Il “Don Giovanni” di Gianmarco Cesario tra luci ed ombre

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Don Giovanni di Gianmarco Cesario

Il “Don Giovanni” in scena al teatro Tram di Napoli è un lavoro stilistico di pregevole fattura. Un’esegesi prima e una cesellatura poi di alto profilo. Gianmarco Cesario si è adoperato nel portare a galla i lati oscuri del latin lover più famoso di tutti i tempi. Se Da Ponte e Mozart lo dipingevano come un indefesso sciupafemmine e Moliére come un provocatore d’altri tempi, Cesario fa una crasi di queste due visioni. Ci rimanda un personaggio nuovo che vive la fedeltà come una prigione, crede nella bellezza e nel fascino della sua violenza, e usa l’ipocrisia come una virtù teologale.

“Don Giovanni” di Gianmarco Cesario. In scena 5 attori e 10 personaggi

Sul palco Danilo Rovani, Diletta Acanfora, Denise Capuano, Luca Lombardi ed Enzo Attanasio accompagnati dall’introspettiva chitarra di Pasquale Ruocco. Le scene e i costumi sono di Melissa Di Vincenzo, la fotografia di Nina Borrelli. Cinque attori ma oltre dieci personaggi hanno fatto strada agli spettatori nella labirintica mente di Don Giovanni. Il sipario apre con un eclettico Enzo Attanasio nei panni di Leporello, servitore contrastato e fedele del protagonista Danilo Rovani. Il plot scelto per l’occasione parte da un amoreggiare brillante e divertente di Don Giovanni a situazioni sempre più intricate e pericolose che mostreranno sfaccettature del personaggio a tratti affascinanti, coinvolgenti e a volte crudemente ciniche, spietate, diaboliche.

Il palco attoriale è di tutto rispetto, e il lavoro di fondo viene messo totalmente in risalto sia dalla regia d’insieme, sia da quella singola attoriale. Interessante il simpatico e ben curato siparietto in siciliano grazie al supporto dialettale di Davide Nicosia. Lodevole la caratterizzazione dei personaggi da parte di Denise Capuano che è chiamata ad interpretare due innamorate diverse. Utilizza la semplice dicotomia toni acuti e toni gravi per differenziare i personaggi, ma con un grado di applicazione davvero rilevante che rende godibile le due performances.

Una menzione a parte merita Luca Lombardi che si esprime in maniera ammirevole in due ruoli da caratterista, per poi mostrare altrettanta sicurezza nei panni di Don Carlo – che lo costringono a trovarsi muso contro muso col mastodontico Don Giovanni -. Luca Lombardi peraltro si fa carico anche del ruolo di aiuto regista. L’attrice Acanfora poi diletta anche nel cantare, e la sua capacità di immedesimazione lascia tutti a bocca aperta sia per presenza scenica sia per la recitazione dialettale o per l’interpretazione in lingua. La performance canora insieme a Danilo Rovani ci riporta per un attimo all’opera, facendoci vivere improvvisamente un recital.

Don Giovanni e il flamenco. Scommessa vinta

Un aspetto molto interessante è stato appunto quello musicale. La scelta molto forte di rendere pop un libretto classico, come il Don Giovanni di Mozart, è stata una scommessa quanto mai azzeccata del regista che si è affidato a Pasquale Ruocco, studioso tra le altre di musica flamenca. Quest’ultimo è stato molto abile in primis a comprendere il mood dello spettacolo. Servivano ambientazioni musicali per rimandare, sì, a mistero e oscurità, ma anche capaci di cangiare all’occorrenza, perché molto eterogeneo è stato lo spettro emotivo letterario dell’opera. Il Ruocco è stato davvero puntuale anche nell’ accompagnare la recitazione. Il suo lavoro più ammirevole è la trasposizione delle musiche di Mozart in chiave a tratti del tutto moderna, ma soprattutto in versione flamenca. Al pari del lavoro di Gianmarco Cesario, il sottotesto musicale ha rappresentato un punto di forza di questo rivisitato Don Giovanni.

“Don Giovanni” di Gianmarco Cesario e Danilo Rovani

I conduttori incontrastati dello spettacolo sono stati senza dubbio Enzo Attanasio e Danilo Rovani, rispettivamente Leporello e Don Giovanni. La visione dell’opera viene fuori dalle loro labbra e la verve attoriale è di indiscusso valore. Un signore che si sposa in continuazione sotto gli occhi scandalizzati del suo servitore. Due compagni di viaggio con due visioni opposte del mondo e della vita, ma che per forza di cose proseguono insieme il cammino.

Un Leporello che può prendersi il rischio timoratissimo di suggerire la strada giusta al proprio padrone. Un Don Giovanni molto temibile che continua comunque a perseverare nel peccato, convinto di avere «un cuore capace di amare il mondo intero», felice di paragonarsi al grande Alessandro per le sue conquiste. Ma è anche un uomo che va oltre questi soliti cliché, macchiandosi di delitti, mostrando il rapporto contrastato con suo padre, che ce lo fa apparire più debole e quindi umano. Un conoscitore impeccabile dell’ipocrisia che si scaglia contro il perbenismo per poi usarlo abilmente a suo favore.

Insomma una bella prova attoriale per Danilo Rovani, chiamato a calarsi nei panni di un personaggio dalla psicologia a tratti iperdefinita e a tratti profondamente oscura e tutt’altro che prevedibile. Tra queste luci ed ombre si muove il nostro Leporello, interpretato da un Enzo Attanasio  in grande spolvero. Riesce sempre ad equilibrare la scena e a lavorare come un vero protagonista nascondendosi sotto le spoglie di una finta spalla. Proprio di ombre parliamo con riferimento all’utilizzo del proiettore sul fondale nero, un utilizzo molto intelligente che sfrutta il retro del palco come un’immensa lavagna, dove un immaginario gesso disegna le ambientazioni o le figure di turno.

Il cliché e il suo contrario

Andare a teatro per assistere a questo rifacimento dell’opera significa sfrondarsi degli stereotipi che vi ruotano intorno per vivere una vicenda nuova ma fedele alla storia già conosciuta. Insomma una prospettiva davvero interessante e originale. Un discorso a parte meriterebbe il viaggio nel trascendentale legato alla figura di Don Giovanni e il suo rapporto con l’aldilà, con l’oltretomba, quindi non solo col divino, ma anche col diabolico. Sarebbe stato interessante trovare dei riferimenti anche al “Faust” di Goethe che con Don Giovanni si incrocia su questo filone, ma del resto non era semplice racchiudere in un singolo spettacolo così tanti spunti e forse avrebbe potuto anche essere dispersivo.

La coerenza d’insieme invece è stato sicuramente il trait d’union di tutto il lavoro, il percorso verso la dissoluzione del protagonista e l’interrogativo finale che ci pone l’opera sono gli elementi che ci fanno andare via soddisfatti, sapendo di aver vissuto nuove vite, di esserci concessi la libertà di uscire fuori da noi per entrare in un altro mondo, di aver stimolato la nostra coscienza critica a riflettere. Quando questo avviene non si può che applaudire e incoraggiare la compagnia verso orizzonti sempre migliori. Il “Don Giovanni” di Gianmarco Cesario rappresenta dunque un lavoro col giusto grado di innovazione, le professionalità coinvolte sono di tutto rango, e il percorso scelto dal regista privilegia molto il lavoro di insieme, nonostante la presenza di tanti personaggi diversi.

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