Horror vacui. Il terrore del vuoto che invade l’uomo in ogni arte

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horror vacui

Locuzione raccontata dalla filosofia, dalla letteratura, dall’arte fino alla psicologia. L’horror vacui è letteralmente il terrore del vuoto. Un concetto già presente nella produzione dell’antica Grecia che trova la sua enfasi in epoca barocca. Quest’ultima è difatti caratterizzata dall’esplorazione di nuovi mondi e da tante scoperte, insieme alle quali nasce la meraviglia, ma anche la paura, che viene esorcizzata rimpiazzando i contenuti.

La filosofia che si intreccia con l’arte

Una prima definizione effettiva del concetto di horror vacui arriva da Aristotele.

«Natura abhorret a vacuo»

Secondo Aristotele “la natura rifugge il vuoto” e perciò lo riempie costantemente, nella stessa maniera in cui ogni gas o liquido tende sempre ad occupare l’intera porzione di spazio in cui rientra. Con la formulazione di questo pensiero, in realtà, Aristotele dovette scontrarsi con la scuola pitagorica antica e la filosofia atomista, secondo cui il vuoto esiste in quanto necessità, perché principio ontologico dell’esistenza degli enti.

Pensiero filosofico e pensiero artistico, tuttavia, sembra che vadano d’accordo. Mario Praz ha introdotto per la prima volta il concetto in arte, in relazione all’arredamento in epoca vittoriana. Definisce l’atto di riempire completamente l’intera superficie di un’opera con dei particolari finemente dettagliati. Analogo uso conosce nella decorazione, nell’ornamentazione e nell’arredamento. Filosofia ed arte, dunque, sembrano essere d’accordo sull’idea di sopperire il vuoto. La natura ci riesce in virtù della sua essenza ontologica, l’arte necessita, invece, dell’aiuto dell’uomo.

L’horror vacui in arte e letteratura

Artisticamente parlando horror vacui è anche un filone che vuole esorcizzare la paura della morte intesa come annullamento totale. In epoca barocca – tempo in cui si esprime maggiormente la necessità di fuggire all’horror vacui – c’è molto sfarzo in ogni manifestazione artistica e letteraria, onde evitare che siano lasciati degli spazi vuoti. Siamo dunque nell’epoca dell‘estremo collezionismo di ogni tipo, dai libri ai quadri.

«Il collezionismo può essere considerato come un tentativo di ricomporre quell’unità che l’uomo dell’epoca considera perduta; un’unità perduta in seguito a tante scoperte geografiche e soprattutto astronomiche che hanno messo in crisi anche la visione dell’uomo all’interno della realtà e del cosmo. Allo stesso modo, la spettacolarizzazione degli eventi, perfino dei funerali(che diventano, talvolta, occasioni mondane), è un espediente per riempire il vuoto ed esorcizzare la morte.»

In un quadro, ad esempio, ogni centimetro della superficie viene sfruttato per inserire quante più figure possibili. In una superficie architettonica, invece,  risulta difficile trovare un angolino piccolo e nascosto che non sia stuccato con qualche cornice dorata o con un inserto di finto marmo. 

Il vuoto e la paura che ne consegue perseguita anche lo scrittore. In  editoria, ad esempio, si evitano i dialoghi spezzati che lasciano spazi vuoti nella pagina, come se quegli spazi bianchi inghiottissero e paralizzassero l’artista, prima di cominciare a riempirli. È stato inoltre appurato che, a parità di qualità di libro, il lettore finisce per scegliere sempre quello con impaginazione più fitta e compatta, a dimostrazione che – in maniera totalmente inconscia – tutti noi agiamo spinti dal terrore del vuoto.  È infine la descrizione lo strumento prediletto dallo scrittore, lo stesso in cui sembra rifugiarsi per riempire narrativamente il contenuto di un libro.

Cosa significa horror vacui? La psicologia del fenomeno

In psicologia l’horror vacui aristotelico prende il nome tecnico di cenofobia o agorafobia, ovvero l’angoscia nel trovarsi in spazzi aperti o sconosciuti che non consentano di controllare la situazione. Una condizione, quella psicologica, che non riguarda soltanto i soggetti patologici in prima linea, ma – in forma diversificata – tutti quanti noi. Il terrore del vuoto appare radicato più che mai in condizioni di isolamento, di estraneità rispetto a un mondo che si mostra in una forma completamente diversa da quella a cui si era abituati. Tuttavia, è una paura che sembra appartenere a tutti, perché sì, ciascuno di noi avrà fatto i conti almeno una volta con le proprie fragilità, con l’abbandono, la delusione.

Ciascuno di noi si sarà ritrovato a salutare una persona cara, un amico, ponendosi in tal modo di fronte al giudice più severo che esista: se stesso. Il confronto sociologico, difatti, è una condizione essenziale nelle nostre vite. Affinchè si possano fronteggiare al meglio le difficoltà della vita, l’uomo tende a costruirsi delle sovrastrutture sociali, le impalcature contro cui – per intenderci – Vitangelo Moscarda si scaglia bellicosamente in “Uno, nessuno, centomila”, perchè le considera menzogne.  Non si può negare che proprio queste sovrastrutture consentano di sentirci protetti nell’incontro-scontro con l’altro.È dunque la solitudine (come assenza di persone, ndr.), il presupposto fondante del terrore del vuoto.

È nel silenzio della solitudine che trovano posto i pensieri, quelli più profondi, quelli che di notte ci tengono svegli, gli unici che non ci permettono di sfuggire al giudizio più temuto di ogni altro: quello dell’io giudicante. Tuttavia, essere sempre connessi ci consente di non essere mai soli e, se in questo isolamento non siamo ancora pronti ad incontrare noi stessi, proviamo a colmare il nostro vuoto, come se fossimo un artista, un filosofo oppure uno scrittore.

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