“Il conte Max” di Giorgio Bianchi. Satira di una società ipocrita

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"Il conte Max" di Giorgio Bianchi

Proiettato al Napoli Teatro Festival, “Il conte Max” di Giorgio Bianchi è il ritratto di un preciso periodo storico. Ben lontano dall’essere un semplice film comico, “Il conte Max” rappresenta con ironia dirompente una sottile critica alla società degli anni ’50. Infatti, ognuno dei personaggi rappresenta una sfumatura diversa della mentalità del tempo. Il risultato ottenuto è una fotografia precisa di una realtà che ancora oggi persiste, anche se con diversa connotazione. Di fatti la disparità sociale è un tema molto caro al cinema proprio per la sua universalità. Il desiderio di rivalsa del protagonista Alberto Boccetti (Alberto Sordi) è un sentimento facilmente condivisibile, così come è facile identificare nella nobiltà del tempo l’élite moderna.

«Ha ragione, signor conte. A me piacerebbe molto viaggiare, conoscere gente più elevata di me, ma lei sa la mentalità di mio zio. È tramviere e mi manda a Capracotta» – Alberto Boccetti

“Il conte Max” di Giorgio Bianchi è il sogno della scalata sociale

“Il conte Max” di Giorgio Bianchi si apre con una panoramica dall’alto delle vie di Roma, successivamente con una carrellata verso il basso la camera inquadra l’edicola dove lavora Alberto. Attraverso questo espediente tecnico il regista sottolinea fin da subito la condizione sociale del protagonista. Alberto viene dal basso, ma desidera affrancarsi dalla sua condizione modesta per raggiungere la nobiltà. È evidente la sua intenzione di prendere le distanze dagli zii, quando parla con loro. Infatti dicendo «voi venite dal basso» traccia una linea di demarcazione netta fra i suoi zii – umili, ma soddisfatti – e lui che invece aspira ad emergere.

«Non è questione di riconoscenza…è che voi venite dal basso. Io vengo dal basso, ma cerco di migliorarmi» – Alberto Boccetti

Il punto di riferimento di Alberto è il conte Max Orsini Varaldo (Vittorio De Sica). L’uomo rappresenta tutto ciò che il protagonista vorrebbe essere, con i suoi modi eleganti e il suo portamento aristocratico, ed è per questo che Alberto nutre una profonda stima nei suoi confronti. La condizione di quasi sudditanza del protagonista rispetto al conte è esplicitata sia attraverso i dialoghi sia utilizzando espedienti tecnici. Infatti, quando Alberto parla con il conte Max, il suo tono di voce è sommesso come quello di un allievo che si rivolge ossequioso al suo insegnante. Inoltre, se Alberto è al centro della scena, la camera lo inquadra leggermente dall’alto, in modo da farlo sembrare più basso, quasi insignificante rispetto al conte Max che è invece inquadrato sempre in piano. Attraverso la regia Giorgio Bianchi costruisce una precisa gerarchia fra i personaggi enfatizzando la relazione che intercorre fra loro.

Se Alberto considera il conte Max il suo mentore, percependolo quindi come superiore, il suo approccio cambia significativamente quando si rapporta ai suoi zii. Alberto vorrebbe distanziarsi dall’ambiente di provenienza e lo dimostra criticando più volte i suoi parenti, simbolo di una classe operaia gretta e incolta.

Il film di Giorgio Bianchi critica la falsità dell’élite nobile

La narrazione si svolge seguendo il punto di vista di Alberto, quindi ognuno dei personaggi giunge allo spettatore filtrato dalla percezione che il protagonista ha di ognuno di loro. È solo osservando oltre la superficie che si rintraccia la vera natura dei personaggi. Infatti, Alberto percepisce il conte Max come un invidiabile uomo di classe, tuttavia sono sufficienti poche battute per smascherare il conte e distruggerne l’aura di inattaccabile perfezione. Quando il conte si vanta di avere amicizie umili, ben al di sotto del suo ceto sociale, Alberto lo interpreta come un segno inequivocabile della sua superiorità morale.

In realtà, il conte Max non è nient’altro che un nobile decaduto che non ha altra scelta se non vivere di espedienti. Facendo amicizia con il panettiere o con il lattaio il conte riesce facilmente a ottenere cibo gratis, anziché pagandolo. L’amicizia con Alberto non fa eccezione. Sebbene il conte Max non possa essere considerato di certo come un antagonista, è innegabile che spesso cerchi di ingannare Alberto sfruttando l’ascendente che ha su di lui.

«Sarà brava gente, nessuno lo nega, però è un altro mondo. Si conoscono tutti fra di loro, sono tutti amici e parlano sempre di questo, di quello…tutti quei nomi strani!» – Lauretta

Luci e ombre dell’alta società 

Le contraddizioni della nobiltà sono maggiormente evidenti nel momento in cui il protagonista entra in contatto con altri personaggi. È tramite la baronessa di Villombrosa e i suoi amici che si svela tutta la vanità della classe aristocratica. Anche se la baronessa Elena ostenta eleganza e buone maniere, è in realtà frivola e non esita a deridere Alberto quando mostra di non saper giocare a bridge. Sua sorella minore Pucci, trattata dai suoi pari come una normale ragazzina vivace, è in realtà perfida e viziata. Sarà solo grazie alla domestica Lauretta che Alberto comprenderà di non voler appartenere ad una classe che sostanzialmente si regge sulle apparenze e su antichi retaggi ormai privi di qualsiasi significato. Lauretta comprende l’altezzosità della nobiltà essendone quotidianamente circondata. Al contrario Alberto osservandola da lontano non può notarne tutti gli aspetti negativi, quindi guarda all’aristocrazia con ammirazione, sognando di farne parte.

«Prima facevo la dattilografa. Poi mi offrirono questo posto e, con l’idea di viaggiare e stare con dei signori, mi sembrava che fosse chissà cosa. Mi sono illusa.» – Lauretta

Quando Alberto si distacca dalla baronessa e i suoi amici, è finalmente lucido e consapevole. Vivendo fra i nobili si è avvicinato talmente tanto al suo sogno da rendersi conto di averlo sopravvalutato. Quando ormai l’illusione è scomparsa, lasciando posto alla verità, Alberto è finalmente libero di vivere la sua vita con orgoglio, svincolato dal complesso di inferiorità nei confronti degli aristocratici. Difatti nel finale la camera inquadra Alberto e i nobili sullo stesso piano, sintomo del fatto che ormai il protagonista si considera un loro pari. Sbeffeggiandoli Alberto li mette di fronte alle loro contraddizioni, deridendo la loro ipocrisia e distruggendo la loro apparenza di superiorità.

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