“His House” di Remi Weekes. Gli orrori della migrazione

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"His House" di Remi Weekes

“His House” di Remi Weekes è il primo lungometraggio del cineasta esordiente. Nasce dalla storia scritta da Felicity Evans e Toby Venables e di cui Remi Weekes ha creato la sceneggiatura. È una delle produzioni Netflix più riuscite che utilizza il genere horror e alcune sue tipiche caratteristiche per raccontare la realtà e le difficoltà della migrazione. Difatti, sono presenti elementi sovrannaturali e folcloristici a cui, oltre alla suspense, viene aggiunta una particolare intensità emotiva. I demoni non sono semplici espedienti del genere, ma sono il riflesso di ciò che i rifugiati hanno sofferto, sono coloro che non sono arrivati a destinazione. Vengono mostrati così gli orrori di un’esperienza traumatica, sottolineando l’importanza della tematica sociale della migrazione.   

«Che cosa stavi sognando?» – Rial 
«Il nostro matrimonio.» – Bol 
«Allora perché urlavi Bol – Rial 

“His House” di Remi Weekes. I demoni e il loro significato

La pellicola, girata con un aspect ratio di 1:2,39, presenta dei piani di ripresa variabili. È piuttosto rilevante come da un piano esteso si arrivi ad uno più ravvicinato. In diversi casi le inquadrature si avvicinano al soggetto così lentamente che il movimento risulta quasi impercettibile. Allo stesso modo lo spettatore si avvicina alla verità e comprende come stanno realmente le cose a poco a poco. Gli eventi si susseguono secondo una narrazione lineare finché Rial (Wunmi Mosaku) ha una visione che riporta ciò che è accaduto in Africa. Grazie a questo momento si può definire cosa rappresenti esattamente ogni elemento sovrannaturale. 

«La tua vita non è tua, l’hai rubata. Paga il tuo debito, […] la tua vita per Nyagak.» – Apeth 

I demoni che occupano la casa sono i sensi di colpa dei due coniugi rifugiati. In particolare si tratta del senso di colpa che ha Bol (Ṣọpẹ Dìrísù) nei confronti di Nyagak (Malaika Abigaba). La migrazione verso una vita migliore ha un costo molto alto per l’uomo. Ha separato Nyagak dalla sua vera madre, fingendo di essere suo padre per riuscire a salire sul pullman. Quella decisione in senso lato ha provocato la successiva scomparsa della ragazzina. Porta con sé e sua moglie tutti coloro che hanno perso sul loro cammino. Portano la paura, l’angoscia e ogni sentimento provato nella difficile traversata. I fantasmi sono quelli del passato e dimostrano quanto, a causa del trauma vissuto, sia difficile ricominciare nel presente.  

L’apeth, lo stregone del folclore africano 

Oltre al valore metaforico delle figure ultraterrene, si ha un chiaro riferimento al folclore africano. La parola apeth” significa “strega” o, in senso più esteso, “stregoneria”. Per la tribù dei Dinka è un modo per dare un senso, quasi un’immagine, alla sfortuna che incombe sugli uomini. Dal racconto di Rial si evince che tale malasorte è una conseguenza del comportamento umano, in certi casi egoistico. Infatti secondo la storia un uomo povero voleva una casa tutta sua. Per raggiungere questo scopo iniziò a rubare, tra i derubati c’era proprio un apeth. Quando il povero costruì la casa e vi si stabilì, lo stregone fece lo stesso insediandosi lì con lui. 

«I muri cominciarono a sussurrare gli incantesimi dell’apeth. Dalle tenebre arrivarono i morti e l’apeth non si fermò finché non ebbe consumato quell’uomo interamente. Un’apeth è venuto fuori dall’oceano, ci ha seguiti fin qui e mi ha parlato.» – Rial  

Similmente Bol ha utilizzato l’inganno per riuscire ad avere una possibilità di salvezza. Il suo egoismo sta nell’aver usato Nyagak per fuggire dall’Africa. L’apeth è venuto fuori dall’oceano perché è lì che i migranti perdono la giovane. Il rifiuto per ciò che è successo fa sì che Bol si allontani sempre di più dal luogo da cui viene. Cerca infatti di integrarsi in Inghilterra rifacendosi alla lingua locale, al modo di vestire e alle usanze. Per Rial invece è diverso. Lei non teme di usare la lingua dinka del Sudan meridionale in un altro paese o di mostrare i segni sulla sua pelle che rendono evidenti le sue origini. Il suo legame con le tradizioni tribali le permette più facilmente di accettare la presenza dell’apeth in casa. 

“His House” di Remi Weekes. Le pareti della stanza e quelle della mente

«Un nuovo inizio comincia con un piccolo passo.» – Mark 

La fotografia di Jo Willems mostra delle immagini nitide. Prevalgono il blu, in diverse tonalità, e tinte più calde. La scelta del blu non è casuale: indica la parte più profonda della mente. Proprio per questo, i parati che ricoprono la stanza in cui si mostrano i fantasmi sono di un leggero azzurro. Le pareti di quella stanza sono in realtà le parenti della mente di Bol. Più ne strappa i rivestimenti e si vede il muro spoglio, più scava dentro se stesso. Quei demoni sono nella sua testa, si nascondono tra i muri, così come si nascondono dentro di lui. Perciò si presentano di notte, quando le luci sono spente: è in quel momento che la mente mostra più chiaramente i propri timori e le proprie angosce. In queste scene prevale il buio, e il senso d’ansia è messo in risalto dai forti contrasti ricreati dalle candele e le torce. 

«I tuoi fantasmi ti seguono, non vanno via. Loro vivono con te. Quando li ho fatti entrare, sono riuscito ad accettarmi.» – Bol  

Quando Bol e Rial riparano i muri, stanno rimettendo insieme i pezzi della loro vita. Alla fine, la casa è piena di gente perché entrambi sanno che ciò che è stato non si può dimenticare, che quelle persone le hanno portate con sé. Ma sono anche consci del fatto che “ciò che sarà” verrà affrontato con più consapevolezza e forza, anche in nome di coloro che non ce l’hanno fatta. 

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