“I giorni dell’abbandono” di Elena Ferrante crea consapevolezze

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"I giorni dell'abbandono" di Elena Ferrante

“I giorni dell’abbandono” di Elena Ferrante risale al 2002. È il racconto di una donna abbandonata dal senno, dal buon senso e dall’amor proprio, oltre che da suo marito.

“I giorni dell’abbandono” di Elena Ferrante. Perdere se stessi per ritrovarsi

«Un pomeriggio d’aprile, subito dopo pranzo, mio marito mi annunciò che voleva lasciarmi.»

Comincia in questa maniera il romanzo profondamente introspettivo di Elena Ferrante, in un pomeriggio d’aprile, quando Mario comunica ad Olga, sua moglie e protagonista dell’intero racconto, di volerla lasciare. 

«Mi lasciava portandosi via tutto quel tempo, tutte quelle energie, tutte quelle fatiche che gli avevo regalato, di punto in bianco.»

Abbandonando Olga, in verità, Mario sembra essersi portato via anche la sua serenità. La protagonista comincia così un viaggio introspettivo, ripercorre con la mente le tappe di un percorso d’amore, provando a scovare le mancanze che avrebbero potuto portare Mario a una tale scelta. Scopre una realtà di fronte cui non ci sono domande e non ci sono risposte, ed è proprio la loro mancanza a spingere Olga in uno stato di profondo sconforto. Comincia a lasciarsi andare, come una qualunque donna che sembri aver perso completamente la capacità di discernimento.

«Esistere è questo, pensai, un sussulto di gioia, una fitta di dolore, un piacere intenso, vene che pulsano sotto la pelle, non c’è nient’altro di vero da raccontare. »

La volgarità nella sua forma più cruda comincia ad insinuarsi nei gesti e nelle parole, come se fosse il tacito sfogo di un dolore divenuto insostenibile. La bocca rigurgita parole acide e mal accorpate che si scagliano ora contro l’impiegato della telefonia ora verso gli operai che aggiustano la serratura. Gli oggetti intorno si smarginano, perdono consistenza, proprio come la realtà che comincia a sfuggirle dalle mani.

La sospensione della consapevolezza e la ripresa di coscienza

“I giorni dell’abbandono” di Elena Ferrante racconta la storia di un deragliamento, uno di quelli fortunati, il cui epilogo lascia ben sperare per il futuro della protagonista. Quando l’essere umano soffre diventa incapace di affrontare il proprio senso di smarrimento: incespica, perde i propri confini e precipita in un profondo senso di vuoto. La sospensione della consapevolezza è una costante del romanzo. Mario impiega del tempo per comprendere che il suo amore per Olga risulta completamente affievolito. All’inizio preferisce versare in uno stato di completa apatia, un’incredula incomprensione verso se stesso, un uomo da cui non si sarebbe mai aspettato un simile sbandamento. Olga è diventata per lui una figura protettiva, quasi materna.

D’altro canto, la mancanza di consapevolezza è un fatto che riguarda anche Olga. Soltanto dopo aver raggiunto il culmine, dopo aver perduto completamente il controllo della realtà, nei giorni febbrili del post-trauma è costretta alla riflessione. Mario è sparito e mentre la collettività tace nascondendosi dietro un velo di pudore, Olga riflette e diventa a poco a poco consapevole.

Quali sono state le colpe, cos’ha provocato la fine di un lungo matrimonio? Olga elabora congetture mentali. È forse colpa della moglie, quella che non è più solo femmina e corpo sessuato ma madre, nutrice, faccendiera impegnata nel lavoro domestico. O – verosimilmente – è colpa di una donna che si è presentata fin da subito come sposa-madre. Di una donna che ha sempre lavorato accanto al proprio marito, giorno e notte senza sosta, ma non per se stessa, non per il bene della coppia, ma solo ed esclusivamente per la riuscita professionale del marito. Nel culmine di una riflessione che funge da motore di consapevolezza, Olga è costretta a riconoscere la propria colpa: l’errore. Olga si è sempre comportata da madre nei confronti di Mario, e adesso ne subisce l’estrema sofferenza.

La vertigine oscura e angosciosa dell’amore

Dalla lettura di queste pagine si desume quanto per Elena Ferrante l’amore risulti elemento pulsante e impulso della vita. Deprivati di questo bene si perde il senno, si è condannati ad errare senza meta, accecati dalla cupezza di un animo che scorge solo le ostilità del mondo e che porta ad ottenebrare completamente le facoltà intellettive, proprio come è successo alla protagonista del suo romanzo.

«Devo reimparare il passo tranquillo di chi crede di sapere dove sta andando e perchè»

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