“Il barone rampante” di Italo Calvino. Antenato sempre moderno

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"Il barone rampante" di Italo Calvino

Nel 1956 Italo Calvino si accingeva a scrivere “Il barone rampante”. Il romanzo venne pubblicato l’anno seguente (1957) con Einaudi e fu inserito nella collana “I coralli”, dedicata agli scrittori contemporanei dal curatore Cesare Pavese. Pochi anni dopo, nel 1960, lo stesso scrittore suggerì all’editore di inserire l’opera in una trilogia dal titolo “I nostri antenati” che avrebbe compreso anche “Il visconte dimezzato” uscito nel 1952 e “Il cavaliere inesistente” del 1959.

Questa raccolta sancì l’evoluzione letteraria di Calvino, che abbandonava così il realismo, di cui era uno dei maestri indiscussi, in favore della letteratura fantastica. Con le tre vicende, differenti per epoche e tematiche trattate, l’autore proiettava in un passato fantastico i modelli di comportamento umano ed intellettuale che agivano nella collettività a lui contemporanea. Per agevolare il suo obiettivo e rendere ancor più credibili i fatti raccontati, in tutti e tre i romanzi usa un narratore interno, diretto testimone o protagonista secondario della vicenda. Il nipote del visconte ne “Il visconte dimezzato”, il fratello del barone ne “il barone rampante” e la monaca Teodora ne “Il cavaliere inesistente”.

“Il barone rampante” di Italo Calvino sintomo di una critica alla società 

Dalla vicenda si evince fin da subito la critica e il rifiuto delle regole imposte da parte del protagonista dei protocolli e dell’imposizione. Non ha voluto mangiare le povere lumache che ha fatto poi liberare dal fratello ed è salito sull’albero. Ciò è leggibile anche in chiave metaforica: le piante come luoghi d’ascensione da cui è possibile vedere il mondo attraverso un’altra prospettiva e quindi meglio conoscerlo.

A tale proposito, Calvino ha dato anche rilievo, attraverso le letture del protagonista, all’amore per il sapere e la sua valenza di riscatto sociale da cui avrebbe potuto trarne vantaggio anche Gian de Brughi. Cosimo, infatti, prestava i suoi libri anche al brigante che attraverso la conoscenza vedeva la possibilità di correggere la sua condizione. Eppure, il fatto che li restituisse a Cosimo sempre in pessimo stato, era chiaro indizio di un’indole incapace di apprezzare per davvero il valore della cultura e da lì a poco sarebbe stato puntualmente punito con una simbolica condanna a morte.

Anche il finale del libro assume un significato allegorico. L’uscita di scena definitiva dal mondo reale senza aver più mettere piede sulla terra, non era nient’altro che l’atto ultimo dell’estrema perdita del contatto di Cosimo con una società stereotipata e opprimente, rimasta tale nonostante i grandi cambiamenti storici a cui era stata sottoposta – molto simile a quella del dopoguerra che stava vivendo l’autore-.

Italo Calvino e Rousseau

Il tema del rifugio in un microcosmo alternativo lontano dalla società che si evince da questo romanzo, a mio avviso, ha molta attinenza con il “Discorso sulla diseguaglianza” di Jean Jacques Rousseau, in cui il filosofo francese vedeva nella natura una connotazione sempre benigna. Partendo dall’assioma che minori sono le relazioni interpersonali dell’uomo e maggiori saranno le possibilità di venire a contatto con i mali, la vita a diretto contatto con la natura stessa risulta sempre felice, rispecchiando la scelta del protagonista.

Rousseau continua con il concetto perfectibilité dicendo che la diversità tra gli uomini e gli animali sta nel fatto che i primi vivono di solo istinto, mentre gli altri sono portati per loro stessa inclinazione a cambiare migliorandosi o peggiorando. Anche in questo pensiero rivediamo il nostro barone il quale, attraverso un cambiamento attivo, vive al di fuori della società da dissenziente, sebbene con essa talvolta interagisca fino ad estraniarsene completamente e scomparire per sempre.

Trama: l’allegoria del nichilista

Era il 1767, esattamente il 15 giugno. Da qui il fratello minore Biagio, di quattro anni più giovane, ripercorreva le vicende del protagonista Cosimo Piovasco di Rondò. Per una lite avvenuta con il padre a causa del rifiuto di mangiare un piatto di lumache cucinato dalla sorella Battista, Cosimo decise di rifugiarsi sull’elce del giardino di fronte a casa e non scendervi più, nemmeno in punto di morte. Quello che in prima battuta sembrava il capriccio di un nobile ragazzotto dodicenne, era infatti figlio di Arminio Piovasco di Rondò barone d’Ombrosa e della Generalessa Corradina Von Kurtewitz, divenne, fin da subito, sua ragione di vita come dal dialogo iniziale con il padre.

«- Ti farò vedere io, appena scendi!
– E io non scenderò più. E mantenne la parola»

Il giovane si adattò ben presto alla sua nuova esperienza “silvestre”. Visse tutto ciò che avrebbe potuto vivere come una persona qualunque, solo che lo fece in un contesto non del tutto canonico. La vicenda prendeva così le tinte di un romanzo di formazione. Cosimo si fece degli amici: un cane (Ottimo Massimo) e  un bandito Gian de Brughi. Si innamorò della coetanea Viola e si avvicinò alla filosofia arrivando ad uno scambio epistolare con Voltaire. Partecipò anche attivamente agli eventi storici della sua epoca (l’azione si snodava infatti tra la rivoluzione francese e la restaurazione), venne perfino anche a contatto con Napoleone dal qual non fu però favorevolmente attirato. Nemmeno anziano e malato scese a terra, ma si fece curare dai medici sugli alberi. Ormai in punto di morte, al passaggio di una mongolfiera, vi si aggrappò per poi scomparire per sempre all’orizzonte.

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