Hamlet degli Imperfect Dancers, un dono dal mondo della danza

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Hamlet degli Imperfect Dancers Company

Amleto non riesce a riposare in pace. È un lavoro ormai affrontato da disparate compagnie e altrettanti punti di vista. Originale è quello degli “Imperfect Dancers” che preferiscono concentrarsi sulla vita di Ofelia. Una rilettura meta-reale o meta-teatrale se si considera che il lavoro passa attraverso lo sguardo e il corpo di Ofelia, una giovane donna affetta da disturbi mentali che vive una forte identificazione con l’Ofelia dell’“Hamlet” di Shakespeare.

‘Imperfect Dancers Company’: così imperfetti da far girare la testa a tutto il mondo

Gli “Imperfect Dancers” sono una forte realtà del mondo della danza, che parte dall’Italia e fa il giro del mondo. La compagnia è stata fondata nel 2009 dall’attuale coreografo Walter Matteini e dalla stakanovista Ina Broeckx. Canada, Stati Uniti, Colombia, Uruguay, Tanzania, Israele, Turchia, Croazia, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Polonia e Svizzera sono solo alcuni degli stati che hanno ospitato i suoi spettacoli. Dal 2011 “ImPerfect Dancers Company” è la compagnia di danza residente del Teatro Verdi di Pisa.

A differenza di tante compagnie di danza classica, questa parte da un concetto di fondo: l’imperfezione. Tutti siamo imperfetti e ci impegniamo a raggiungere un’utopica perfezione. I danzatori della compagnia invece sanno di essere imperfetti. Questo li rende unici e la loro unicità li fa perfetti. Giochi di parole a parte, la filosofia di fondo è ammirevole. È un gesto d’amore verso l’uomo prima che verso il danzatore. Imperfezione e sbavatura non sono la stessa cosa. Per questo i “danzatori imperfetti” praticano tante ore di laboratorio al giorno. Ed in scena il risultato è sbalorditivo. Vedere le emozioni sul volto degli interpreti e le coreografie mozzafiato che danno parola alla musica. Ma col movimento, solo usando il corpo e le sue innumerevoli declinazioni. Non ha prezzo.

Hamlet al teatro Bellini tra palco e immaginazione

“Hamlet”, l’ultimo frutto della creatività dei direttori artistici della compagnia, è andato in scena al Piccolo Bellini di Napoli il 27 e 28 aprile 2019. Il lavoro ha colpito molto per il faro acceso sull’arte della danza intesa come espressività emotiva, come capacità dei danzatori di creare empatia con la musica e con gli spettatori.

La scenografia era volutamente ridotta all’osso: nessun fondale, nessun elemento scenografico, pochi oggetti di scena e tra questi un libro dal quale di tanto in tanto emergevano le storie di Ofelia che si mescolavano tra realtà e immaginazione. È appunto questa la parola chiave. Nel vuoto della scenografia il nero diventava come non mai un colore ricco di sfumature, di elementi immaginativi. I ballerini erano sempre il significante, mai il significato delle loro azioni sceniche. Le luci color ghiaccio costituivano un’ottima base per dare spazio alle evoluzioni di danza. Ogni tanto una luce calda ricadeva sugli abbracci di Ofelia, come uno spiraglio di vita a illuminare le anime dei protagonisti.

La compagnia era composta da sei elementi: Sara Nicastro, Daniel Flores Pardo, Sigurd Kirkerud Roness, Laura Perrot, Tiziano Pilloni (un impeccabile Laerte) e la maestosa Ina Broeckx (Queen Gertrude) che anche solo col tremolio di una mano riusciva a trasmettere mille emozioni. In alcuni momenti è parso di vedere solo delle anime danzare sul palco, in quanto la forte connessione tra spettatori e danzatori faceva dimenticare i gesti.

Un capitolo a parte meriterebbe la gestualità, ulteriormente protagonista in “Hamlet”. Walter Matteini ha dato un’impronta unica in questo senso allo spettacolo. La commistione poi con le diverse musiche scelte ha dato i brividi. Ricordiamo su tutte “Thunders And Lightnings” di Ezio Bosso, “Summer Palace” di Fredge, “Lonesom Town” di Alessia Desogus e “New World” di Kira. Ma tante interpretazioni meriterebbero ancora menzioni speciali.

Poesie scritte col linguaggio del corpo

Uno spettacolo dirompente che va dritto non tanto al cuore dello spettatore, quanto al ventre, dove avviene il cortocircuito tra anima e corpo. Sara Nicastro nei panni di Ofelia ha sfoggiato una tecnica sopraffine. E anche la giovane Laura Perrot (nel ruolo di Heroine) si è distinta per la bellissima presenza scenica, la forte mimica e lo sguardo intenso. Sigurd Kirkerud Roness (King Claudius) è stato dirompente e Daniel Flores Pardo (Hamlet) è stato un esempio di tecnica, fisicità e carisma impeccabili.

“Imperfect Dancers Company” ha vinto proprio nell’imperfezione. Il particolare bellissimo a colpo d’occhio era che tutti i componenti erano talmente in sincrono che la differenza di altezze o volumi corporei non contava per nulla. I danzatori nelle scene di insieme riuscivano sempre ad essere un corpo unico, cadere e rialzarsi insieme facendo della diversità un elemento prezioso, mai discriminatorio. Un bel messaggio questo per tutti i governanti del mondo.

Una compagnia italiana che sta spopolando in tutto il mondo

Il lavoro di fondo, il lavoro in sala, il lavoro laboratoriale viene tutto fuori. Si nota un gruppo unito che in primis ama la danza. Ama sperimentare ed esplorare nuove forme di espressione corporea. La musica funge da veicolo, il lavoro di Shakespeare da punto di partenza. La messinscena è solo un livello successivo, frutto della conoscenza che gli artisti fanno tra di loro.

Non c’è bisogno di essere esperti di danza perché lo spettacolo è intellegibile. E se uno spettacolo del genere riesce ad arrivare proprio a tutti allora ha raggiunto il suo scopo. Una compagnia italiana dunque ma di caratura mondiale e non possiamo osare dire universale solo perché non conosciamo il gusto degli alieni in quanto a danza!

La visione di questo spettacolo è stata un’opportunità unica offerta dal Piccolo Bellini agli spettatori napoletani, che l’hanno colta di buon grado. Ma ha sorpreso non vedere mobilitarsi il mondo della danza napoletana. C’erano pochi ballerini rispetto alle aspettative in sala. Un’occasione di confronto sprecata, dettata forse dal ponte del 25 aprile. Ci si augura di rilevare una maggiore partecipazione in tal senso in futuro. Al netto di ogni considerazione, “Hamlet” è un dono. Un dono fatto di sudore, lacrime, vita, forza, emozione. Un dono che vale la pena di ricevere almeno una volta nella vita.

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