“Il pergolato” di Silvestro Lega. La ricerca della luce perfetta

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Il pergolato di Silvestro Lega

“Il pergolato” di Silvestro Lega è considerevolmente apprezzata come una delle raffigurazioni più naturali dell’800. La rappresentazione pittorica è un dipinto ad olio su tela realizzato nel 1868 e conservato alla Pinacoteca di Brera, a Milano.

Il quadro mette in scena un episodio di vita quotidiana, la sua esecuzione evidenzia l’importanza del momento narrato, l’attesa di una tazza di caffè nel primo pomeriggio. 

“Il pergolato” si basa sull’importanza della luce e dei giochi di colore

Il momento raffigurato non è semplice o addirittura banale come può sembrare a prima vita, infatti numerosi sono gli elementi che contribuiscono ad arricchirlo. L’intensità del colore varia a seconda dell’inclinazione da cui lo si osserva. Contemplando il dipinto dall’alto è possibile notare toni prevalentemente più scuri, come le varie tonalità del verde che ricoprono la vite, o l’intensità del colore degli alberi nel prato circostante con i suoi rami rigogliosi e i suoi esili tronchi.

Scendendo verso il basso l’intensità del colore tende a modificarsi, come nell’innumerevole molteplicità di fiori che ricoprono il campo, trasformandosi in una varietà leggermente più chiara e calda, grazie all’effetto della luce. A dominare l’intera composizione è, non a caso, la luce e le combinazioni di colore. A rendere molto realistico il quadro contribuiscono gli effetti che la luce crea con la natura nelle diverse ore del giorno e l’applicazione della “teoria della macchia”.

La pittura all’aria aperta di Silvestro Lega come sinonimo del vero

Silvestro Lega compone questa raffigurazione durante un soggiorno nella residenza di Piagentina della famiglia Batelli. Nella riproduzione si notano, oltre ai vari elementi naturali descritti fin’ora, una bambina, diverse donne intente in una conversazione e una cameriera che si dirige verso di loro con un vassoio contenente una caffettiera. Il momento della giornata tende ad esaltarsi grazie alla raffigurazione della scena all’esterno e alla vista paesaggistica, da lontano è possibile intravedere anche un edificio di campagna forse abbandonato.

Si nota una donna in primo piano che indossa un abito beige decorato con del pizzo nero, dietro di lei l’altra donna compare vestita di nero e marrone, intenta a guardare con amore la bambina. La domestica porta un grembiule e un vestito rosa antico. Infine, la fanciulla indossa un vestitino rosa ricoperto da ampie decorazioni e un cerchietto nei capelli, mentre la donna che sembra occuparsi di lei è seduta su una panca e indossa un abito bianco con altrettante striature.

L’obiettivo dell’artista attraverso questo tipo di pittura è sintetizzare lo sguardo di chi viene ritratto nell’intera composizione. L’obiettivo è rendere il dipinto il più realistico possibile nel momento in cui entra in contatto con il più comune spettatore. Lega si unì al gruppo dei macchiaioli, termine utilizzato solo in un secondo momento per identificarsi come uno di loro.

La teoria della macchia in pittura

La formulazione della “teoria della macchia” risale al 1862, quando venne utilizzato da un giornalista in maniera dispregiativa sulla “Gazzetta del Popolo” in occasione di un’esposizione fiorentina. Descrive una serie di artisti attivi in Toscana nella seconda metà dell’800 che solitamente si riunivano per discutere delle varie tecniche pittoriche e dei numerosi stili eseguiti al caffè Michelangelo di Firenze.

La pittura di Silvestro Lega ne “Il pergolato” afferma la “teoria della macchia”, in quanto la visione delle forme è creata dalla luce come macchie di colore distinte, accostate o sovrapposte ad altre macchie del medesimo colore. Tende a voler cogliere la vera essenza delle cose, poiché risulta essere l‘espressione diretta dell’osservazione della realtà

«Silvestro Lega è uno dei pochissimi che hanno dell’arte un concetto chiaro, nettamente delineato. Egli non riconosce che il vero, nulla, assolutamente nulla all’infuori di questo. Per lui, tutto ciò che non è fatto dal vero non può essere buono, mentre con qualunque pezzo di vero si può fare un buon lavoro; egli non lo idealizza, non lo compone, non lo accomoda, non lo svisa. Egli ama il vero per sé stesso, tale e quale è in tutta la sua semplicità e realtà. Questo è ciò che costituisce per lui il principale ed assoluto merito dell’opera d’arte; su questo punto ha chiara l’idea». – Adriano Cecioni

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