I cavalli di De Chirico barocchi e metafisici

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I cavalli di De Chirico
“Due cavalli” di De Chirico

Il cavallo nella mitologia greca è ricordato come un essere sovrannaturale, al comando di Dei immortali, trainando cocchi e carri. Simbolo di forza sia per il popolo greco che romano, entrambi decisero di adornare i propri monumenti con sculture che ritraevano generali vittoriosi, su carri regali trainati da cavalli. Sono animali concepiti in funzione del cavaliere che li cavalca. Sono portatori di simboli – politici, religiosi, virtù militari – di cui è titolare il cavaliere. Nel Novecento avvenne una modificazione: il cavallo diviene protagonista. Ripreso per la sua vitalità, il cavallo non è più un semplice destriero dell’uomo, ma è in rapporto con questo. Oltre la bellezza, i cavalli di De Chirico esprimono la vitalità della natura: libertà e potenza.

L’amore per i cavalli di De Chirico

I cavalli divennero protagonisti dell’opere di De Chirico, che li riteneva gli animali maggiormente pittorici. Nelle sue opere, difatti, vibrano, sono pieni di vita. Questo tema è presente sin dai suoi primi dipinti. Negli anni che precedono il viaggio a New York e in particolar modo a Parigi, De Chirico dipinge una serie di tele con soggetto dei cavalli in riva al mare o i Dioscuri. La rappresentazione prevede sempre una particolare ambientazione: una spiaggia che può ricordare quella della sua Tessaglia, con cavalieri in partenza come gli Argonauti o Dioscuri.

Sulla riva del mare nasce l’opera “Partenza degli argonauti”, il formato ricorda quello quattrocentesco, così come l’iconografia degli edifici e nelle linee dei corpi delle figure. La riva del mare ritorna come sfondo nelle opere riguardanti le Piazze d’Italia del 1912-13. Nella “Piazza di Italia”, proprietà di Alfredo Casella, si può osservare un Hermes in primo piano, mentre un guerriero con un cavallo fa da sovrapposizione. Le piazze di Italia e le spiagge si offrono come ambientazioni perfette per inscenare e ricordare le imprese mitiche o per infondere sentimenti ricchi di attesa. All’inizio della carriera del pittore, si fanno risalire due opere, del 1909, “La battaglia dei lapiti e dei centauri” e “Il centauro morente”, entrambi con influssi da Bocklin. Quindi questo soggetto, sperimentato fin da giovane, ha una rilevanza particolare per De Chirico.

Cavalli senza occhi 

Dal 1926, i cavalli sono rappresentati senza occhi, come gli antichi manichini. Nelle prime opere si possono riscontrare anche frammenti e anticaglie, che siano una testa di Zeus o un lacerto di una struttura architettonica. Rappresentati in primo piano, con uno sfondo che ricorda gli antichi templi greci, hanno sempre un qualcosa di vitale. Come fonte, per lo studio di questo particolare soggetto iconografico, De Chirico riprese il “Repertoire de la statuaire grecque et romaine” di Salomon Reinach. Non vi è nessuna citazione diretta, ma l’uso dello stesso ideale che pervade la poetica artistica dechirichiana precedente: evoca l’immagine antica, ma in modo implicito.

I centauri nel modello di Bocklin e Delacroix

Un altro tema collegato, che ricorre spesso nelle sue opere, è quello del centauro. È ad esempio ripresa da Bocklin, che considera un modello da seguire, l’opera “Il centauro dal maniscalco”, dove il personaggio mitologico non viene percepito come un mostro, anzi, con una sottile eleganza indica al maniscalco la riparazione che deve fare. Riprese le opere di Anton Van Dyck: l’opera dechirichiana “Cavallo bianco nel bosco (Arione)” è un ricordo del “Ritratto equestre del marchese Francisco de Moncada”. De Chirico, tuttavia, decise di isolare il cavallo, eliminando il cavaliere, proprio per l’importanza che assegnava a tale soggetto. La conferma avviene dal nome aggiunto in parantesi. Arione, cavallo immortale, divino, grazie alla sua velocità sono state possibili numerose imprese come quelle di Ercole. Un altro artista del passato, che cita, dipingendo il cavallo, è Delacroix, come in “Cavallo caduto”, che ricorda il “Combattimento di arabi tra le montagne”. L’ambientazione che accoglie il cavallo e le pose che egli decide di riservare a questo conferiscono una dimensione metafisica.

Cavalli di De Chirico a confronto

L’opera raffaellesca “San Luca dipinge la Vergine” è ripresa, con variazioni, nel “Pittore di cavalli”. Al posto della Vergine c’è una testa di cavallo. Il pittore- statua, rappresentato nel momento in cui dipinge, altri non è che De Chirico. Bocklin è ripreso, ancora, nell’opera “Lotta dei centauri”. Tra il 1908-10 questo artista è continuamente citato nelle sue opere. In tal caso, il ricordo verte sia sul tema che sulla composizione.Nella serie di opere sui centauri, rievoca i miti legati alla Tessaglia, terra natale, soprattutto quelli legati a queste mitiche creature con busto umano e corpo equino. Ancora Bocklin è riecheggiato nell’opera “Ritorno al castello”, nel quale rivisita il tema del viaggio. In aggiunta, nella trattazione del tema dei cavalli, si potrebbe anche trovare un qualcosa di familiare nella serie di dipinti con il soggetto di Castore e Polluce. De Chirico potrebbe far rivivere, tramite le due figure mitologiche, il rapporto con suo fratello Alberto Savinio. Alla fine degli anni Dieci, vennero proprio soprannominati “Dioscuri” negli ambienti italiani e francesi. Il viaggio degli Argonauti, inoltre, con la partecipazione dei Dioscuri, partito da Volos, in Tessaglia, ricorda la loro città natale.

Il colore: vitalità e potenza

Si può, detto questo, focalizzare l’elemento innovativo di De Chirico nella trattazione di questo soggetto? Non consiste nel soggetto stesso e nemmeno nelle silhouette o linee che usa per creare questi corpi vitali, ma consiste nel colore. De Chirico usò un colore brillante, nelle opere del periodo 1934-36 i toni sono più chiari. È un tema costante della sua poetica, sia nel periodo degli anni venti- trenta sia quando nel 1938 sperimenta una nuova tecnica – periodo barocco-.

Il colore cambierà, nella trattazione di questo soggetto, durante il periodo della nuova metafisica, tra gli anni cinquanta e sessanta. I colori stesi in modo quasi impressionistico con tonalità surreali, donavano l’effetto di una pittura quasi inesistente, mitica. I cavalli vibranti dell’arte dechirichiana, grazie alla materia pittorica ed alla fantasia adoperata, sembrano animali mitologici con il dono dell’immortalità. De Chirico, pittore che ha sempre difeso il diritto di immaginazione, adopera il soggetto equino proprio per ricercare una poetica del fantastico.

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