Il “Nabucco” di Giuseppe Verdi è un eroico anelito alla libertà

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Il Nabucco di Giuseppe Verdi

Il “Nabucco (o Nabucodonosor)” di Giuseppe Verdi rappresenta l’opera lirica che affermò definitivamente il successo del compositore, fino ad allora mal visto dalla critica per le sue prime due rappresentazioni. Quasi provvidenzialmente il libretto di Temistoclo Solera era giunto nella vita di Verdi che, sia per motivi di carriera che di vita privata – la morte della moglie -, era giunto ad un stallo nella composizione musicale. E tuttavia il Nabucco riesce a convincerlo con la sua trama e nel 1842 diventa un’opera lirica che debutta con successo al Teatro della Scala.

Incentrato sulle drammatiche vicende del re di Babilonia e sua figlia Abigaille, quest’opera è spesso considerata come la più rinascimentale dell’autore bussentino, poiché il popolo italiano ben si rivedeva nella situazione degli ebrei, assoggettati impotenti al dominio babilonese. Inoltre, vide la luce per la prima volta il famosissimo brano “Va’ pensiero”, intonato dal coro del popolo ebraico, e uno dei motivi principali del successo dell’opera.

Già dalle prime note del coro di introduzione (Gli arredi festivi – D’Egitto là sui lidi) è chiaro che il fulcro principale ruota intorno allo stoicismo e alla fermezza del popolo ebraico ancora una volta minacciati dalla prospettiva di una vita di schiavitù. Oltre al dramma interiore del Re Nabucco, la storia narra della perseveranza di questo popolo e alla ricompensa che provvidenziale gli viene concessa da un Dio spettatore del dramma, in pieno stile deus ex machina.

“Va’ pensiero”: la lotta di un popolo contro la schiavitù

Il culmine della vicenda è rappresentato un momento prima della condanna a morte dei prigionieri infedeli, durante il penultimo atto, in cui dal coro nascono le prime note di “Va’ pensiero”. Nella breve introduzione iniziale del brano le sonorità sono sommesse e misteriose, si alternano l’improvvisa violenza degli archi con i pianissimo di flauto e clarinetto, che sembrano voler evocare quei luoghi cari e lontani di cui parlano i versi.

«Va, pensiero, sull’ali dorate  
Va, ti posa sui clivi, sui colli,  
Ove olezzano tepide e molli  
L’aure dolci del suolo natal!»

Nel caso di “Va’ pensiero”, a differenza delle altre opere di Verdi, l’arrangiamento musicale è stato adattato alle parole preesistenti, che si prestano a più di un’interpretazione. Per cominciare, la lirica è piena di un linguaggio elevato, lontano da quello dei nostri giorni, adatto ad un discorso solenne. La metrica invece è tutta in endecasillabi, con accento regolare che cade sempre sulla terza, sesta e nona sillaba.

Il significato dei versi ruota senza dubbio intorno all’inappartenenza del popolo ebraico alla propria terra, ma si può leggere ad un livello più universale, che trascende epoche e luoghi e diventa rapporto stesso tra l’uomo e il suo desiderio di libertà. La musica diventa portavoce della primavera dei popoli, dalle lotte rinascimentali contro il popolo austriaco alla rivolta del ‘70 dei giamaicani rastafariani, che cantavano con musica reggae le parole della Bibbia durante la lotta contro la loro personale Babilonia.

«Giuseppe Verdi ha compreso i due bisogni più importanti dello spirito umano: avere una casa, e in quella casa sentirsi liberi.» – Daniel Oren

Il “Nabucco” di Giuseppe Verdi. Il dramma personale del re

Oltre che rinascimentale, il Nabucco può arrivare a definirsi un’opera moderna per lo sviluppo interiore dei personaggi, tra cui il più importante: il Re Nabucco di Babilonia. Egli al principio impervio e iracondo nella sua persecuzione contro gli infedeli, si posiziona allo stesso livello di Dio. Ma ecco che un fulmine cade dal cielo sulla sua corona, facendolo diventare matto. Inizia così la sua evoluzione e il suo cambiamento, in particolare quando viene costretto dalla figliastra Abigaille a firmare la condanna a morte per tutti gli ebrei, tra cui sua figlia minore Fenena.

La conversione di Fenena stessa all’ebraismo indica con chiarezza che i personaggi dell’opera sono ben disposti al cambiamento e dunque alla salvezza. Il duetto con Abigaille (“Donna, chi sei? – Oh, di qual onta aggravasi”), è come uno scontro vocale tra Nabucco e la nuova autoproclamata regina, nel quale il protagonista passa attraverso la realizzazione della condanna a morte per la figlia adorata e del popolo fenicio, che è costretto a inchinarsi a piedi della vendicativa regina. Alla fine però Nabucco riesce a ritrovare la ragione ed invocando l’aiuto di Dio a liberare Fenena e il popolo ebraico, rinnegando ogni falso dio.

La figura sopranista di Abigaille

La regina Abigaille per carattere e storia personale è di certo un ruolo peculiare da interpretare. Rimane una delle parti più impervie che Verdi abbia composto per la voce di soprano. Mentre Fenena richiede una tonalità da mezzosoprano morbida su timbro scuro, Abigaille ha bisogno di una voce drammatica e ben agile, che sia capace di salti improvvisi, di potenza e flessibilità. L’opera richiedeva Do sovracuti da emettere a voce piena o in pianissimo, se cantati in sfondo agli altri personaggi; ancor più spesso trilli di forza, salti d’ottava considerevoli e attacchi sulle note gravi o più acute.

Il suo personaggio è molto spesso contrastato dalle altre voci, dall’amato Ismaele che però è innamorato della sorella Fenena, al tradimento del padre quando scopre di essere in realtà figlia di schiavi. Tra le rappresentazioni italiane più brillanti abbiamo senza dubbio Maria Callas, Anita Cerquetti e Maria Dragoni.

Alla termine dell’opera, appare il lieto fine per quasi tutti i personaggi, eccetto la regina Abigaille. Nel momento in cui Nabucco si affida al dio Jehovah, viene ripagato con un aiuto provvido e la conseguente rivincita del popolo ebraico. Forse uno dei motivi principali del successo del “Nabucco” di Giuseppe Verdi fu proprio questo: la dimostrazione che esiste un finale positivo per coloro che continuano a combattere per la libertà, esattamente ciò che necessitava il popolo italiano.

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