“Il Corvo” di Brandon Lee. Curiosità e analisi di un capolavoro

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"Il Corvo" di Brandon Lee

“Il Corvo” di Brandon Lee è un’opera unica nel suo genere che ha segnato la storia del cinema moderno. Fin dalla’uscita nelle sale nel 1994 ha stregato il pubblico e ha aperto la strada alla realizzazione di cinecomic di stampo più cupo e maturo. Il regista Alex Proyas, pur essendo alle prime armi in materia di lungometraggi, ha adattato magistralmente la graphic novel di James O’Barr trasformandola in un film innovativo, degno di essere cinematograficamente rilevante ancora oggi.

«Ho completato il film originale per onorare Brandon ed è la sola ragione per cui l’ho fatto. Sono felice di averlo fatto per questo motivo. Sarebbe carino se Hollywood lasciasse stare questo film e gli permettesse di rimanere solo il lascito di Brandon Lee.» – Alex Proyas

I motivi dell’enorme successo de “Il corvo” sono numerosi. La regia oscura ma potente di Proyas affascina anche il pubblico del 21esimo secolo e i temi trattati colpiscono per la loro incisività. La colonna sonora è un perfetto connubio di tracce rock e melodie più classiche che si sposa con la narrazione e i riferimenti alla letteratura inglese e statunitense arricchiscono il film di sfumature di significato. Tuttavia, ciò che ha consegnato a “Il corvo” lo status di instant cult sono le interpretazioni impeccabili del cast. Su tutte spicca la performance di Brandon Lee che si è calato perfettamente nel ruolo di Eric Draven, il protagonista. Inoltre la sua tragica morte –avvenuta sul set a pochi giorni dal termine delle riprese- ha aumentato la drammaticità dell’intero film e ha contribuito ad aumentare l’interesse generale verso l’opera.

“Il Corvo” di Brandon Lee. Il simbolo del corvo e il suo significato

«Un tempo la gente era convinta che quando qualcuno moriva, un corvo portava la sua anima nella terra dei morti; a volte però, accadevano cose talmente orribili, tristi e dolorose che l’anima non poteva riposare. Così a volte, ma solo a volte, il corvo riportava indietro l’anima perché rimettesse le cose a posto.» – Sarah

“Il Corvo” racconta il desiderio di giustizia per un delitto efferato e violento. L’anima di Eric Draven viene riportata in vita dal corvo per vendicarsi dei criminali che hanno assassinato lui e la sua ragazza Shelley. La missione di Eric è ben definita: deve trovare i membri della gang di T-Bird e ucciderli. La violenza dei suoi omicidi non è casuale. Infatti, Eric usa le stesse armi e le debolezze dei suoi assassini.

Per questo motivo accoltella Tin-tin, causa l’overdose di Funboy e fa saltare in aria T-Bird. Defenestra Skank per richiamare il modo in cui lui stesso è morto. Il ricorso alla legge primordiale del taglione ha una duplice interpretazione. Se da una parte enfatizza l’inefficacia dei metodi legali in una città corrotta dal crimine come la Detroit del film, dall’altra è un richiamo all’anima animalesca del corvo che agisce secondo le leggi primitive della natura dove il predatore può facilmente diventare preda nel momento in cui si ritrova a fronteggiare un avversario più potente.

«Vittime, non lo siamo tutti?» -Eric Draven

“The Crow” dalla graphic novel al film. Come finisce “Il Corvo” e come doveva finire?

La graphic novel de “Il corvo” è nata dalla necessità di James O’Barr di elaborare il lutto per la morte accidentale della sua compagna a causa di un uomo ubriaco. Per questo motivo O’Barr ha immaginato un mondo in cui una forza sovrannaturale permettesse di vendicare la morte dei propri cari e di rimettere a posto le cose. Il corvo è l’animale perfetto per guidare un’anima in cerca di vendetta.

Se l’immaginario collettivo percepisce il corvo come un animale legato alla morte, è anche vero che il corvo è il simbolo del cambiamento e del potere dell’anima. Infatti è il potere sovrannaturale del corvo a riportare in vita l’anima di Eric e a donargli l’invincibilità. Il personaggio di Eric in vita era un uomo comune, di certo non un supereroe dotato di super-forza. James O’Barr ha quindi costruito un personaggio nel quale identificarsi, in modo da innescare il potere catartico della vendetta di Eric.

«Grigio e disperato, forte come l’acciaio ma fragile dentro, il corvo ride sotto un lampione, il sorriso spettrale di chi è vissuto e morto e vive ancora.» – Il corvo (libro primo)

Nella graphic novel è presente un personaggio che nel film è stato completamente eliminato. Si tratta di Skull Cowboy e, se nella graphic novel rappresenta una proiezione dello stato mentale alterato di Eric, nel film avrebbe dovuto essere una guida alla pari del corvo, nonché il reale detentore dei poteri di Eric. Skull Cowboy avrebbe dovuto spiegare ad Eric la sua missione nonché avvertirlo del pericolo che i suoi poteri gli venissero sottratti.

Originariamente, infatti, nel film era previsto che i poteri di Eric svanissero lentamente man mano che lui compiva un’azione che deviasse dalla missione principale. Nel finale, Eric avrebbe perso tutti i suoi poteri per salvare Sarah e sarebbe stato condannato a vagare per sempre sulla Terra come non morto. Questa fine, radicalmente opposta a quella poi realizzata, era legata alla volontà della produzione di realizzare altri film con Brandon Lee nei panni del corvo. Sfortunatamente, la morte dell’attore ha portato ad accantonare il progetto.

Trucchi di regia per ricreare il bianco e nero e diverse dimensioni. Un cinecomic dalle sfumature dark

Ricreare l’atmosfera della graphic novel di James O’Barr non era un compito facile per la troupe de “Il corvo”. Alex Proyas avrebbe voluto mantenere la cifra stilistica del disegnatore girando il film completamente in bianco e nero, con l’eccezione delle scene flashback che dovevano, al contrario, avere colori vividi e sgargianti. L’idea di invertire la tendenza e dare maggiore enfasi ai ricordi del passato rispetto al presente è legata al punto di vista di Eric Draven. Infatti il protagonista percepisce come realtà la sua esistenza da vivo, mentre avverte il suo ritorno sulla Terra come nient’altro che un prolungamento del mondo dei morti, una sorta di limbo in cui è costretto a vagare finché non avrà compiuto la sua missione.

Tuttavia l’idea di girare il film in bianco e nero fu scartata dalla produzione. A quel punto Alex Proyas decise di puntare tutto su regia e fotografia per ricreare un effetto visivo simile al bianco e nero. Il direttore della fotografia, Dariusz Wolski, applicò numerosi filtri per rendere la palette cromatica il più possibile cupa e desaturata. Inoltre il regista girò la quasi totalità delle scene di notte, in modo che il buio naturale accentuasse l’atmosfera di pericolosa oscurità. Il contrasto fra il rosso brillante dei roghi appiccati durante la notte del Diavolo e la scarsa luminosità delle strade risulta ulteriormente enfatizzato da questa strategia. In più Wolski associa il colore rosso ai membri della gang di T-Bird rendendolo ricorrente nelle scene in cui compaiono.

«Non può piovere per sempre» – Eric Draven

Anche le condizioni ambientali sono una parte fondamentale dell’atmosfera ne “Il corvo”. L’intero film fu girato in North Carolina in condizioni climatiche estremamente proibitive. Molte scene sono state realizzate durante una violenta tempesta che ha colpito la regione nel 1993 che ha fatto precipitare le temperature a -5°C. Tuttavia, stando alle dichiarazioni del direttore della fotografia, pioggia e freddo hanno migliorato la resa generale della pellicola conferendo un’atmosfera fumosa, quasi onirica. A questo si aggiunse la scenografia di Alex McDowell che progettò e costruì i modellini della città che compaiono nella soggettiva aerea del corvo ricreando una panoramica di Detroit del tutto fedele a quella del fumetto.

“Il Corvo” di Brandon Lee entra nella leggenda per l’interpretazione

L’interpretazione per “Il Corvo” di Brendon Lee è senza dubbio una chiave fondamentale per il successo del film. Il suo coinvolgimento nel ruolo fu totale. Essendo esperto delle arti marziali coreografò lui stesso le scene di lotta mescolando i diversi stili delle discipline marziali come la Boxe, il Muay Thai e il Ju Jitsu. Per calarsi al meglio nella parte di Eric Draven, imparò a suonare la chitarra e fece numerosi bagni in acqua ghiacciata per sperimentare la sensazione di gelo che avrebbe sentito il suo personaggio mentre si trovava nella tomba. In più perse oltre 10 chili per rappresentare al meglio l’aspetto emaciato di un uomo che ritorna dal mondo dei morti.

«È strano, sai, le piccole cose per Shelley contavano così tanto. Io le giudicavo insignificanti. Ma credimi, niente è insignificante.» – Eric Draven

Sebbene non fosse ancora un attore molto noto, Brandon Lee fu scelto dalla produzione per il ruolo del protagonista Eric per la sua espressività perfetta rendendo credibile l’angoscia e la fragilità psicologica del personaggio. Dal canto suo, Lee fu subito entusiasta del ruolo poiché aveva a lungo desiderato di recitare in un film in cui l’approfondimento psicologico dei personaggi fosse fondamentale nella narrazione.

Dichiarò anche di comprendere perfettamente il profondo amore che legava Shelley ed Eric, in quanto lui stava vivendo la stessa esperienza con la sua promessa sposa Eliza Hutton. Per questo l’immedesimazione di Brandon Lee nel ruolo che gli fu affidato risulta così convincente. La capacità di Lee di mescolare esperienze di vita vera alla finzione narrativa ha contribuito ad accentuare il realismo di un’opera che, nonostante gli elementi magici, risulta credibile e affascina ancora oggi.

Com’è morto Brandon Lee ne “Il Corvo”. La maledizione dei Lee

Durante le riprese alcuni addetti ai lavori, per sostituire velocemente i proiettili salve necessari a girare le scene, ne comprarono di veri. Per renderli sicuri ne rimossero la polvere da sparo interna e ricongiunsero il proiettile alla capsula a percussione della pistola. Ciò che nessuno si aspettava è che al momento della scena fatale per Brendon Lee, un proiettile rimanesse incastrato nella canna per una carica debole. Quando la pistola fu ricaricata con i proiettili a salve, la spinta unita alla vicinanza di Brendon e alla pressione della canna ostruita fecero partire il proiettile bloccato, ferendo mortalmente Brendon all’addome. 

Portarlo subito in ospedale e sottoporlo ad un’operazione di 12 ore non bastarono. Brandon Lee fu sostituito da Chad Stahelski durante le riprese, giovanissimo e inesperto ma in grado di calarsi completamente nei panni dell’attore mimandone l’atteggiamento. Si parlò da quel momento di “Maledizione dei Lee”, ricordando come per un altro malessere sul set perse la vita anche il padre Bruce. Brandon Lee avrebbe dovuto sposare Eliza Hutton alla fine delle riprese. Per questo motivo alla fine della pellicola si legge la dedica : “For Brandon and Eliza”.

Sulla lapide di Brandon Lee compare oggi la seguente frase da lui molto amata, citata nell’ultima intervista fatta per “Il Corvo” e che sarebbe dovuta comparire anche negli inviti di matrimonio.

«Siccome non sapremo quando moriremo, siamo portati a pensare alla vita come un bene inesauribile. Ma ogni cosa accade solo un numero di volte.. un numero molto piccolo veramente. Quante volte ricorderai un certo pomeriggio della tua infanzia? un pomeriggio che è cosi parte del tuo essere da non poter concepire la tua vita senza? forse 4 o 5 volte, forse mai. Quante volte guarderai la la luna piena sorgere? forse 20 e tutto sembrerà senza limite.» – “Il tè nel deserto” di Paul Bowles

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