I Prigioni o Schiavi di Michelangelo. Apologia della ribellione e della resa al fato

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I Prigioni o Schiavi di Michelangelo

Cosa sono i “Prigioni” o “Schiavi”

Giganteschi uomini che si divincolano nel marmo, costretti a un’iniqua lotta contro il fatalismo di un’esistenza piegata dalla schiavitù. I “Prigioni” di Michelangelo Buonarroti sono figure sofferenti, dolorosamente avviluppate su loro stesse, intrise di un’incredibile epicità. Rappresentano un magistrale esempio dello scalpello michelangiolesco e del suo “non-finito”. Capolavori senza tempo che, anche per merito delle travagliate vicende legate alla committenza e al loro processo creativo, si distinguono tra le opere rinascimentali per il loro profondo portato espressionistico.

Quando nel 1505 Giulio II chiamò lo scultore a Roma per commissionargli il proprio monumento funebre, l’artista aveva già lavorato per importanti committenti e realizzato grandi opere – “La Pietà Vaticana” e il “David” di Michelangelo per citarne alcune -. In quella committenza vide la possibilità di elevare il proprio rango di artista ed eternare il proprio nome. Le enormi aspettative riposte nel progetto vennero tristemente disattese. L’enorme mausoleo non venne mai realizzato e l’opera è ricostruibile solo attraverso le sculture che ne avrebbero fatto da corredo. Tra queste i meravigliosi e tormentati “Prigioni”.

Leggi qui per approfondire questo aspetto: “La più travagliata commissione di Michelangelo: I 6 Prigioni”

I “Prigioni” di Michelangelo Buonarroti. Analisi e significato

I “Prigioni” di Michelangelo oggi si trovano tra il Louvre di Parigi e la Galleria dell’Accademia di Firenze. Hanno da sempre affascinato amanti dell’arte e studiosi, non solo per il concitato espressionismo che li caratterizza, ma anche per l’abbacinante enigmatica aura che li avvolge. L’arcana imponenza delle sculture, certamente acuita dallo stato non finito delle opere, si deve anche al curioso impiego da parte dell’artista di elementi decorativi dalla dubbia valenza iconografica.

Nello “Schiavo morente”, la scimmia abbozzata presente sullo sperone roccioso ad esempio ha destato parecchi dubbi sull’interpretazione dell’opera a causa dell’incerto riscontro con la canonica tradizione figurativa. In realtà la lettura interpretativa dell’intero gruppo scultoreo ha sovente sollevato indecisione tra la critica.

Secondo Vasari i “Prigioni” rappresentavano personificazioni delle provincie assoggettate da Giulio II, secondo altri biografi allegorie delle arti figurative, altri studiosi ancora le hanno lette come allegorie del superamento della condizione terrena. Aldilà delle varie ipotesi speculative, Michelangelo realizzò questi grossi nudi maschili incatenati attingendo figurativamente alle antiche rappresentazioni dei prigionieri e all’iconografia 400esca di San Sebastiano.

Nella torsione del corpo dello “Schiavo ribelle”, nella pronunciata giustapposizione delle membra, riecheggia la memoria del martire cristiano legato alla colonna e trafitto da frecce, come quella del sacerdote Laocoonte straziato dai morsi dei serpenti marini.

Cos’è il non finito di Michelangelo

I “Prigioni”, che alternati alle “Vittorie” avrebbero dovuto decorare la base della piramide marmorea culminante nella scultura del pontefice, vennero realizzati da Michelangelo in un arco cronologico che si protrasse per oltre 15 anni. In ordine temporale, i primi due “Prigioni” sono lo “Schiavo morente” e lo “Schiavo ribelle” -si trovano al Louvree- e sono le sculture maggiormente lavorate e rifinite dall’artista. In queste opere infatti il caratteristico non-finito michelangiolesco si limita solo ad alcuni dettagli, mentre nei “Prigioni” fiorentini la ruvida pietra in alcuni casi prevarica addirittura la superficie levigata.

Se le sculture francesi sono dunque un meraviglioso esempio della concezione michelangiolesca del corpo umano e della peculiare capacità del maestro di plasmare le forme, quelle fiorentine, proprio grazie alla loro incompiutezza, sono una testimonianza particolarmente significativa del processo lavorativo di Michelangelo e della sua poetica scultorea.

I “Prigioni” di Michelangelo al Louvre: “Schiavo ribelle” e “Schiavo morente”

Nello “Schiavo ribelle” la vigorosa muscolatura in tensione racconta l’immane sforzo compiuto dall’uomo nel tentativo di liberarsi dalla prigionia. La costruzione del corpo, con una rotazione che parte dalla gamba destra sollevata e termina nell’innaturale torsione del capo, spiega magistralmente la personale idea che l’artista aveva elaborato sulle masse corporee. Michelangelo assimilò e superò la concezione della ponderazione classica atteggiando le proprie creazioni in posture “elicoidali”, che non si aprono nello spazio ma si ritorcono su loro stesse.

Decisamente più rilassata è la postura dello “Schiavo morente” che, ormai sfinito dalle sofferenze, abbandona la testa e il braccio all’indietro pronto ad accogliere la morte in cerca di sollievo. Le braccia ormai libere dai legami si rilassano, il corpo, esaurito ogni sforzo, si distende languidamente. Allude probabilmente allo stato di liberazione dell’anima con la morte.

I 4 “Prigioni” di Michelangelo presso la Galleria dell’Accademia

Al contrario i massicci corpi dei “Prigioni” fiorentini – il “Prigione giovane”, il “Prigione barbuto”, il “Prigione Atlante”, e il “Prigione che si ridesta” – emergono gradualmente dalla pietra come scrostandosi di dosso la dura materia che li ha costretti per millenni all’oblio. Non esiste esempio più rappresentativo della visione michelangiolesca dell’arte scultorea. Secondo Michelangelo infatti nel marmo dimorava a priori l’idea dell’opera, per cui lo scultore aveva il solo compito di far affiorare quell’idea, liberandola dalla materia che la ricopriva. Nelle 4 sculture fiorentine questo processo creativo, il riaffiorare dell’idea dalla materia, è evidente. I corpi ripiegati in posture esasperate dallo sforzo, benché cerchino liberarsi, non varcano mai i confini ideali del blocco marmoreo che li contiene.

Il portato iconografico dei “Prigioni”, la brutalità che li agita nell’atto di divincolarsi, eleva questo gruppo marmoreo a perfetta allegoria della scultura michelangiolesca, incarnando la migliore espressione del suo “non-finito”.

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