla pittura di “natura” preferiva il ritratto!

Giovanni Boldini. Ritratto di un artista

Frequentò anche alcuni ricchi stranieri residenti in Toscana. Sir Walter Falconer, un facoltoso mecenate inglese, oltre ad offrire all’artista importanti opportunità di lavoro, lo invitò a vistare con sé l’Esposizione Universale tenutasi a Parigi nel 1867, dove ebbe modo di ammirare dipinti da Gérôme e Meissonnier a Courbet e Manet.

«Mi ha fatto un gran bene veder Parigi, il vedere quegli immensi artisti, mi hanno indicato la vera via. […] Tutto il mio pensiero finché starò qui sarà quello di pensare di andare a stabilirmi a Parigi» – Giovanni Boldini al suo ritorno da quel primo soggiorno parigino

La forte influenza che quel breve soggiorno ebbe sull’arte boldiniana non tardò a manifestarsi. Nelle sue opere, infatti, si registrarono sin da subito l’abbandono di un registro cromatico che virava sui toni dei bruni e delle terre in vista di una tavolozza più brillante. Si notino a tal proposito le differenze cromatiche esistenti tra dipinti come il “Ritratto di Diego Martelli” o il “Giovanni Fattori nel suo studio”, e il “Ritratto di Mary Donegani”.

Queste nuove sperimentazioni cromatiche erano certamente più adatte a soddisfare le aspirazioni di rappresentanza della ricca borghesia o dell’aristocrazia toscana. Tuttavia non incontravano i gusti dei suoi colleghi pittori, i quali non risparmiarono alacri critiche al tentativo di Boldini di «fare i colori più belli della natura». Questa sorta di ostilità manifestata dai pittori di “macchia”, non fece altro che spingere Boldini a prendere la decisione di lasciare l’Italia e trasferirsi definitivamente nella grande metropoli francese.

Parigi: Terra Promessa dell’arte durante la Bella Époque

L’artista aveva 29 anni quando si ritrovò ad essere uno tra i migliaia di artisti che, in cerca di fortuna, si erano lasciati attrarre da quella città, emblema di modernità e mondanità, Parigi. Mondanità era la parola chiave che governava la quotidianità della società parigina. Alla ricca e consapevole borghesia non bastava più riunirsi a teatro, nei salotti o ancora nei caffè: aveva una crescente, quasi famelica, necessità di autoaffermarsi e celebrarsi. L’arte fu il mezzo più immediato ed efficace per immortalare la febbrile, ma pur sempre elegante e signorile, joie de vivre di quella società.

Per gli artisti quest’elevatissima domanda di opere d’arte si tradusse in significative e concrete opportunità di lavoro. Parigi era diventata per disegnatori, pittori e scultori una sorta di “Terra Promessa”, un polo d’attrazione davvero irresistibile. Questa continua affluenza di artisti da un lato contribuì a creare un ambiente assolutamente stimolante e carico di influenze artistiche, dall’altro causò anche una saturazione del mercato dell’arte, che rendeva difficoltoso agli artisti emergenti accaparrarsi una proficua committenza. Fu questo il motivo per cui Boldini, appena giunto in città, decise di stipulare un contratto con la Maison Goupil, l’impresa creata dall’ambizioso, quanto lungimirante, mercante d’arte Adolphe Goupil.

Il periodo Giovanni Boldini-Maison Goupil

Il periodo della collaborazione tra Boldini e Goupil è caratterizzato da opere di piccolo formato, dove il tema frivolo e allegro delle scene di genere si svolge in un tempo sospeso nel passato, in un’atmosfera giocosa e lieve. Si osserva l’apertura di Boldini alle esperienze artistiche che lo circondavano: in quegli anni a Parigi si era sviluppato l’Impressionismo. Sebbene Giovanni Boldini non aderì mai formalmente al gruppo dei pittori impressionisti, si dimostrò molto interessato alle loro innovazioni formali. Ad esempio, in “Donna con il parasole”, sono presenti le abbreviazioni formali e la tensione luministica tipica del primo impressionismo.

Oltre alle sperimentazioni en plein air, Boldini si avvicinò anche allo studio della pittura fiamminga e olandese del Seicento, che a Parigi era tornata alla ribalta. Partendo da un’osservazione più attenta della pittura olandese, pittori come Desboutin o Fortuny erano giunti a rimodernare il “genere d’interno” francese degli anni Cinquanta e Sessanta. Boldini non si lasciò sfuggire l’occasione di indagare questo preciso genere pittorico e, nelle sue svariate sperimentazioni, riuscì ad arricchire le scene d’interno con tessiture cromatiche eccitatissime, capaci di restituire ai soggetti rappresentati una vitalità e un dinamismo sconosciuti fino ad allora, come si evince, ad esempio in “Dame del Primo Impero”.

Intanto Boldini si era riuscito a creare una rete di conoscenze sufficiente a raccogliere, in autonomia, un buon numero di committenze. Decise così nel 1878 di sospendere la vincolante collaborazione con Goupil. Particolarmente proficua fu la relazione che intrecciò con la contessa Gabrielle de Rasty, che lo presentò agli alti ranghi della borghesia e della nobiltà cittadina. In questo periodo, ormai svincolato dal preciso modello estetico richiesto dalla Maison Goupil, si arricchì delle influenze suggeritegli dall’amico Degas.

I ritratti delle sue muse divine

Boldini riuscì a raggiungere la piena libertà espressiva e ad aggiornare la propria pittura, andando alla ricerca di composizioni sempre più originali e innovative. Le opere di questi anni – le vedute urbane, gli scorci di strade con cavalli, i ritratti di donne bellissime – mostrano l’abilità di Boldini nel catturare una gestualità pittorica capace di fissare sulla tela l’attimo fuggente e irripetibile, quella frazione di secondo che racconta l’azione già trascorsa e preannuncia il divenire di quella successiva. Fu per questo motivo che Boldini divenne uno dei pittori più richiesti dell’epoca.

A partire dagli anni Novanta, l’assidua ricerca di un’estetica più concettuale, fatta silhouette allungate e pose serpentine, e di una resa pittorica danzante posero l’artista al di fuori degli schemi della ritrattistica ufficiale. Sono questi gli anni dei ritratti a grandezza naturale! Lo stesso Giovanni Boldini coniò il termine “divine” per qualificare le centinaia di muse che posarono per lui nel suo atelier. Alcuni esempi sono i ritratti eseguiti a Emiliana Concha de Ossa, a Lina Cavalieri, alla principessa Radziwill, a Donna Franca Florio e alla marchesa Casati.

L’ascesa professionale del pittore fu continua e costante fino allo scoppio del primo conflitto mondiale, a causa del quale fu costretto a lasciare Parigi. Ma a segnare definitivamente la fine della sua carriera fu il fortissimo abbassamento della vista che lo colpì nel 1917.

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