‘Il maestro più alto del mondo’ a teatro per riflettere sul T.S.O.

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Il maestro più alto del mondo per Napoli Teatro Festival

Lo spettacolo “Il maestro più alto del mondo” ha fatto il suo debutto in occasione del Napoli Teatro Festival con una produzione combinata del teatro Tram e della compagnia Teatro dell’osso. La pièce tratta della storia di Franco Mastrogiovanni, che muore nel 2009 nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Vallo della Lucania a seguito di un Trattamento Sanitario Obbligatorio.

La messinscena vede il solo Orazio Cerino impegnato sul palco. Visibilissimo è l’apporto di Mirko di Martino, che ha curato la regia e la sceneggiatura, e degli allievi dell’Accademia delle Belle Arti di Napoli, che sono riusciti ad elaborare una scenografia essenziale e spettacolare allo stesso tempo. L’attore poteva costruire e destrutturare una metaforica gabbia che rimandava ora reclusione psichiatrica del Mastrogiovanni, ora alle barriere pregiudiziali che ogni essere umano riserva alla follia. Nel comparto luci a campeggiare sul palco erano un neon, una lampada da scrivania e i proiettori nudi del teatro coordinati con le apposite musiche di Tommy Grieco, a scandire i cambi di personaggio sotto l’occhio attento dell’aiuto regia Angela Rosa D’auria.

‘Il maestro più alto del mondo’ racconta di pregiudizi e innocenza

La storia di Franco Mastrogiovanni è quella di un anarchico italiano, che negli anni ’70 era appena ventenne. Durante un scontro fisico con due ragazzi fascisti, il Marini, suo amico, ne accoltella uno, eppure è Franco a finire in carcere, poco importa se verrà rilasciato in quanto innocente dopo 8 mesi. Il suo destino sarà segnato per sempre.

Mastrogiovanni decide di emigrare al nord, dove diverrà maestro elementare. Ricostruitosi una vita, a distanza di 20 anni sente nostalgia di casa. Ritorna a Salerno, ritorna e insegna ancora a scuola, ma un giorno, protestando contro i vigili che gli contestano un divieto di sosta, viene portato in caserma e pestato fortemente. Da quel momento in poi Franco ha sfiducia nelle istituzioni e quando vede i carabinieri scappa sempre. L’ultima sua fuga avviene nell’agosto del 2009, quando dopo un rocambolesco fermo, viene disposta l’applicazione del T.S.O. Così Franco Mastrogiovanni, anarchico, maestro elementare, ma prima di tutto essere umano, morirà 87 ore dopo nell’ospedale psichiatrico di Vallo della Lucania.

Tra il 2002 e il 2005, il maestro più alto del mondo – denominato così nella pièce perché alto ben 193cm – subisce ben tre Trattamenti Sanitari Obbligatori. Perché è «un matto, un criminale, un anarchico: tre volte pericoloso uno così», recita Orazio Cerino, mentre si sposta sul palco trascinando con sé un cubo vuoto, che somiglia tanto a un televisore per una volta puntato dalla parte della verità.

S.P.D.C. Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura

Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura, questa è la sigla sottesa dall’acronimo S.P.D.C. A Vallo della Lucania c’è quello in cui perde la vita Franco Mastrogiovanni, ma ovunque ormai si applica la procedura del T.S.O. per “garantire” la salute di chi non sa prendersi cura di sé. Sicuramente questa procedura può essere valida in casi straordinari, ovviamente bisogna individuare bene questi casi. Molto spesso vengono usati metodi contenitivi per tenere a bada i pazienti psichiatrici: li si lega al letto in pratica.

Una legge del 1909 prevede che la contenzione sia prescritta dal medico solo in casi eccezionali e comunque obbligatoriamente trascritta in cartella. Nella cartella di Mastrogiovanni non era stata trascritta, eppure l’avevano applicata lo stesso. I momenti finali della vita del maestro più alto del mondo sono descritti minuziosamente: da quando al corpo comincia a mancare l’ossigeno, al cuore servono sodio potassio e acqua, ai polmoni aria e non sangue.

Nel momento di agonia più profonda, la musica di Tommy Grieco richiama l’atmosfera di “Sign of the times” di Harry Styles: il soffio del respiro, il battere del cuore e il mare. Sì, il mare, perché all’1.30 di notte del 4 agosto 2009 Franco Mastrogiovanni muore in un letto, annegato in un mare di sangue.

Al Napoli Teatro Festival si affronta il tema del trattamento sanitario obbligatorio

“Il maestro più alto del mondo” è uno spettacolo di educazione civica. È un lavoro che ragiona su una tematica molto scottante, quella del trattamento sanitario obbligatorio, una pièce che informa e forma, sensibilizza, riflette e fa riflettere. L’attore, privo di orpelli e scarno di maschere, si mette a nudo di fronte al pubblico. Interpreta svariati ruoli, illumina tutti gli angoli della faccenda, oscurata ai più e nascosta dietro le mura degli S.P.C.D., riportando allo spettatore tutto sul livello dell’umanità.

La vicenda di Mastrogiovanni è una di quelle da cui tutti prendiamo le distanze quotidianamente. Ma se ci riguardasse da vicino come reagiremmo? Un essere umano, un maestro elementare, un anarchico, una persona che ha vissuto troppo in prima persona la politica antifascista e si ritrova a subirne le conseguenze a 20 anni di distanza. Una vicenda che si conclude negli anni 2000, non molto lontano da noi, con la pratica della reclusione psichiatrica ancora oggi attiva.

“Il maestro più alto del mondo” non vuole contrastare la legge, ma sperare di poterla riportare al fine ultimo: regolamentare i rapporti umani senza tracciare barriere costrittive, ma linee di responsabilità dettate dal buon senso, più che dalla paura di perdere il controllo delle relazioni interpersonali. Bisogna vedere l’uomo come una risorsa in grado di contribuire all’evoluzione del sistema e non alla sovversione dello stesso.

Marco Mastrogiovanni simbolo di un messaggio

Orazio Cerino assume un ruolo didattico, non didascalico o educativo. Si delinea una strada da percorrere, tortuosa sì, difficile, ma realistica. Mastrogiovanni con la sua morte e la vittoria del processo rimane in vita, ma è una vittima di una consuetudine sbagliata. Averne memoria è già un ottimo punto di partenza. Gli applausi testimoniano che il messaggio è passato. Il Napoli Teatro Festival conferma il suo impegno per il sociale e la società civile non può che raccogliere la sfida. Il messaggio che resta è: usiamo le parole per costruire e non più per distruggere.

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