Il Dolore parla. Il corto e la pièce di She Said Jump per ascoltarlo

Share
Il Dolore con "She Said Jump".  "It's Alright" di Fionn Whitehead e "Packed In"

She Said Jump” si presenta come una compagnia di physical theatre, fondendo le arti per riuscire a scoprire e rappresentare al meglio «gli avvenimenti invisibili nei cuori e nelle menti delle persone». Con il progetto When Grief  Came to Stay”, “She Said Jump” indaga l’entità del dolore nei suoi mille volti. Nel particolare si ricorre a diversi strumenti comunicativi ed artistici con il cortometraggio “It’s Alright” di Fionn Whitehead e la rappresentazione teatrale “Packed In” di Maisie Whitehead e Malik Ibheis.

Il volto silenzioso del Dolore nell’arte di “She Said Jump”

Grazie alla partecipazione di sei artisti viene mostrato come ognuno risponda in un modo unico e personale al dolore, come questo venga percepito diversamente da ogni soggetto. La particolarità sta nella volontà di rappresentare il dolore come un vero e proprio personaggio, una presenza che accompagna chi lo prova, e il modo in cui ci si relaziona ad esso.  

«Se il dolore avesse una faccia. Come sarebbe quella faccia? E se avesse un corpo, braccia e gambe, una personalità e un terribile senso del tempismo comico? E se nessuno potesse vederli tranne te? E se fossero venuti per restare?»

Infatti proprio durante le interviste per il progetto live “The Guy in the Luggage Rack” riguardo la perdita e ciò che ne consegue, il direttore artistico Maisie Whitehead e il suo collaboratore Malik Ibheis hanno notato che ogni individuo raccontava una storia diversa ma che, allo stesso tempo, avevano degli elementi in comune. 

«Abbiamo parlato con le persone in momenti diversi dei loro viaggi dolorosi. Per alcuni la perdita era ancora recente e cruda, per altri era passato più tempo e alcuni avevano subito più perdite. La storia di ogni persona era diversa, eppure c’erano alcuni temi che riecheggiavano in altri. »

“It’s Alright” di Fionn Whitehead. Il cortometraggio

It’s Alright” è un cortometraggio scritto, diretto e interpretato da Fionn Whitehead – con la collaborazione di Emily Downes, che incarna il dolore –. È stato registrato in casa con un cellulare, ma nonostante ciò riesce a rende il messaggio dell’opera. Si apre su uno sfondo nero, con la voce fuori campo del protagonista che lascia un messaggio ad una segreteria telefonica. Qui, spiega di stare bene, ma le immagini mostrano l’opposto di ciò che dice. 

«Quindi uh, sì, voglio dire tutto sommato sto bene. Non posso lamentarmi. C’è una cosa, voglio dire, probabilmente non è niente, ma recentemente mi sono sentito come se vedessi qualcosa con la coda dell’occhio. È come se fosse appena fuori dalla vista […], come se qualcuno mi seguisse, come se fossero solo un paio di passi dietro di me tutto il tempo. E io, lo so che sembra una cosa mentale, ma è come se fossi l’unico che può vederli.»  

L’impossibilità di far coincidere ciò che viene detto e ciò che si vede dimostra la difficoltà di ammettere il proprio stato d’animo. Infatti il dolore viene ignorato inizialmente, è una reazione di difesa. Tuttavia pian piano il protagonista crolla, spiega realmente come si sente. Il dolore è una presenza costante, è personificato. Eppure non si vede il suo volto ed è vestito di nero. È come un’ombra, qualcosa di cui si sente la presenza ma non lo si vede chiaramente. Il protagonista ne sente il respiro sul collo. Sta per piangere, ma poi dice nuovamente di star bene, o almeno starà bene. “It’s Alright”, in soli 5 minuti, evidenzia l’intensità del dolore e la difficoltà di accettarlo, di conviverci, per poi riuscire a superarlo. 

“Packed in”. Uno spettacolo muto

“She Said Jump” continua il suo viaggio in compagnia del Dolore attraverso “Packed in”. Stavolta si tratta di una pièce di 6 minuti, ideata ed interpretata da Maisie Whitehead e Malik Ibheis, che introduce i personaggi del live show “The Guy in the Luggage Rack”. Non ci sono dialoghi, l’opera teatrale è accompagnata dal brano “Chiaro di luna” di Claude Debussy. L’aspetto musicale è stato curato da Wayne Walker Allen.

«La mamma di Daisy è morta, quasi un anno fa. Lei sta bene. Va avanti. È impegnata. Non può lamentarsi. Solo che ha questo piccolo problema con un ragazzo invisibile che non vuole lasciarla sola… »  

La scenografia è vuota, buia. L’unico elemento presente è un ripiano portabagagli. Lì si nasconde qualcosa, qualcuno: la personificazione del dolore, un ragazzo invisibile che non lascia sola la protagonista. Lei si trova su un mezzo pubblico, ascolta musica. Quando il dolore la circonda con le braccia, la musica diventa più acuta e poi più profonda, riesce ad entrare dentro sé, proprio come quella sensazione. Perciò, il volto della protagonista cambia, rimane quasi pietrificata. Ma prova a prendere fiato, a mantenere la calma.

Il dolore non la stringe più e lei lascia il mezzo, ma lui la segue, accompagnandola ancora una volta. Anche qui, in pochi minuti, viene mostrata la difficoltà di una persona che vive il dolore. Spesso ci si distrae, ma quando il dolore arriva a stringere forte, si entra in uno stato di angoscia da cui, però, prima o poi si riesce ad uscire.

Related Posts
Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.