Il Coronavirus in chiave teatrale. La verità dietro le mascherine

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Il Coronavirus Covid-19 come il teatro

Gli avvenimenti di questi giorni su cui si sente pressante l’ombra del coronavirus – o Covid-19, che dir si voglia – , mi hanno ricordato molto il lavoro a teatro de “La Smorfia”, storico gruppo in cui operavano attori come Enzo De Caro, Lello Arena e Massimo Troisi, dal titolo “L’annunciazione”. È stato interessante ripercorrere gli ultimi tempi indagandoli in chiave teatrale per cercare risposte a domande rimaste in sospeso.

A due passi da “La Smorfia” di Massimo Troisi

Si tratta dell’arrivo dell’Arcangelo Gabriele a casa di Maria. Gabriele che viene sempre seguito da un cherubino che suona una musica “celestiale”, ma col quale non si concerta mai veramente se non alla fine della messinscena, ha ricevuto il compito da nostro Signore Dio di annunciare a Maria che porterà in grembo il Messia, il Salvatore del mondo. Lo spettacolo che sembrerebbe una messinscena liturgica non lo è quasi per niente, piuttosto rappresenta un grandioso espediente comico per divertire, ma anche per parlare in realtà di temi di denuncia sociale.

Difatti il cherubino alla fine dello spettacolo sussurrerà all’orecchio di Gabriele che hanno sbagliato casa, trattandosi per l’appunto di una casa di pescatori, «umile ma onesta». Maria è una semplice donna del popolo napoletana e non sarà mai la madre di Gesù. È però surreale la reazione all’arrivo di qualcosa di mai visto che, col senno di poi, avrà ripercussioni effettive sull’avvenire dell’umanità intera. Difatti tutti noi ci siamo sentiti un po’ come Massimo Troisi nei panni di Maria, quando ha ricevuto l’annuncio dell’arrivo del Messia, e non ha solo saputo che sarebbe arrivato, ma che egli stesso l’avrebbe messo al mondo. E tutti noi abbiamo pensato: “Coronavirus?! Covid-19?! Io faccio ‘o figlio ‘e Salvatore?!” Queste erano le parole con cui giocava l’attore che comicamente travisava il messaggio “tu fai il figlio salvatore” in “tu partorirai il figlio di Salvatore”, intendendo insomma un Salvatore generico.

“Annunciazione Annunciazione” è arrivato il Coronavirus!

Perché proprio l’annunciazione? Perché metaforicamente l’arrivo del Covid-19 rappresenta l’annunciazione di una nuova era, nuova era paventata da tutti e da nessuno. Gli scienziati si ritrovano come l’arcangelo Gabriele a non essere creduti, perché sembra così surreale l’arrivo del Messia raccontato a gente comune, una povera famiglia di pescatori, che anche Gabriele è costretto a dire «avimm sbagliat casa!», cioè abbiamo sbagliato pianeta, quello terrestre. L’umanità e i propri leader politici si possono rivedere benissimo in questi ingenui pescatori, anche se l’interessante di questo parallelo è che in questo teatro tutti i ruoli sono interscambiabili.

In realtà il messaggio rimane, il Messia, l’opportunità di cambiamento è arrivata. Forse è proprio la modalità da Antico Testamento in questa era digitale ad essere stata sbagliata. Se fosse arrivata una notifica a bloccare tutti i nostri smartphones per il necessario aggiornamento del sistema con i nuovi dispositivi di sicurezza obbligatori da indossare per andare avanti, l’avremmo capito tutti, dai più giovani ai più anziani. Ma per anticipare gli eventi devi esser un grande artista o, in questo caso, un grande politico e devi profetizzare, guardare in avanti con determinazione e sicurezza.

In questo i nostri politici non hanno fallito affatto – quando dico nostri intendo mondiali -. Si sono dimostrati figli della propria epoca, dipendenti dalle statistiche, dai cellulari e dai consensi dell’opinione pubblica fatta di uomini comuni. E come tali loro, uomini comuni alle dipendenze di altrettanti uomini comuni, hanno rispettato il protocollo Covid-19, sono entrati più volte in scena per cambiare le carte in tavola e aumentare il livello di sicurezza, proprio come Gabriele.

Ops… ET aiutaci tu!

Finché l’OMS, nei panni del cherubino non si è svegliata e ha finalmente sussurrato nell’orecchio  di aver sbagliato le previsioni, «avimme sbagliato casa». Il coronavirus non è solo nel teatro cinese, ma il teatro si è esteso a tutto il pianeta, forse dovevamo chiedere aiuto agli alieni direttamente! Abbiamo sbagliato casa, abbiamo sbagliato pianeta. Quanto ci sia costata in termini di vittime questa gradualità lo dirà la storia. Quanta dietrologia, cioè quanta finzione ci fosse dietro alla messinscena, al teatrino che dà sulla platea, forse non lo sapremo mai. Sappiamo che il coronavirus è naturale e non è stato, come un copione, architettato ad hoc per non essere intelligibile alla fantasia dell’uomo.

Gli unici che potevano segnare la strada erano i tecnici, che in questo caso potremmo definire come tecnici delle luci di palco, a cui pochissimi hanno prestato attenzione, nonostante illuminassero la scena nel punto più importante, ma in cui nessuno voleva guardare. Mettevano il focus sulla scienza, focus che il copione mette su Dio e sul nostro rapporto con la fede. Nessuno degli attori della vicenda insomma è stato in grado di prevedere il futuro, anticipare le mosse magari di pochi mesi. Tempo che avrebbe giocato un giusto anticipo per limitare le perdite in termini di vite umane.

Una critica al pubblico, a tutti noi

Questo ci consente di leggere la scena in maniera globale, capendo che non possiamo dare la colpa ai politici di quest’epoca che non sono superuomini, a loro si richiede di far partecipare la gente del lavoro d’equipe, rispondere e non riflettere sulle consegne del regista. Un pool di esperti di comunicazione politica che si esprime sul Covid-19 in rapporto al guadagno o alla perdita di consensi. Ci siamo fatti una ragione che non abbiamo grandi politici capaci di leggere la storia e anticiparla in questo secolo. Quelli che ci siamo scelti sono uomini rassicuranti che usano i numeri per farci sentire rilassati, per non minare la nostra zona di comfort. E questa sia ben chiaro non è una critica alla nostra politica, ma a noi, al pubblico che non fischia più, che non è più così esigente.

Che non si informa per bene, non vede gli spettacoli e non si forma un proprio gusto ben definito. Gli basta solo vedere lo show per poter dire di aver portato a termine la sua visione. Un pubblico che non vuole sviluppare un occhio critico, perché “occhio non vede cuore non duole”, che si fa inebetire tranquillamente dai mass media, piuttosto che andare a teatro. Perché il teatro sarebbe una simulazione della realtà troppo vicina al reale, un’emulazione troppo forte, uno specchio puntato su ognuno di noi quando di mattina presto siamo privi degli abiti di scena di cui ci vestiamo ogni giorno per poter rappresentare il nostro personaggio. Uno specchio che ci coglie senza trucco, impreparati e che come il coronavirus ci ha messo di fronte alla realtà.

Gli uomini dietro gli attori del teatro

Siamo tutti uguali, siamo tutti una sola specie, una sola razza, non conta essere intelligenti o meno, scaltri o l’opposto, bianchi, negri, mulatti, gialli, pellerossa o alieni (chissà se gli alieni siano immuni) ma basta respirare. Il coronavirus è un amante compulsivo, a lui basta che respiriamo. E allora giù la maschera che indossiamo; siamo costretti ad essere noi stessi, persone che fanno cose, persone che interpretano ruoli, senza quella boriosità di identificarci fortemente in un ruolo. Il coronavirus ci ha ricordato che dietro le maschere siamo esseri umani e come tali non dobbiamo discriminarci, ma aiutarci. Ci ha detto una cosa importante: «Giù la maschera, su la mascherina, en guardie!»

Ma in guardia l’ha urlato soprattutto a degli attori specifici del teatro, il personale sanitario e parasanitario che per mestiere sapeva già cosa fosse una mascherina, che per mestiere salva le vite e per vocazione lo fa, quindi non se ne vanta nemmeno con il Covid-19. Infatti non vogliono essere chiamati eroi, etichetta affibbiatagli da un gruppo di scrittori, da un pool di autori che non condividono con loro il palco e, che quando dovevano offrire qualche mascherina in più, non ci sono stati. I soldi della produzione non si toccano o sono stati spesi altrove. I fondi della cultura hanno irrigato terreni sbagliati, strade chiuse al pubblico, e colpito la dignità di chi è restato a provare nella propria regione e sul proprio palco. Attori senza ferri del mestiere in fondo a vicoli ciechi o circondati da ciechi di mente – come chi da fuorisede è partito verso casa quando non doveva e si è portato con sé i biglietti per l’inferno -.

La regia dell’esodo sul Covid-19

Il Covid-19 è uno spettacolo a cui tutti erano invitati, ma che nessuno ci teneva a vedere veramente. In questo caso la regia dell’esodo è stata molto chiara, ma vallo a spiegare al pubblico italiano che ancora guarda la TV piuttosto che andare a teatro, e non riesce a identificare gli interpreti seri della realtà, figuriamoci a fidarsi di loro! La regia dell’esodo era pilotata da autori che volevano liberare spazi nei propri ospedali o semplicemente dire ai romani: «Avete visto? È stata colpa vostra!» In un periodo in cui non esistono grandi registi capaci di guardare così avanti da prevenire il male futuro, questo gesto, lo immaginiamo voluto, ma non sapremo mai cos’è successo davvero dietro le quinte.

Questo gesto è affondato come un coltello nel burro, ci ha trovati tutti deboli ed ha colpito fino a giù, da nord a sud, in fondo. In fondo da spettatori profani del genere politico ci siamo limitati a notare che qualcosa sul palco del coronavirus è andato storto, ma non conoscendo il copione non possiamo sapere cosa. È sembrata solo la scaramuccia tra attore comprimario e attore protagonista, dove l’uno ha voluto rubare la luce per un attimo, l’attenzione del pubblico e la scena, incosciente del proprio ruolo nei confronti della compagnia e della collettività – pardon – del pubblico! Sicuramente questo gesto ha fatto parlare, quindi comunque incuriosirà gli amanti di un certo genere di spettacolo, un genere in cui contano più i 15 secondi di popolarità che la bravura degli interpreti.

Ed ora come andrà a finire questo spettacolo?

Ed ora dobbiamo leggere tutto quello che ci siamo persi, dobbiamo ricreare a casa la palestra del vero attore. Avere il coraggio di allenarci leggendo finalmente tra le righe di quel grosso libro che è “Il lavoro dell’attore su se stesso” (Stanislavsky), per esempio. Poi ritornare sul palco più competenti di prima ed essere pronti ad aiutare gli altri interpreti verso un obiettivo comune: salvare il pianeta da noi stessi. Intanto siamo costretti a vedere lo spettacolo del Covid-19 da casa.

I più lungimiranti faranno palestra sollevando i saggi (leggendo), gli altri continueranno ad aspettare Godot chiusi in casa e basta. Ignari che la storia, lo spettacolo, non lo fanno i grandi finali, non sempre sono utili i colpi di scena. La rappresentazione è un qui ed ora e non importa quale sia il finale o la trama, ma come si svolge il tutto. L’antico gusto per la modalità e la forma, non la sostanza, ora è più utile che mai per mantenerci vivi. Non so come andrà a finire, mi ripeto, ma ho voglia di viverla giorno per giorno. Forse non consegnerò un capolavoro finito ai posteri o un’opera degna di applausi, ma mi illuderò di aver dato il massimo che potevo in quel preciso momento storico, in quel periodo della mia vita, proprio come fa un vero attore. Tutto resta al giudizio degli altri che sono al di fuori quando io sono sul palco. Ma quando scendo anch’io, metto giù la maschera, sù la mascherina e in quel preciso istante: gli altri siamo noi.

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