Il bambino con il pigiama a righe di John Boyne: purezza e critica

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"Il bambino con il pigiama a righe" di John Boyne

“Il bambino con il pigiama a righe” di John Boyne è stato pubblicato nel 2006. Nel 2008 già ne viene tratto l’omonimo film diretto da Mark Herman. Il testo ha ottenuto un enorme successo ed è stato tradotto in oltre 30 paesi nel mondo. Il “New York Times” lo ha inserito nella classifica dei libri più venduti.

La storia del libro viene narrata in prima persona da Bruno, un bambino di nove anni. Nel 1942 la sua famiglia deve lasciare la comoda casa di Berlino per seguire il padre che è uno dei comandanti del campo di concentramento di Auschwitz. La drammatica realtà del campo di sterminio viene filtrata dallo sguardo ingenuo di un bambino, che si pone molte domande ma non capisce fino in fondo la terribile realtà che lo circonda.

Ellissi e semplicità. “Il bambino con il pigiama a righe” di John Boyne

Lo stile del libro proprio per questo è semplice e lineare, reso più dinamico dalle ellissi. Questa figura retorica permette di non narrare nei dettagli o addirittura di omettere alcuni particolari cruenti, in modo da lasciarli comprendere all’immaginazione del lettore. Uno degli esempi più emblematici è quello che riguarda il personaggio di Pavel. L’uomo, un ebreo che un tempo esercitava la professione di medico, serve a tavola la famiglia di Bruno. Una sera mentre la famiglia è a cena con il tenente Kotler, Pavel debole e stanco lascia scivolare del vino sull’uniforme del giovane tenente.

«La scena che seguì fu inaspettata e molto spiacevole. Il tenente Kotler si arrabbiò moltissimo con Pavel, il dottore che era diventato cameriere, e nessuno si fece avanti per impedirgli di fare quello che fece, anche se nessuno riuscì a guardare.» – Capitolo XIII, “Il bambino con il pigiama a righe” di John Boyne

È quasi certo che la scena sia stata piuttosto violenta, ma quello che è accaduto davvero non viene narrato direttamente. L’ellissi ritorna altre volte nel testo ed è presente soprattutto nella parte finale. L’ingenuità del racconto è rafforzata dai continui interrogativi di Bruno. A proposito di Pavel, il bambino non riesce proprio a comprendere perché un medico sia improvvisamente diventato un servitore. Così anche quando viene da lui soccorso e mendicato, si sorprende e non capisce l’ammonimento della madre di non raccontare che a curarlo era stato proprio Pavel. L’inconsapevolezza di Bruno si accentua maggiormente quando conosce Shmuel. Si chiede perché il suo mondo e quello del suo nuovo amico sia delimitato dal filo spinato la cui presenza impedisce ai due bambini di giocare vicini. Emblematico che sia per indicare Auschwitz che per nominare Hitler, il Fuher, si utilizzano i termini storpiati dalla pronuncia del bambino: Auscit e Furio.

Due mani, mondi e solitudini

Anche se il libro è dominato dalla realtà cruenta del campo di concentramento, a prevalere è l’amicizia fra Bruno e Shmuel, il bambino con il pigiama a righe che vive dall’altra parte del filo spinato. I due bambini cominciano a conoscersi in maniera molto diretta e spontanea, in breve tempo diventano inseparabili. C’è un particolare che li differenzia, la loro mano.

«Bruno alzò la propria mano in modo che le punte delle dita quasi si toccarono. Le nostre mani disse. Sono così diverse. Guarda! I due bambini guardarono nello stesso momento e la differenza era evidente. Anche se Bruno era basso per la sua età, e certo non era grasso, la sua mano era sana e piena di vita. Le vene non si vedevano attraverso la pelle, le dita non erano poco più di bastoncini secchi. La mano di Shmuel raccontava una storia molto diversa. Come ha fatto a diventare così? Chiese Bruno. Non lo so. Disse Shmuel. Una volta assomigliava di più alla tua, ma non mi sono accorto che cambiava. Tutti quelli che stanno dalla mia parte del recinto adesso sono così.» – Capitolo XV, “Il bambino con il pigiama a righe” di John Boyne

Proprio la mano diventa la metafora di due mondi in apparenza inconciliabili. Quello tedesco e ariano, destinato a dominare, e quello ebraico, destinato a soccombere. Eppure l’amicizia supera persino questo ostacolo insormontabile, nonostante la cattiveria che domina il loro mondo. Quelle mani diverse si stringeranno nella parte finale del racconto a suggellare il loro profondo legame.

La solitudine è un altro elemento pregnante del libro. Bruno si sente solo, sente la mancanza dei suoi amici ma appare distante anche dai suoi famigliari, specialmente dal padre con cui non vive un rapporto facile né tantomeno affettuoso. Probabilmente Bruno ad un certo punto vuole varcare la soglia del filo spinato non solo per giocare con il suo migliore amico, ma forse anche perché vuole sentirsi libero, lontano dal mondo oppressivo della propria casa.

Le critiche ebraiche al libro

Nonostante il successo del libro in realtà la comunità ebraica non è stata molto entusiasta del testo di Boyne. Il rabbino e professore universitario Benjamin Blech ha sostenuto che il racconto è pieno di inesattezze storiche. In particolare ha giudicato impossibile il fatto che un bambino come Bruno non conoscesse la realtà della persecuzione ebraica dal momento che il regime nazista faceva largo utilizzo della propaganda dei propri ideali coinvolgendo tutta la popolazione, bambini piccoli compresi. Inoltre appare irreale anche che Shmuel potesse sedersi tranquillamente per molto tempo sul reticolato senza essere notato da nessuno, dal momento che in genere tutti i prigionieri lavoravano l’intera giornata senza poter mai riposare.

Sicuramente queste critiche sono fondate; è anche vero che alla letteratura si concede spesso qualche licenza poetica. La realtà del libro è cruenta, ma l’autore ha voluto dare probabilmente spazio alla speranza di un mondo migliore attraverso l’amicizia dei due bambini. Per John Boyne scrivere questo libro è stato molto importante. Lui stesso ha dichiarato di essersi ispirato a Primo Levi. In “Se questo è un uomo” e “La tregua” lo scrittore torinese ha riversato la terribile esperienza del campo di concentramento da lui vissuta in prima persona. I testi di Levi non solo hanno portato Boyne ad approfondire le realtà storiche dell’Olocausto e della Seconda guerra mondiale, ma hanno determinato una svolta anche nella sua carriera di scrittore.

«Questa decisione ha cambiato il mio approccio con la scrittura» – John Boyne

“Il bambino con il pigiama a righe” di John Boyne è un testo delicato nonostante la crudeltà del tema dominante. Spera di sensibilizzare e riaccendere l’attenzione su certe tragedie per fare in modo che non debbano più ripetersi. Sicuramente guardare il mondo attraverso gli occhi innocenti di un bambino può essere molto utile in questo senso.

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